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Vi racconto la mia fortuna in Transilvania
CLUJ NAPOCA (Romania) — Un laboratorio che produce 600 camicie al giorno, un altro che sforna 800 paia di scarpe quotidianamente; e in più oltre mille ettari di terreno, allevamenti di mucche, conigli e galline. Sono i numeri di un uomo che è partito dal Polesine e ha fatto fortuna in Romania, terra che rappresenta una miniera d’oro per chi ha il fiuto per gli affari come lui che 14 anni fa ha lasciato Villadose per andare all’Est. Con il suo paese non ha mai perso i contatti, lui ci torna ogni due, tre mesi. Quattro anni fa si mise in gioco anche come candidato sindaco a capo di una lista civica, ma non venne eletto. In più in Italia continuano a vivere la moglie e i suoi due figli. Però ad un certo punto della sua vita c’è stata una svolta e come ogni uomo che si rispetti ha avuto la capacità di rinnovarsi. «Avevo tren’anni — racconta adesso Giuliano Giovannini — ero comunista, ma non avevo un posto di lavoro e allora mi sono detto, qualcosa dovrò pur fare, non posso star qui con le mani in mano». Per non rischiare di finire invischiato come un parassita negli ingranaggi di partito, è così partito per la Romania. Si è fermato a Cluj Napoca, 160 chilometri dal confine con l’Ungheria, in Transilvania, zona famosa per il conte Dracula, è la terza città più grande del paese dopo Bucarest e Timisoara. A Cluj, città da trecentomila abitanti, di italiani se ne vedono parecchi in giro. La comunità veneta è la più consistente. Soprattutto quella trevigiana; sono stati infatti quelli della Marca i primi a credere nella «delocalizzazione» e quindi a trasportare macchinari e aziende in quelle zone dove la manodopera costa niente. Lo stipendio medio di un operaio è l’equivalente nostro di 200 euro al giorno. In Romania si paga tutto in «lei», una moneta svalutatissima: un euro è infatti pari a 40 mila lei. Per fare un esempio, per una camera d’albergo da 50 euro ti resta in mano una ricevuta che ti fa restare secco, con cifre a sei zeri. Ma quello della svalutazione non è l’unico problema. Dopo la caduta del regime di Ceausescu, continuano ad essere visibili, soprattutto in campagna, grandi sacche di povertà. La stessa che ha trovato Giovannini quando è arrivato la prima volta in Romania. Lui era impegnato con una ditta tedesca specializzata nel commercio della torba. Un «apprendistato» che gli è servito per conoscere meglio i meccanismi di un paese straniero. Da comunista quale era da giovane, Giovannini a piccoli passi si è quindi trasformato in imprenditore capitalista. «Ma non rinnego il mio passato e la mia ideologia — afferma Giovannini — Dico solo che qui, chi ha voglia di fare e di lavorare può impiegare bene il suo tempo». In fondo non era Marx che diceva che le idee e le azioni morali, politiche e sociali dipendono dai movimenti economici? L’esperienza romena dell’imprenditore polesano non può definirsi comunque tutte rose e fiori. Ci sono stati momenti duri e difficili (soprattutto agli inizi) a cui ha dovuto far fronte rimboccandosi le maniche. «Un anno in Italia equivale a due in Romania», sostiene facendo capire le avversità che ha dovuto affrontare. Dalla torba a piccoli passi, è passato quindi alle scarpe. Ha rilevato due capannoni vicino a Huesin a pochi chilometri da Cluj e si è messo a lavorare come contoterzista per Antonini, quello del marchio Lumberjack, tanto per capire. In sostanza, nel suo laboratorio la scarpa viene assemblata dopo che dall’Italia arriva tutto il materiale. Poi è passato alle camicie e in uno stanzone attiguo a quello delle scarpe, si è messo a produrre capi per Ferrè, Valentino, Luca d’Altieri, Guiducci. Le attività vanno avanti da sei anni e tutto va a gonfie e vele, pur tra mille ostacoli burocratici («In Romania bisogna avere una grandissima pazienza») che è riuscito a superare grazie a fidati e bravi collaboratori. I capannoni esternamente non sono il massimo dell’estetica, ma dentro è tutto in regola. Anche perché l’ispettorato del lavoro è severissimo. Se vengono alla luce situazioni di sfruttamento della manodopera, le multe sono salatissime. «Le ammende sono anche gli unici introiti che lo Stato può incamerare in questo momento», afferma Giovannini. Che dal settore terziario è passato di recente al primario, la sua vera passione. Gestisce infatti oltre 8 aziende agricoe (in rumeno «ferme») acquistate dallo Stato dopo che erano state praticamente abbandonate. Oltre mille ettari di terreno dove viene coltivato orzo, gran, avena e patate. Ma la campagna viene anche adoperata per il pascolo, per dar da mangiare a centinaia di vacche e vitelli. In una di queste aziende ha costruito un macello per conigli di medie dimensioni: 5000 animali in otto ore, ammazzati e impacchettati pronti per il mercato italiano e non solo. Con l’esperienza è diventato bravo anche in ingegneria genetica, incrociando la «californiana» con il coniglio da campo ne è venuta fuori una razza molto resistente al freddo. In inverno in quelle zone si arriva anche a meno venti grazi sotto lo zero. Per non parlare di uno sterminato allevamento di galline dove si ritrova un tocco di Polesine, grazie alla «ermellinata rodigina», un tipo di gallina creata geneticamente negli anni ’50 a Rovigo nell’allora centro avicunicolo di Granzette.
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