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Il caffè freddo e le gite:
antichi rimedi anti-Caldo
Non è da meravigliarsi se le antiche cronache
venete, come ad esempio quella del Sanudo, dedichino molte pagine
angosciate al verificarsi di straordinarie ondate di freddo, mentre
tacciano quasi del tutto sul manifestarsi del caldo eccezionale che,
come ci assicura l’antico indizio dei proverbi popolari
(«San Lorenzo gran caldura, San Vincenzo gran fredura»),
doveva manifestarsi anche anticamente nelle stesse fastidiose forme che
assume oggi. Il motivo di tale diversità è molto
semplice: in un clima come quello della nostra regione, al riparo dai
più gravi episodi di siccità, il freddo estremo
costituiva un tempo un concreto pericolo per la sopravvivenza delle
popolazioni, mentre il caldo era al massimo un molesto inconveniente:
guai se un’estate era troppo fresca o piovosa, quindi troppo
povera di raccolto. Ben lo sanno i contadini descritti da Ruzante e
dalla letteratura pavana, che associano immediatamente la stagione
calda a lunghe sessioni di riposo sotto gli alberi e allo spasso delle
sagre di paese («venendo poi all’estate, a feste, balli e
pive, facendole tutte mi sono consumato», ammette il Betio di un
mariazo pavano cinquecentesco), mentre vivono con terrore il pensiero
del freddo, cui per secoli si è associata l’idea della
povertà e della fame.
In epoche prive o povere di tecnologia l’estate
è una formidabile alleata del lavoro, come mostrano le antiche
leggi in materia, i “capitolari” veneziani delle arti e dei
mestieri che, proprio come le antiche regole conventuali, prevedono
d’estate turni di lavoro più lunghi per effetto della
maggior durata della luce naturale, senza la quale quasi nessun lavoro
era possibile: così, i grandiosi cantieri navali
dell’Arsenale che Dante Alighieri visitò probabilmente
d’inverno restando colpito dal bollore della loro pece,
d’estate si animavano molto più presto che nella stagione
fredda e, forse dopo una pausa concessa nelle ore di maggior calura, si
assisteva alla scena dell’uscita degli arsenalotti dal portone
principale del complesso, che colpì gli artisti di varie epoche.
Per chi poteva permettersi di non lavorare, poi, l’estate e il
caldo erano, ieri come oggi, forieri di piacevoli diversivi:
così, per schivare la calura delle città in antico si
ricorreva più alla campagna che al mare, e intere famiglie
cittadine traslocavano durante tutta l’estate in amene ville sul
Brenta o lungo il Terraglio, che non era ancora arroventato dal
riverbero dell’asfalto. Se si aveva meno tempo a disposizione, il
buen retiro lagunare era poi, per eccellenza, l’isola della
Giudecca, che fino alla fine della Repubblica restò ricoperta di
ampie aree verdi prontamente sfruttate da chi cercava un po’ di
refrigerio: non senza una punta di moralistico risentimento, Giuseppe
Tassini ricorda nell’Ottocento come quest’isola fosse
ricoperta di «molte ortaglie... che si affittavano talvolta per
un giorno intero, ed ivi avevano luogo, specialmente nel secolo
trascorso, tresche, orge e baccanali».
E i ventagli? Oggi li consideriamo i più
rudimentali presidii contro l’afa, mentre nei tempi antichi li si
collegava meno direttamente all’estate ed al caldo, visto che gli
abiti strettissimi a cui le donne erano costrette dalla moda di qualche
secolo scorso rendeva consigliabile una continua ventilazione
d’inverno non meno che d’estate: più che contro la
calura, il ventaglio che Goldoni trasformerà in una famosa
commedia in un pegno d’amore e in un puro simbolo di passione,
era un valido aiuto contro svenimenti tutt’altro che inconsueti.
Né gli uomini potevano compiacersene, visto che la stessa moda
che imponeva busti e corpetti alle loro signore, sconsigliava ai maschi
l’uso delle maniche corte, che restavano appannaggio di
lavoranti, gondolieri, contadini e garzoni. Certo, i giovin signori
potevano girar per casa vestendo ampie e fresche palandrane di tessuto
sottile, e permettersi di degustare bevande rinfrescanti: in mancanza
di bibite gassate, pare che avesse successo il caffè freddo o in
forma di granita, visto che proprio ai caffettieri, in Venezia,
spettava l’appalto del commercio del ghiaccio, materia preziosa
che veniva accumulata in grotte sotterranee durante l’inverno; a
Venezia, lo si smerciava ad esempio in una calle vicina a San Lio, che
ancor oggi porta il nome di calle del giazzo.
E se tra gite alla Giudecca e partite di caccia
all’ombra dei canneti, la stagione più calda passava senza
troppi traumi tra i gentiluomini sedentari, il caldo estivo restava un
nemico insidioso per chi era costretto a viaggiare, sopportando lunghe
e penosissime trasferte a bordo di diligenze trasformate in forni: ai
primi dell’Ottocento, un utile opuscolo intitolato «Il
viaggiatore moderno» consigliava ai viaggiatori estivi di
«mettere sulle orecchie delle fraschette e tenere in bocca una
pallina di cristallo che leverà la sete; quindi agitarsi
mollemente intorno al viso un ramoscello di sambuco per iscacciare le
mosche». Rimedi fin troppo semplici, ma insostituibili in
un’epoca che non ha ancora inventato ventilatori elettrici
né aria condizionata di bordo. Stanchi e accaldati, i turisti di
un tempo vedevano come un miraggio il di un bagno, dei cui possibili
effetti negativi erano ben al corrente già gli antichi
trattatisti medievali, che consigliavano di trascorrere qualche tempo
in luogo fresco prima di immergersi nell’acqua.
Rimedi antichi come le parole con cui i Veneti di un
tempo, come quelli d’oggi, designavano il più molesto tra
i nemici estivi: la caldana, parola dialettale conosciuta già
dal dizionario del Boerio e formata da ‘caldo’ con un
suffisso spesso usato in senso peggiorativo (si pensi al suo ben noto
impiego col termine putta); di altri termini si è persa la
memoria, e pochi ormai sanno che nel veneziano del Medioevo, in cui si
diceva olto anziché alto e Boldo anziché Baldo (un
delizioso campo San Boldo esiste ancora, a Venezia, nel sestiere di
Santa Croce), anche il caldo si chiamava coldo: per la felicità
degli scolari di ogni tempo, già il buon Paolino Minorita,
autore medievale di un trattato sul buon rettore (cioè
governatore comunale) pervenutoci in un’antica redazione volgare
veneziana, raccomandava di risparmiare ai ragazzi la fatica dello
studio nella stagione più fredda e in quella più calda:
«è ben da vardar ke li fantolini no se apprexe (‘non
si impegnino’) tropo a studiar per tempo, e specialmente o en
gran coldo, o en gran fredo». Col caldo, insomma, studiare fa
male, e anche se non è scientificamente dimostrato, certo
è che, come aggiunge Paolino, lo diceva già Boezio.
Nessun alibi è migliore per il Pierino di turno.
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