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Il cavatore di Ghiaia
“EL CAVADORE DE JARA”, IL CAVATORE DI GHIAIA
“A no poso mia sempre mastegar tera”. Una volta, la disciplina fisica più praticata dall’uomo era quella di sopravvivere. Profondamente legati al greve senso quotidiano di fatica e sudore, alla precarietà indotta dalle stagioni, a piccanti e gustose raffigurazioni dialettali, ad una sapiente parsimonia per le quattro palanche guadagnate, tanti mestieri antichi, poveri ed umili, nati prima di tutto affinché ci si procurasse di che campare, con il trascorrere degli anni sono scomparsi del tutto a causa delle mutate condizioni sociali ed economiche, o più crudemente perché soppiantati dalle moderne tecnologie e attività di produzione. Della grande sapienza propria del piccolo mondo rurale che ruotava attorno ai lavoratori di un tempo, di quella profonda cultura popolare che intrecciava le loro vite, non ci resta molto, se non attraverso le rievocazioni che scaturiscono dai ricordi degli anziani che in qualche modo ne trassero esperienza. Confinate in un caleidoscopico limbo della memoria, immagini e parole di antiche pratiche della manualità paiono così lontane dalla realtà di oggi, al punto che non tutte trovano un corrispettivo attuale, addirittura nella distinzione professionale. Eppure, attraversando dignitosamente una linea d’ombra apparentemente infinita, le descrizioni di come si lavorava in un’epoca che non conosceva le potenzialità dei mezzi odierni riescono ancora ad insegnarci qualcosa, riproponendoci l’esempio di una civiltà dal grande bagaglio di umiltà, abilità tecnica e adattamento che rimane comunque alla base dell’evoluzione odierna della nostra società. Tale patrimonio culturale costituisce, almeno finchè le memorie delle nuove generazioni sapranno custodirne il valore, la testimonianza essenziale di una formidabile attitudine a escogitare pratiche ingegnose per sfruttare al meglio la pur modesta funzionalità dei mezzi a disposizione.
Il cavatore di ghiaia. Un’attività tanto semplice quanto faticosa, praticata a lungo nelle nostre zone, all’incirca fino ad una quarantina di anni fa, fu quella del cavatore di ghiaia, in dialetto “el cavatore de jara”. Si trattava di un lavoratore ambulante che, per guadagnarsi da vivere, estraeva e selezionava la ghiaia per rivenderla a chi ne aveva bisogno. Di ghiaia, un tempo, ne veniva impiegata molta per ricoprire (“injarare”) le strade, che allora erano tutte bianche.
Il cavatore trovava posto di lavoro presso i letti dei torrenti (“turinti”) o in montagna, dove c’erano le sedi favorevoli all’estrazione di questo materiale. La ghiaia raccolta nei torrenti veniva utilizzata principalmente dai muratori nelle opere edili, perché risultava più pulita e più adatta per le attività dei cantieri. Il compito del cavatore consisteva allora nell’estrarre (“tirar fora”, “tor su” o “cavare”, da cui l’appellativo proprio) la ghiaia e quindi nel setacciarla (ovvero “tamisarla”) al fine di ottenerne differenti quantità, a seconda della grana (“grossessa”) più adatta all’utilizzo che se ne voleva fare, e nel dare una mano al compratore per caricarla sul rispettivo mezzo di trasporto, trainato da animali.
Gli attrezzi da lavoro. Gli attrezzi del mestiere erano costituiti soltanto da un piccone (“pico”), una pala (detta anche “baìla”) e da svariati setacci (“tamisi”, per l’appunto), costituiti da un telaio (“telaro”) in legno con fissata (“incioà”) una rete di ferro dalle maglie di varia lunghezza, in modo da ottenere una sabbia omogenea, vale a dire tutta della medesima grana.
Procedura di selezione della ghiaia. Il cavatore sistemava in piedi e leggermente inclinati all’indietro, i setacci sostenuti da un palo (“ponta de legno”), e vi gettava sopra delle palate (“sbailà”) di ghiaia: quando questa cadeva, essi ne lasciavano passare solo una parte, mentre davanti restava quella dalla grana più grossa.
La ghiaia non setacciata che il cavatore vendeva serviva solo a fare muri (“mure”), basamenti (“basaminti”), o giunture (“ligàure”) in cemento, o per ricoprire strade (le cosiddette “strade bianche”). Impiegando questo materiale per ricoprire la terra si evitava la formazione del fango. Accettando il disagio provocato della gran quantità di polvere che si sollevava al passaggio dei mezzi, si otteneva tuttavia un miglioramento della stabilità del sottofondo, limitando nello stesso tempo gli inconvenienti causati in caso di pioggia. Valevano di più, però, la ghiaia selezionata, ovvero la sabbia di varie dimensioni, adatta per alzare pareti e per intonacarle (“stabilire le mure”), e il ghiaino (“jarìn”).
Separazione dei sassi. Del materiale ottenuto il cavatore raccoglieva i sassi da due o tre chili, valutando accuratamente che quelli scelti fossero belli bianchi, per poterli vendere alle fornaci (“fornase”), che li cuocevano a loro volta allo scopo di ottenere la calce viva (“calsina in sasso”): fatta bollire questa assieme all’acqua, si ricavava la calce spenta (“calsina morta”) che, opportunamente mescolata (“smissià”) a sabbia e acqua, diventava malta per l’impiego nelle costruzioni e negli intonaci.
Norme di comportamento e contributi della natura. Una buona norma di tacito comportamento per ogni cavatore (“cavadore”) era osservare l’usanza di rimanere in un luogo senza entrare in contrasto con gli altri lavoratori presenti.
Lavorare bene, nonostante il lavoro non fosse esaltante, consentiva di guadagnare giustamente affidabilità e rispetto. Qualche volta madre natura veniva poi anche in aiuto dei cavatori (“cavaduri”): quando passava una piena (la cosiddetta “brentana”), venivano infatti agevolati perché l’effetto creato in questa situazione dall’acqua di fiume lasciava sempre delle strisce di sabbia fine, ovvero quella che sul mercato valeva di più. Ogni cavatore cercava allora di accaparrarsela, e chi per primo ne faceva un mucchio, contrassegnandolo con un sasso, otteneva il diritto a tenerselo. Quest’uso in alcune zone si mantiene ancora, per le piante, i tronchi o i rami che l’acqua trascina con sé quando giungono le piene e che abbandona sul letto ritirandosi.
Le cave di montagna. Un tempo chiunque poteva estrarre ghiaia nei torrenti, nell’alveo dei fiumi o in vecchi depositi, mentre nelle zone di collina e di montagna essa veniva ricavata frantumando le varie pietre della “scaglia bianca” (“scaia bianca”), ridotte dapprima in parti molto piccole e quindi riunite in mucchi. Tale attività era definita “batere jara”, ed era svolta in diverse parti del territorio, vista la generale diffusione della scaglia. Nelle cave di montagna il cavatore estraeva la ghiaia che veniva utilizzata più che altro per la sistemazione del fondo stradale, perché spesso tale risorsa si presentava sporca ma adatta all’uso: alla prima pioggia, infatti, essa si comprimeva (“la se pestava”) e assestava (“sentava”) bene, specialmente quella rossa. In alcune di queste cave veniva estratto anche il sabbione (“sabiòn”), una specie di ghiaia che in passato veniva molto utilizzata, una volta bagnata con l’acqua, per produrre la malta da costruzioni. Di edifici realizzati col sabbione se ne possono ancora vedere in collina e in montagna: principalmente si tratta di baite e stalle, che hanno una malta giallognola (“zaleto”), spesso scrostata (“sgrostà”) e facilmente sgretolabile (cioè: “che la se magna fàssile”).
L’estrazione di cava ai nostri giorni. Oggi la ghiaia non viene più cavata col piccone e la pala ma estratta utilizzando dei macchinari. Di cavatori di ghiaia ormai non si parla più nel senso tradizionale, da quando cioè si è iniziato ad operare impiegando le attrezzature meccaniche, sia che si tratti di scavare con le ruspe sia che si tratti di setacciare e di macinare il materiale con le pale. Le moderne attrezzature di scavo sono costituite da grandi e complessi congegni che, ad un costo più basso e conveniente, consentono di ottenere delle notevoli quantità di ghiaia macinata, d’ogni grandezza e adatta ai più svariati usi. Il mestiere del “cavadore de jara”, poco a poco, allo stesso modo di tanti altri lavori di un tempo, è così entrato a far parte dell’economia di un mondo passato.
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