Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2004 - Articoli: Stefano Vicentini

 

La saudade e' parola veneta

San pietro di morubio. I discendenti degli emigranti vogliono tornare

In un libro brasiliano la storia della famiglia Giarola

Lasciarono il paese oltre un secolo fa ed oggi i loro pronipoti hanno scritto ad uno storico locale per chiedere notizie dei loro avi e per verificare se è possibile visitare la terra di cui hanno sentito parlare dai nonni.

San Pietro di Morubio. Sono passati 115 anni da quando il 29enne Luigi Giarola, figlio di Paolo e Teresa Signoretto, partì per il Brasile. Nel 1894 in Sudamerica arrivò anche Giuseppe Carazza, marito di Stella Giarola, con due figli minori e un terzo in arrivo. Un percorso che in seguito vide protagoniste molte altre famiglie del Veronese, che abbandonavano i loro paesi lasciandoci però il cuore. Lo dimostrano i discendenti odierni degli emigranti d'allora: i loro tratti somatici sono spesso ibridi, risultando dalla mescolanza di italiano, portoghese e brasiliano; così come i cognomi spesso hanno assunto il linguaggio e le tradizioni locali. Tutti, però, hanno un desiderio: tornare anche per un solo giorno in Italia per assaporare, nella visita delle terre d'origine dei loro avi, quei racconti che sono stati tramandati per generazioni, di padre in figlio. Stiamo parlando di storie d'emigrazione, fra le tante che emergono dallo sfondo dell'evento culturale aperto due settimane fa alla Perfosfati di Cerea, dove si racconta con vari linguaggi l'espatrio di molti italiani in terre lontane. Quella dei discendenti della famiglia Giarola-Carazza è una di queste. Raccolta da Francesco Favalli, che riceve periodicamente lettere dal Brasile da persone che vogliono sapere notizie sulla terra dei loro antenati. Una storia, si diceva, tratta da un libro che racconta quanto accadde alle molte famiglie italiane che si insediarono tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del secolo scorso nei pressi di San Paolo. Una copia del quale, appunto, è stata inviata anche a Favalli che, a sua volta, l'ha affidata alla biblioteca civica. Il titolo è "L'emigrazione italiana e la famiglia Carazza di San Joao del Rey": parte da notizie generali sul Brasile e sull'Italia, con una descrizione dei territori tra Cerea e San Pietro di Morubio. Ci sono foto d'epoca, mappe e diversi dati raccolti: sull'emigrazione in Brasile, ad esempio, quando dal 1861 al 1950 sono arrivati oltreoceano più d'un milione e mezzo di italiani, 232 mila dei quali nell'ultimo decennio del '800. C'è poi un lungo elenco di cognomi italiani, tra cui Bissoli, Bersani, Calvetti, Campolongo, Cipriani, Fazioni, Guerra, Marchiori, Quaglia, Salvatore, Spadini, Tarocco, Zanetti, Zuccari. Tutti ben conosciuti e ancora presenti nella Bassa. Il mittente delle lettere pervenute a Favalli, Omer Josè Ribeiro, marito di Cecilia Pellegrinelli e pronipote di Giuseppe Carazza, esprimendo in ogni suo scritto il desiderio di venire un giorno nel Veronese,aggiunge la trepidazione delle famiglie di avere la nuova edizione del libro monografico sul paese, che l'autore Favalli promette di mandare al più presto, oltre al desiderio di molti di avere la cittadinanza italiana. "Quello che ho potuto fare io è cercare in archivio parrocchiale, con la collaborazione di don Bruno Zuccari, i certificati di battesimo degli avi di alcune famiglie, per documentare l'origine locale", spiega Favalli. Lo stesso sindaco Gastone Vinerbini ha incoraggiato che vengano mantenuti i collegamenti e inviati materiali sulla cultura locale, sperando che veramente gli italo-brasiliani possano venire presto in Italia. Il problema non è assolutamente economico, dal momento che hanno buone condizioni di vita nel loro paese ed alcuni occupano importanti posti di lavoro. Come lo stesso Ribeiro: funzionario del governo brasiliano per l'import-export di carne. Ma la certezza che verrà quel giorno tanto atteso è nella storia che il libro racconta. Le prime famiglie che andarono in Brasile affrontarono un percorso marittimo di 12 mila chilometri, dal porto di Genova a quello di Santos,quindi a San Paolo allora capitale, e a San Joao del Rey. "Ricordate la canzone Mamma mia dammi cento lire…? –conclude Favalli. Erano quelli i soldi da spendere. Ma molti utilizzarono il sistema di vendita per procura: ossia lasciarono alcuni loro possessi come pagamento provvisorio al posto del denaro, in un secondo tempo riscattati da loro stessi o da parenti stretti con i soldi. In Brasile lavorarono la terra e si costruirono subito modeste abitazi; alcuni rimasero poco perché preferirono tornare in Italia. In coloro che sono rimasti però la nostalgia è sempre rimasta viva". Nel libro ci sono anche poesie e canzoni, con una pagina di dolore per la morte del re Umberto I il 31 luglio 1900, oltre a ricordi tristi per il dolore del trasferimento dall'Italia. E' tutto in un titolo: "La diffizil decisào de partir". La saudade, insomma, sembra essere un bene importato e non certo esportato dai brasiliani di oggi.