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La storia di trecento veneti
che lasciarono il loro paese per l'Australia alla fine dell'800 in uno spettacolo della "Galilei" di Fossò
Niu Itali: dall'altra parte del mondo "a catar fortuna" Fossò - Ve -
Doveva chiamarsi "Cea Venexia", ossia "Piccola Venezia", ma il nome era impronunciabile per gli inglesi che abitavano l'Australia alla fine dell'ottocento; così, il paese fondato da un gruppo di circa trecento emigrati veneti, venne battezzato come "Niu Itali", scritto proprio all'italiana. Inizia così lo spettacolo teatrale portato in scena l'altro giorno dagli alunni della classe III A della media "Galileo Galiei" di Fossò, risultato di un lavoro di approfondimento sul tema dell'emigrazione e delle sue problematiche. Partendo dall'analisi del libro "A catar fortuna" di Ulderico Bernardi, i ragazzi, assistiti dalle insegnanti, Paola Carletti e Daniela Zanco e con la consulenza di Grazia Gheller, Roberto Doati e Giambattista Bonajuto, hanno fatto proprie le storie vere di quei giovani che, nel 1881, partirono dalle zone tra Piave e Livenza, nel miraggio di terre lontane e floride. Sul palcoscenico questi giovani attori, che già l'anno scorso avevano realizzato lo spettacolo "Tracce", hanno raccontato scorci di vita veneta, laddove la famiglia unita e il duro lavoro sono i capisaldi di una comunità contadina. Sulle note di musica classica e testi della canzone popolare italiana ed estera; e con la proiezione di immagini d'epoca di navi cariche di emigrati in partenza a far da scenografia, l'attenzione si è focalizzata sui giovanotti, con il classico gilet e il fazzoletto al collo, e le ragazze vestite di nero, con lo scialle colorato sulle spalle e con l'unico vezzo di uno chignon come acconciatura per i capelli. Così è iniziato il racconto di quei veneti che giunsero in Australia dopo essere stati decimati per malattie e stenti durante il lungo viaggio. All'arrivo sul nuovo continente le difficoltà dei rapporti con la popolazione locale, lo sfozo di trasformare una terra sterile in campi produttivi, il dolore della separazione dalle famiglie e i disagi di dover parlare una lingua nuova, quando solo due uomini sul gruppo dei trecento avevano fatto la seconda elementare e sapevano a stento leggere e scrivere. Ma attraverso i lutti, le catastrofi naturali, e una brurocrazia spietata con "i nuovi", Niu Itali è nata veramente con le storie che anche lì venivano raccontate facendo filò, con il ricordo delle tradizioni, come quella dei matrimoni con gli sposi che giungevano sulla piazza della città sul carro e poi arrivavano a piedi in chiesa, e che durante la festa alle donne e bambini venivano offerti latte, marmellate e dolci, mentre agli uomini vino novello e grappa. Insomma quegli stessi piatti che, assieme alla gallina lessa, ai salami, al lardo e ai tortelli, rappresentavano delle novità e leccornie per i signori ingelsi che "non permettono ai nostri figli di parlare l'italiano a scuola, ma hanno capito cosa vuol dire mangiare bene!". La storia di "Cea Venexia" si concluse nel 1955, quando i successori del gruppo di emigrati fecero famiglia con gli autoctoni e si trasferirono nelle grandi città, lasciando su quel luogo fantasma il nome del nuovo paese e il ricordo di chi l'aveva costruito. L'ultimo dei trecento emigrati, Giacomo Piccoli, morì ultranovantenne sulla terra in cui era giunto con i suoi compaesani, ma prima piantumò un albero in memoria di ciascun amico che lì aveva portato le sue speranze. Quel boschetto oggi esiste ancora e si chiama "Il parco della pace", dove ogni anno l'8 Aprile, giorno in cui nel 1881 i veneti sbarcarono in Australia, gli emigrati di ogni provenienza si riuniscono in una cerimonia del ricordo. Al di là della difficoltà di comprendere le storie di epoche così lontane da loro, gli alunni della III A, ma anche gli spettatori, hanno avuto il modo di capire l'importanza identificativa delle proprie origini e delle tradizioni, a volte unico mezzo di sopravvivenza. Niu Itali non è solo la storia dell'emigrazione dei veneti di ieri che cercavano di far fortuna altrove, è lo stesso copione che si ripete per gli emigrati contemporanei che arrivano nel nostro paese per una vita migliore: quella nuova Italia che gli immigrati oggi contribuiscono a creare.
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