|
Le radici del console
Di origini bellunesi, è ormai il numero due del suo Paese in Svizzera. «Ci sono arrivata con tanto impegno» dice. «E senza dimenticare la terra da cui mio padre emigrò».
«Nulla avviene per caso. Hanno senso anche le difficoltà perché aiutano a diventare forti». Nathalie Torres è una “bella tosta”, dagli occhi chiari e i tratti nordici. L’accento francese del suo italiano la rende ancora più affascinante. Ma la sua indole è, senza ombra di dubbio, bellunese: caparbietà e autonomia lo confermano.
Nathalie non ha ancora trent’anni ed è già console del Lussemburgo in Svizzera, il numero due del suo Paese (d’adozione, ovviamente) nella Confederazione elvetica.
«Sono diventata console un po’ senza capirlo. Nel 1998 ho avuto la possibilità di un posto a tempo determinato al Ministero degli Esteri, e dopo quattro anni e vari corsi interni, ho iniziato la mia carriera nella direzione delle missioni diplomatiche lussemburghesi all'estero. A scuola mi sono sempre impegnata perché sono figlia di operai e sapevo che in futuro ai miei non avrei potuto chiedere molto. E anche nel lavoro ho messo tanta passione. Forse per questo sono stata premiata. Per diventare console, tuttavia, ho dovuto prendere la cittadinanza lussemburghese e abbandonare quella italiana. Appena sarà possibile conservare la doppia cittadinanza, è certo che tornerò a essere italiana».
Nathalie è arrivata a Berna nel febbraio 2002. La sua giornata comincia presto: alle otto e trenta è già in ufficio. Accoglie chi vuole un visto per il Lussemburgo. Sono per lo più immigrati dell’ex Jugoslavia, che vivono da tempo in Svizzera e desiderano trascorrere le vacanze con i loro cari, anche loro immigrati in un piccolo Stato della ricca Europa.
«Nel lavoro ho imparato a essere diretta e a impormi altrimenti non sarei rispettata. Essere giovane e donna è spesso uno svantaggio. Tutti, regolarmente, mi interrogano per capire se sono preparata. Ho subìto anche delle “attenzioni” piuttosto fastidiose e la mia indisponibilità mi ha reso la vita difficile».
Nel mondo ovattato e chic della diplomazia, c’è molta formalità. «Fuori dal lavoro però ho bisogno di sincerità. Frequento gli amici di sempre e per essere trattata con normalità, dico di essere impiegata “in un ufficio”, senza assolutamente entrare nei dettagli».
Come migliaia di bellunesi, anche il padre di Nathalie è emigrato in Lussemburgo negli anni ’60. «Quando io e la mia gemella Chantal avevamo otto anni, i nostri genitori si sono separati e siamo state affidate alla mamma. Ricordo che mia madre ci incitava a lavorare e non a studiare. “Tanto poi vi sposerete e rimarrete a casa”, ci ripeteva, come era successo a lei. Io invece volevo trovare la mia strada. A 18 anni ci siamo dovute arrangiare. Siamo andate a vivere in una casa che il ministero della Famiglia ci aveva assegnata», confida Nathalie. «Lo Stato ci passava anche una piccola rendita mensile e uno psicologo faceva da supervisore. Quando fu sostituito, la situazione si fece difficile. Tornavo a casa piangendo perché la psicologa ci faceva pesare il fatto che lo Stato ci mantenesse e insisteva perché finissi gli studi. Ho studiato lingue e mi sono laureata in corso. Mia madre, intanto, non ci aveva più cercate e mio padre più o meno lo stesso».
Mentre parliamo, Nathalie mi mostra una foto. «È nonna Veronica. È lei la mia famiglia, lei e mia sorella», racconta con un velo di tristezza. «Oggi la nonna ha 79 anni ed è malata, ma non vuole essere di peso a nessuno. Da piccole aspettavamo 11 mesi che arrivasse l’estate. Il mese d’agosto lo trascorrevamo da lei, che ci comprava vestiti, ci viziava con tanti giocattoli e ci preparava la polenta. Era l'unico momento dell'anno in cui vivevamo in pace in mezzo alle montagne», ricorda. «Nonna ha sempre avuto una vita difficile: è stata ragazza madre e ha allevato mio padre da sola, lavorando come cameriera prima in Svizzera, poi in Francia e in Lussemburgo. Tornata al suo paese, Alpago, nel Bellunese, ha lavorato come governante. So che la nonna parla di me in paese, ed è orgogliosa, ma mai in mia presenza. Io forse le assomiglio, sono un po’ all’antica», spiega la giovane console.
E il futuro? Nathalie si illumina: «Mi piacerebbe avere una famiglia. Sarei disposta a lasciare il mio lavoro per seguire mio marito e i miei figli, che vizierei di sicuro. Farei il contrario di ciò che ho vissuto io. Devo dire, tuttavia, che la mia storia un po’ infelice mi ha reso forte e non è un caso che io sia nata lì, in quel paese e in quella famiglia».
Da quando Nathalie vive a Berna è entrata a far parte attivamente dei “Bellunesi nel mondo”. «Arrivata in Svizzera, non conoscevo nessuno. In questo modo ho fatto delle belle amicizie, che sono diventate importanti per me: è un ambiente semplice e familiare, a differenza della gente che incontro per lavoro. Vado a tutte le riunioni, sia a Berna sia a Belluno. È un modo per tornare in Veneto e in Italia. Ora vogliono eleggermi presidente, ma è troppo», si schermisce.
«Ho anche saputo che mi vogliono premiare perché dicono che porto alto l’onore dei veneti nel mondo. Mi daranno il premio tra qualche giorno, proprio ad Alpago. Ci sono sicuramente premi più prestigiosi, ma non più belli», commenta con un po’ di emozione.
Le domando quale sia il suo sogno professionale. «Vorrei essere console a Roma, ma preferisco avere obiettivi raggiungibili, essere umile, poi, se arriva di più, sarà ancora più bello».
Nathalie è una donna forte. Neanche questo, forse, è un caso.
|