Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2004 - Vincitore: Lorenzo Tomasin

 

Nel Cadore segreto dei flagellanti medievali
(Vincitore del premio 2004)

Non solo corde e piccozza: tra gli itinerari possibili nelle amene lande del Cadore ce ne sono anche di meno faticosi di quelli di sesto grado superiore, ma non per questo, forse, meno avvincenti. Quello sulle tracce degli antichi Verberati, ad esempio, si percorre lungo qualche strada e pochi sentieri, ma soprattutto attraverso pagine e pagine di storia letteraria e culturale. Il movimento dei Battuti, o Disciplinati, o, appunto, Verberati (dal latino verberare ‘percuotere’), non è certo un fenomeno indigeno di queste parti, visto che a darvi inizio fu, verso la metà del Duecento, il perugino Ranieri Fasani. Dall’inquieto cuore dell’Italia da cui era irradiato anche – anzi, in contesti assai affini – il pauperismo francescano e in cui avevano ben attecchito le sconvolgenti profezie escatologiche del calabrese Gioacchino da Fiore, il movimento religioso dei flagellanti si diffuse rapidamente in tutta la penisola, sospinto dalle spettacolari processioni dei molti fedeli, religiosi e laici, che negli anni immediatamente successivi alla predicazione di Fasani e poi ancora per tutto il secolo XIV e fino al successivo, percorsero strade e piazze italiane riproducendo in vari modi – anche cruenti – le situazioni tipiche della Passione di Cristo. Dall’Umbria, i Disciplinati si sparsero verso sud, sulle montagne d’Abruzzo, e verso nord, sui colli della Toscana, per poi varcare gli Appennini e spingersi fino al Veneto, dove numerose comunità sorsero tra Venezia e Treviso (qui i Battuti divennero titolari del più importante convento-ospedale della città) e lungo la valle del Piave, fino alle montagne del Cadore, in cui si diffusero giungendo da un lato a San Vito, dall’altro a Sappada, diramandosi da lì verso la Carnia e il Friuli, terra ricchissima di simili tradizioni religiose. Alla base dell’eccitazione collettiva, una diffusa convinzione circa la necessità di fare penitenza (favorita dalla predicazione “apocalittica” di vari predicatori di ambiente francescano) esercitandola nei modi crudi dell’autopunizione, e la forza di suggestione che sulle masse avevano i testi (talvolta accompagnati da vere e proprie sacre rappresentazioni) delle Laude, componimenti tramandati dalle confraternite dei Disciplinati e fondati spesso sulla ripetizione di semplci moduli narrativi: la descrizione delle piaghe di Cristo, il pianto della Vergine, il lamento della Maddalena – temi, tutti, a cui il maestro riconosciuto del genere, Iacopone da Todi, aveva dato già alla metà del Duecento forma di veri e propri generi letterari.

Proprio nella valle del Boite, nel corso del Trecento i Disciplinati erano una presenza ormai stabile: organizzati in confraternite come quella di San Vito (attiva dagli anni Trenta del quattordicesimo secolo), i Verberati abbandonarono progressivamente gli eccessi della prima ondata e si trasformarono in confraternite pie, dedite in primo luogo all’erezione di chiese e cappelle dedicate alla Passione di Cristo: oltre ai numerosissimi esempi di altarini stradali dedicati al crocifisso o all’Addolorata, molti dei quali risalgono proprio all’epoca dei Disciplinati, varie tracce ne restano in giro per i paesi del Cadore, come a Damòs, villaggio nei pressi di Tai, dove un’antichissima chiesa con affreschi medievali relativi alla Passione (la si raggiunge anche da Valle, grazie a un recente sentiero che ripercorre l’antica Strada del Norico); o a Valcalda, presso Pieve di Cadore, dove la tradizione dei Disciplinati fu continuata dalle moderne confraternite cadorine, le Fradès, fino al secolo appena passato, come dimostra il Santuario del Cristo crocifisso, eretto sul luogo in cui, secondo la tradizione, nel Cinquecento un contadino disseppellì un crocifisso mentre arava il suo campo.

Il documento forse più significativo della vita dei Flagellanti cadorini, però, resta non in una chiesa, ma in un archivio comunale, ed fu tale da colpire, ancora alla fine dell’Ottocento, l’interesse e la curiosità di Giosue Carducci, affezionato frequentatore di queste zone. Fu proprio il Carducci – che oltreché poeta era anche un apprezzabile filologo – a scoprire, nel 1892, il Laudario dei Verberati di Pieve di Cadore, un piccolo codice manoscritto in pergamena conservato dal comune cadorino e contentente una raccolta trecentesca di Laudi riferibili all’attività dei locali Flagellanti. Le «Antiche laudi cadorine», così le intitolò Carducci in una sua pubblicazione divenuta ormai introvabile, sono un documento notevolissimo della vita religiosa e culturale del Cadore, nonché della sua storia linguistica, essendo scritte in un non facilissimo volgare cadorino del Trecento. Vi si ritrovano le situazioni tipiche della letteratura laudistica medievale, dal dialogo della Vergine col Cristo crocifisso (alla madre che piange sotto la croce, il Salvatore risponde: «No plançé [piangete], Sancta Maria, ché voy sé la mare mia: anderemo en Galilea; là m’avré per compagnone [per compagno]») all’invocazione dei fedeli, che laudano il crocifisso e si dichiarano partecipi dei suoi dolori; fino allo struggente dialogo tra la Maddalena e la madre di Cristo, nel quale la folla dei fedeli interloquisce e che è facile immaginare come una sorta di copione pronto ad essere utilizzato per rappresentazioni drammatiche inscenate dalla confraternita e simili a quelle tutt’oggi oggi in uso, anche tra queste montagne, in occasione della Settimana Santa. La materia per una Sacra rappresentazione c’è tutta: ed è probabile che a un simile uso sia stato adibito il laudario di Pieve di Cadore, che ci è giunto intatto, salva l’usura del tempo e i danni prodotti, forse all’epoca del Carducci, da qualche lettore troppo curioso, che per rendere più visibile la scrittura trattò le pagine con sostanze acide che hanno finito per macchiarle indelebilmente. Dalla crocifissione all’agonia, dalla morte alla deposizione e al trasporto nel sepolcro, le laudi cadorine descrivono la storia della passione fase per fase, affidando la narrazione ad un nutrito gruppo di personaggi, che comprende oltre ai Santi della tradizione, una folla di astanti e di comparse il cui ruolo principale è confortare la Vergine, deplorare i responsabili della morte di Cristo, innalzare canti ed inni. Le loro melodie, perse per sempre assieme al ricordo delle processioni dei flagellanti, le possiamo solo immaginare mentre echeggiavano tra le foreste di conifere della valle del Boite, in un Cadore ancora silenziosissimo ed immerso nella placida ma operosa marginalità che lo caratterizzò durante i secoli del Medioevo.

«Lo benigno to maestro

sula crose more, Christo:

lo to core mostra tristo

a ti como de’-se fare.»

Responsio Madalene:

«Oymè, vergene Maria,

sì n’è trista l’anema mia,

che morir alo’ voria

e ’l to figlolo acompagnare!»