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I vetri e gli ori di Vittorio Zecchin
Una festa per gli occhi, un lungo sogno di colori e di lucentezza in cui si respirano il decorativismo di Klimt e le suggestioni art déco d’inizio Novecento. La mostra che il Museo Correr di Venezia dedica a Vittorio Zecchin (Murano 1878-Venezia 1947) a vent’anni dalla storica esposizione allestita a Ca’ Pesaro, proprio mentre quest’ultima riprende vita come importantissimo polo museale dell’arte contemporanea, rappresenta il giusto tributo della città marciana a uno dei suoi figli più eclettici e raffinati, che nel secolo breve diede un fondamentale contributo al rinnovamento delle arti figurative e applicate.
Curata da Marino Barovier e allestita da Daniela Ferretti, la mostra offre un ricco percorso attraverso l’opera dell’artista muranese, dagli esordi pittorici ai capolavori nel campo dell’arte decorativa. Le opere esposte sono oltre duecento: cinquanta fra dipinti e bozzetti, una ventina fra arazzi, ricami e merletti, oltre a mobili, mosaici, argenti e vasi in vetro.
Vittorio Zecchin ha fatto la storia della decorazione contemporanea italiana. Designer ante litteram di arazzi, tessuti, mobili, ceramiche, nella scelta dei colori e dei materiali egli rinnova la tradizione decorativa veneziana, e muranese in particolare, di vetrate e mosaici dalle accese soluzioni cromatiche. Zecchin nasce infatti come vetraio, e fin da ragazzo dunque – scrive il curatore Barovier – «la sua vita fu mescolata con le storie degli impasti di vetro, dei colori e del fuoco dei forni».
L’artista farà di questa sapienza artigianale la chiave di volta delle sue potenzialità espressive, che egli sviluppò cominciando dalla tavolozza. Quando è solo pittore, e certo non è qui che dà il meglio di sé, Zecchin produce opere di forte ispirazione mistica, dominate da allampanate figure in tinte monocromatiche, fasce di colore pulsanti di luminosità, volti irradiati di bagliori di luce. In mostra troviamo quadri come I guardiani del paradiso (1910), in cui emerge una tensione al divino primitiva e sanguigna, talvolta intrisa di valori simbolisti alla maniera esotica di Jan Toorop, altre volte più ingenuamente legata a una sorta di proto new-age.
Ma la cifra stilistica delle tele più riuscite ci porta a una predilezione all’illustrazione di gusto bizantino. Il genio eclettico di Zecchin sboccia in opere come La dogaressa (1913), tempera e oro su vetro in cui i rossi, l’arancione e l’azzurro si inseguono in volute spiraliformi in un gioco cromatico che contorna un pavone e un enigmatico volto femminile.
Quadri che preannunciano il suo grande capolavoro, i pannelli del ciclo Le mille e una notte eseguiti per l’hotel Terminus di Venezia nel 1914 sulla scia dei cicli decorativi presentati nel salone centrale e nella cupola della Biennale, ai Giardini, da Cesare Laurenti (1903), Aristide Sartorio (1907), Pieretto Bianco (1912) e Galileo Chini (1912). Una tendenza all’esotismo che nella Venezia d’inizio ‘900 si respirava a pieni polmoni e alla quale aderì anche Zecchin con risultati assolutamente originali.
La scena, che sposa forme tipicamente bizantine con elementi decorativi provenienti dalla tradizione lagunare (abiti ornati di elementi circolari, simili a murrine, un tappeto cromatico di gusto orientaleggiante) rappresenta un fiabesco corteo di principesse, accompagnate da armigeri che rendono omaggio alla regina di Saba. Articolata in una successione di undici pannelli con un’estensione di una quarantina di metri quadri, l’opera fu smembrata nel corso degli anni a causa di successive ristrutturazioni dell’hotel ed oggi è solo in parte custodita nella Galleria di Ca’ Pesaro. L’occasione è dunque ghiotta per ammirarla nella sua completezza.
Nella sua poliedricità, Zecchin ha lasciato un corpus di opere che ancora oggi stupiscono per freschezza di ispirazione e genuinità del disegno. I suoi vasi in vetro trasparente ametista o giallo, decorati all’interno da file di bolle d’aria e fuori da filamenti e fasce applicate, raggiungono inimitabili vertici di leggerezza e trasparenza.
Ma la sua eredità più profonda resta forse quella legata alle delicate spirali a forma di murrina, alle gocce d’oro che ornano i suoi pannelli e le sue vetrate, un mondo sognante al quale probabilmente devono più di un tributo di ispirazione molti illustratori contemporanei.
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