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Ritorno sul Don
LA DIVISIONE TRIDENTINA E' TORNATA SUL DON!
Il percorso a piedi organizzato dalla Sezione Alpini di Verona e compiuto da oltre duecento penne nere, accompagnate da familiari ed amici, tra il 19 e il 27 Agosto 2003, ha previsto l’attraversamento della “sacca” tra Podgornoje e Waluiki, per un totale di 200 km dal Don a Nikoljewka. Hanno voluto seguire esattamente il percorso della Divisione Tridentina, anche se i nostri soldati che nel 1943 si salvarono nella campagna di Russia andarono oltre, in direzione Karkow. Il percorso non è quindi tutto quello della ritirata, senza dubbio però è quello più significativo per i conflitti a fuoco, per la presa dei prigionieri e per i morti che qui ancora riposano.
COSA ACCADDE IN RUSSIA NEL GENNAIO DEL 1943
I reduci dalla Russia camminarono suddividendo il percorso in sette tappe quotidiane, ciascuna di 30 km circa. I luoghi che attraversarono furono quelli che si desumono dalle testimonianze: Rossosch, Popowka, Podgornoje, Opyt, Postojalyi, Krawzowka, Dmitrowa, Scheljakmo, Shabskoje, Malakiewz, Nikilowka, Arnautowo, Livenka (Nikolajewka) e Waluiki. Questo itinerario fu percorso in senso contrario, cioè da Ovest verso il Don, anche da un gran numero di nostri connazionali che, fatti prigionieri nei luoghi di conflitto, vennero caricati e ammassati su vagoni bestiame. Dopo molti giorni di viaggio e sofferenze raggiunsero i lager della Siberia. Molti di essi caddero vittime del freddo, della fame, delle angherie, delle malattie, della follia; la maggior parte dei prigionieri feriti, ammalati, impazziti e affamati morì ancor prima che i treni avessero oltrepassato il Don.
GLI ANTEFATTI STORICI
Benito Mussolini volle partecipare alla grande lotta di Adolf Hitler contro la Russia in nome della “crociata antibolscevica” da lui bandita. La scelta di andare nelle steppe ostili fu del Duce soltanto, infatti, lo stesso Hitler gli scriveva che “con il cuore colmo di gratitudine” avrebbe preferito più italiani in Africa piuttosto che ad Est. In una lettera del 3 Gennaio 1940 Mussolini gli rispondeva che in una guerra contro l’Unione Sovietica non poteva essere assente l’Italia, dove l’unanimità antibolscevica, specie tra le masse fasciste, era da considerarsi “assoluta, granitica, inscindibile”. Dopo un conflitto tra i più sanguinosi e cruenti, dove venne sacrificata in tre anni una delle più valorose armate italiane, il difficile epilogo.
Il 10 Dicembre 1942 lo schieramento lungo il Don formato dall’ 8a Armata Italiana era il seguente:
- a Nord il Corpo d’Armata Alpino e la Divisione di Fanteria Vicenza;
- al centro il 2° Corpo d’Armata (Divisioni Cosseria, Ravenna, Reggimento Bersaglieri 318) e il 35° Corpo d’Armata (Divisione Pasubio);
- a Sud il 39° Corpo d’Armata (Divisioni Torino, Celere, Sforzesca);
- sul fianco sinistro a Nord dell’8a Armata era situata la 2a Armata Ungherese, mentre su quello destro a Sud la 3a Armata Rumena.
L’11 Dicembre 1942 iniziò l’Operazione Russa Piccolo Saturno. Essa mirava a sfondare al centro il fronte italiano, per stringere a Sud la morsa su Stalingrado, già in difficoltà da Novembre. La 6a Armata Russa effettuò una forte pressione sulle Divisioni Cosseria e Ravenna tra Novo Kalitwa e Verchnij con l’artiglieria e i nuovi lanci a razzi Katiuscia.
Il 19 Dicembre 1942 il fronte italiano venne travolto: le Divisioni Cosseria e Ravenna, ripiegarono lungo un percorso più a Nord verso il fiume Donez, mentre le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca seguirono delle direttrici a Sud verso Millerowo. Vennero tutte martellate da mezzi corazzati e dall’aviazione russa. Tra Novo Kalitwa e Verchnij Marabut rimasero attestate lungo il Don le tre Divisioni Alpine e la Divisione di Fanteria Vicenza.
Il 18 Dicembre 1942 lo schieramento del Corpo di Armata Alpino era il seguente:
- alcune decine di chilometri a Nord di Ròssosh la Divisione Tridentina,
- fra la Tridentina e Ròssosh la Divisione Cuneense,
- a Sud di Ròssosh, lungo il fiume Kalitva Nera la Julia per fare da barriera contro il dilagare delle truppe russe e per impedire un accerchiamento degli alpini.
Il 12 Gennaio 1943 i russi conquistano Rossòsch con carri armati. Il Comando di Corpo d’Armata si spostò rapidamente a Podgornoje, ubicata circa 30 km a Nord. Gli alpini rimasero però ancora attestati lungo il Don.
Il 14 Gennaio 1943 le penne nere ricevettero l’ordine di abbandonare le trincee e iniziano la ritirata. Con una temperatura glaciale registrata di –40°/45°, essi tentarono di superare l’accerchiamento dei russi che li costrinsero a ritirarsi in una “sacca” individuabile ad Ovest dal corso del fiume Don, ad Est dalle città di Nikolajewka e Waluiky. Infatti, è in queste gelide lande che inizia l’operazione russa Ostrogshsk-Voronesc. I russi, grazie al freddo cruento che in quell’anno raggiunse i limiti più elevati del secolo, riuscirono a dare compimento alle loro operazioni fino a realizzare l’accerchiamento del Corpo d’Armata Alpino con un braccio a Nord lungo il fiume Tikaia e uno a Sud lungo la Valle del Kalitwa, con chiusura nella morsa a 250 km ad Ovest del Don verso Waluiky, ad una distanza di circa 200 km da Rossòsch e Nikolajewka (37 km a Nord di Waluiky).
A fine Gennaio 1943 avvenne la rottura della “sacca” russa di Nikolajevka, gli alpini riuscirono ad aprirsi un varco tra le armate nemiche e il resto lo conosciamo.
QUALCHE DATO NUMERICO
Gli storici calcolano che questi fatti di guerra determinarono circa 500.000 morti
Alla fine del conflitto mancarono all’appello quasi 100.000 italiani: decine di migliaia furono i prigionieri dei quali, ancor oggi, risulta ignota la sorte.
Gli uffici del Ministero della Difesa e l’UNIRR hanno calcolato che l’invasione avvenne con 235.000 uomini mentre la ritirata fu effettivamente affrontata da 95.000 uomini.
Tra i soldati della ritirata 25.000 morirono e 70.000 vennero catturati dai russi.
Coloro che riuscirono a raggiungere vivi i 400 lager di smistamento e prigionia furono falciati dalle epidemie di tifo e dissenteria; quasi tutti gli italiani deceduti nei lager morirono nei primi sei mesi del 1943.
ANTONIO TREGNAGO, PROTAGONISTA NELLA CAMPAGNA DI RUSSIA, RIUSCI' A TORNARE VIVO IN ITALIA, LUI DICE, “PER MIRACOLO”
L'alpino Antonio Tregnago, mio nonno paterno, riuscì a rientrare vivo in Italia proprio “grazie a due eventi miracolosi” -sue testuali parole- “accaduti perché potesse tornare a casa, crearsi una famiglia numerosa e vivere almeno fino a oggi”, giorno del suo 86° compleanno. Quando gli chiedo della guerra, l’episodio che gli torna in mente per primo è il giorno dell’Armistizio, l’8 Settembre del 1943, ed è comprensibile perché con quella data finiva un incubo durato cinque lunghissimi anni. Nonno Antonio è della classe 1917, era poco più che ventenne quando dovette vestire la divisa del 2° Reggimento d’Artiglieria Alpina e visse la Seconda Guerra Mondiale su quasi tutti i fronti:
- sul Picco San Bernardo inizialmente,
- tre giorni sul Fronte Francese prima della ritirata,
- in Valle D’Aosta e a Cavallese fino a Novembre del 1940,
- spedito in Albania fino a Maggio del 1941,
- ancora in Valle D’Aosta per un breve periodo,
- di nuovo in Piemonte prima della campagna di Russia.
La partenza per la Russia risale al 1° Agosto 1942: una lunga e difficile avventura che si sarebbe conclusa con il mese di Marzo del 1943, quarantacinque giorni dopo la rottura della “sacca” di Nikolajewka. Dalla Primavera di quell’anno fino all’Armistizio, l'alpino Tregnago si ritirò tra Rovereto e Vipiteno e nel corso di una licenza agricola conobbe Maria che sarebbe diventata sua moglie solo se fosse riuscito a tornare, a guerra finita. Degli ultimi giorni di conflitto ricorda le faticose fughe sulle montagne del Passo Giogo e del Passo Gelato fino a percorrere tutta la Val Longa di Trento; non dimenticherà mai i sibili degli spari tedeschi sopra il suo cappello da alpino (ahimè, perduto forse in quell'occasione), quasi come se ancora li sentisse. Tra le persone incontrate sulla via del ritorno non può dimenticare la donna che, su sulle montagne, gli diede un abito borghese perché potesse scendere a valle senza essere notato e, qui, il vecchietto che gli chiese se poteva fermarsi per aiutarlo a mietere il fieno: alla risposta “finché ho la forza nelle gambe è meglio che mi porti verso casa” gli indicò il trenino della salvezza che fermava a Mezza Corona e poi a Verona. Si rammarica di non ricordare il nome della ragazza che, su quel treno, gli propose di fingersi suo padre e, facendosi portare i pesanti bagagli, lo accompagnò fino alla stazione di Porta Vescovo dove quattro preti, alla sua richiesta d’aiuto, voltarono le spalle proprio come fece Don Abbondio con Renzo. Alla mia domanda “Nonno, cosa pensavi in quelle ultime ore?”, risponde che il suo più grave pensiero era “la paura di essere un disertore” perché, fino a quel momento, la notizia dell’Armistizio era ancora una voce incerta. Una volta a casa, all'imbrunire come accadde per tutti i reduci, il ricordo di guerra più bello: i grandi occhi scuri della nonna che ringraziò Dio per avergli riportato il suo bel Toni. Vinto un attimo di commozione, gli chiedo di parlarmi della campagna di Russia. Antonio Tregnago combatté principalmente tra Podgornoje e Nikolajewka. Sulla partenza della ritirata, passando per Opyt, ricorda la voce del loro Capitano che urlava: “Coraggio che i miei alpini hanno un fegato di ferro!”. La marcia durò un mese e mezzo, periodo durante il quale ogni alpino ricevette dai propri superiori soltanto tre etti di riso, il resto dell'approvvigionamento fu frutto di saccheggio e carità. Il nonno, in ritirata, era nelle salmerie dell'esercito per cui il suo compito era di coprire le spalle e raccogliere i soldati feriti e congelati. A Nikolajewka un compagno gambizzato e in ginocchio gli chiese di aiutarlo a camminare perché a casa aveva moglie e tre bambini: quando il nonno si chinò per soccorrerlo, un colpo di calcio di moschetto alla nuca gli ricordò che bisognava andare avanti e chi era troppo grave veniva lasciato lì a morire sulla neve, era la dura legge della guerra... accadde così anche per “il bocia” accecato da una granata che “a tentoni sbatteva contro tutto e tutti”. Spontaneamente chiedo ad Antonio se non si sentì morire di pena e lui mi confida di non essere mai stato pienamente cosciente di quello che accadeva, sentiva solo di “dover andare avanti, camminavamo sui corpi come se fossero sassi, forse -dice con una espressione tutt'ora incredula- era a causa di quelle punture che ogni tanto ci somministravano”. Il nonno piange quando mi racconta del “suo vecio” che, entrato nella chiesa di Nikolajewka per pregare e trovatala stipata di cadaveri, fuggì in preda all'orrore. E come dimenticare il compagno che, impazzito, si mise a sparare contro loro stessi! Lo tramortirono di calci, lo incatenarono e se lo portarono comunque appresso poiché ancora sano nel fisico. Delle steppe russe Antonio Tregnago non ricorda i girasoli ma le infinite distese di neve, in particolare “una lunga discesa bianca come un lenzuolo” dove le granate russe facevano saltare in aria pezzi di corpi umani dilaniati. A Nikolajewka si sparava dalla mattina alla sera per liberare la strada e fu così che l'Armata Alpina si trovò quasi senza munizioni; un Sergente Maggiore Furiere non tornò mai più indietro dopo che propose ad alcuni soldati “di tirare fuori le baionette, seguirlo e continuare a combattere corpo a corpo”. L'ordine perentorio del Capitano era di camminare a dieci metri di distanza l'uno dall'altro perché avevano capito che i russi lanciavano le bombe solo sui gruppi. Ma veniamo ai “fatti miracolosi” accaduti ad Antonio Tregnago. A Podgornoje mio nonno perse le scarpe perché finirono bruciate a causa di una imperdonabile svista durante la preparazione del rancio; il fatto non sarebbe stato di per sè tragico se non fosse che ognuno aveva soltanto un paio di scarponi e il rischio di cancrena da congelamento poteva portare alla morte. “Ben il 30% dei soldati -racconta Antonio- non aveva neppure le calzature ma pezzi di pelle o di mantella legati alle caviglie”; per un po' anche per il nonno quella fu l'unica alternativa, finché, “dentro una piccola capanna disabitata” dove si ritirò per riposare, scorse in un angolo “un paio di scarponi nuovi fiammanti e per giunta del suo numero!”. Antonio è convinto che quello fu un primo aiuto dal Cielo perché non si spiega ancora “come un bene tanto prezioso fosse rimasto lì in attesa del suo arrivo”. Un giorno, poi, fatto un chilometro di strada sotto gli spari dei russi, dovette abbandonare il suo mulo perché “aveva il passo troppo corto rispetto a quello degli alpini”; con la bestia, però, lasciò anche il suo bagaglio con le provviste. Sulla via della fuga, dopo poche centinaia di metri, trovò uno zaino abbandonato ancor più pieno del suo con, all'interno, “ben due paia di calzettoni di lana buona, un passamontagna, scatolette e un pezzo di formaggio”. Con uno delle due paia di calze salvò dalla cancrena i piedi di un compagno. “Con le scarpe nuove di zecca e lo zaino ricolmo in spalla mi resi conto che il mio destino era di morire di vecchiaia nel mio letto e non lì come un cane in mezzo alla neve, in terra straniera e all'età di ventisei anni”, i suoi occhi azzurri arrossiscono e guardano la moglie Maria che ci sta ascoltando. Chiedo al nonno se non ricevette mai aiuti dalle famiglie russe nelle isbe e afferma: “In quell'occasione di emergenza, mentre i superiori ci inculcavano che il comunista era cattivo, mi resi conto che in Russia c'era gente davvero buona perché, quando vivemmo in casa con i borghesi del posto, conobbi una santa donna che si toglieva il cibo di bocca per darlo a noi”. Non mancarono però di verificarsi anche alcune sottili angherie come quando Antonio entrò “in un rifugio sotterraneo per recuperare delle patate e una vecchina chiuse con catenaccio la porta e si mise ad urlare per attirare i russi”. Lo salvarono i compagni che lo tirarono fuori da una botola o qualcosa di simile. Una notte di guardia la temperatura scese a -60 °C, le ossa scricchiolavano ad ogni minimo movimento, Toni guardava il cielo e immaginava “una lunga altalena legata alla luna che lo lanciava fino a Montecchia dalla sua bella morosa”, intanto la canna del fucile si riempiva di ghiaccio. Come avrebbe potuto sparare in caso di avvistamento del nemico? Ormai non serve trovare una risposta, scampò il pericolo, la cosa importante è che nonno Toni è qui che racconta a me (la prima di ben tredici nipoti) la sua straordinaria avventura... e non solo! Mentre si gira, mi ringrazia per l'intervista e mi saluta, si mette a cantare in perfetto russo Nema, il canto popolare delle steppe innevate.
NEMA
Nema cliba
Nema kukurusa
Nema iaika
Nema moloko
Cipi rimalenchi
Celovkna fronte
Italiaski
Dobrecaraso
(Niente pane
niente gallina
niente uova
niente latte
cinque bambini
marito al fronte
italiani
bravi e buoni)
PARTITI DALLA VAL D'ALPONE, SUL DON SONO TORNATI PURE LORO
Letiziana Bevilacqua e Fiorenza Bernadette Dal Cero (Montecchia di Crosara), Guido Gecchele (San Giovanni Ilarione) e Luigi Magnaguagno (Roncà) erano nella comitiva che sul finire di Agosto 2003 ha partecipato al “ritorno sul Don”. Pochi ma significativi gli aneddoti rimasti impressi. I pellegrini ricordano come, lungo il cammino, le famiglie russe uscivano dalle loro case e offrivano ospitalità senza chiedere nulla in cambio mentre i bambini si aggregavano al folto gruppo di “stranieri italiani” e seguivano gli alpini nel loro percorso. Tutto questo accadeva come se i due popoli volessero rivivere la complicità che, seppur nemici, li aveva salvati nei momenti di guerra. Se nel 1943 i nostri soldati non fossero stati sfamati dal popolo russo, sarebbero morti quasi tutti di fame. Chi ha visto la Russia ai tempi della Seconda Guerra Mondiale afferma che le strutture architettoniche e la disposizione delle case sono rimaste più o meno le stesse. Il gruppo ha potuto sentire le testimonianze degli abitanti tradotte dagli interpreti: stessa commozione, stessa tristezza, stesso dolore di quando sono i nostri nonni a raccontare. Gli occhi dei russi si bagnano di lacrime salate tanto quanto quelli degli italiani. I soldati russi, sopravvissuti dopo il 1943, furono convogliati per altri due anni su diversi fronti, i defunti furono gettati in fosse comuni, a volte bruciati, mentre donne e bambini sprofondavano nella miseria più assoluta in un Paese già devastato da un durissimo regime comunista e raso al suolo dai bombardamenti. Poichè nelle terre percorse riemergono ancor oggi ossa e reperti militari, gli insoliti turisti hanno potuto recuparare alcuni cimeli; ai vertici dell'organizzazione hanno perfino lanciato l'idea di farne un museo per non dimenticare. E' stato molto toccante per tutti quando sono state celebrate le Sante Messe nelle campagne, nei villaggi e, da ultimo, nella Cattedrale Maria Immacolata di Mosca (celebrante l'Arcivescovo Metropolita Cattolico della Russia Mons. Tadeuz Kondrusiewicz) perchè a poco a poco i fratelli russi si avvicinavano con aria curiosa e molti di loro si univano alla preghiera degli italiani; piangevano al canto del nostro e del loro inno nazionale, uniti nello scambio del “segno di pace”.
INTERVISTA A MARIO ROSSI, PROMOTORE DELL'INIZIATIVA E TESTIMONE D'ECCEZIONE
“Avevamo deciso di camminare sulle orme dei nostri soldati per affermare la volontà civile di non compiere mai più gli errori che portarono giovani vite a spegnersi in un dramma di inaudita sofferenza e desolazione. Avevamo deciso di innalzare ancora su quel suolo il tricolore, segno di una Nazione che non dimentica i propri figli. Volevamo che penne nere e penne bianche (anche quelle degli ufficiali alpini superiori) sfilassero ancora una volta in quelle terre rese celebri dalla testimonianza di molti reduci che, tornati in Patria, ebbero la forza di parlarne e di scriverne. Alcuni anziani reduci del fronte russo, molti ufficiali di grado elevato, sono stati con noi, nell’umiltà e nella dedizione testimoniate in sessant’anni di ricordi e di celebrazioni. Era con noi in tutta umiltà anche il Generale di Brigata Girolamo Scozzaro attuale Comandante delle Divisione Tridentina, nonché Alfonsino Ercole, Presidente dell’Associazione Nazionale Alpini di Verona e il suo Vice Presidente Sergio Zecchinelli. Abbiamo camminato, manifestato, celebrato affinché nel presente e per il futuro e in tutto il mondo sia sempre la pace a vincere. Non potrò dimenticare tante esperienze: la grande gioia di camminare sul terrapieno della ferrovia di Nikolajewka tenendo per mano due bambini russi che avevano la stessa età dei miei due figli maschi, i compagni di viaggio giovani e adulti, i canti della sera intonati dagli alpini, lo squillo del silenzio suonato da Renato Buselli sopra le fosse comuni, i paesaggi incantevoli e sterminati di girasoli il cui oro si confondeva con il sole in un cielo nitido e azzurro, le betulle, lo spirito e il carattere degli alpini indomiti, silenti e uniti anche nel superare difficoltà logistiche e imprevisti...”.
La scelta di ripercorrere a piedi il tragitto citato
aveva lo scopo di ricordare,
noi possiamo solo stare ad ascoltare, trascrivere
e riflettere.
Barbara Tregnago
Fonti:
Mario Rossi, Consigliere Regione Veneto
Antonio Tregnago, reduce
L’Arena e il La voce dei Berici
Ritorniamo sul Don di Franco La Guidara
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