Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2004 - Vincitore: Lorenzo Tomasin

 

Il caffè freddo e le gite: antichi rimedi anti-Caldo

Non è da meravigliarsi se le antiche cronache venete, come ad esempio quella del Sanudo, dedichino molte pagine angosciate al verificarsi di straordinarie ondate di freddo, mentre tacciano quasi del tutto sul manifestarsi del caldo eccezionale che, come ci assicura l’antico indizio dei proverbi popolari («San Lorenzo gran caldura, San Vincenzo gran fredura»), doveva manifestarsi anche anticamente nelle stesse fastidiose forme che assume oggi. Il motivo di tale diversità è molto semplice: in un clima come quello della nostra regione, al riparo dai più gravi episodi di siccità, il freddo estremo costituiva un tempo un concreto pericolo per la sopravvivenza delle popolazioni, mentre il caldo era al massimo un molesto inconveniente: guai se un’estate era troppo fresca o piovosa, quindi troppo povera di raccolto. Ben lo sanno i contadini descritti da Ruzante e dalla letteratura pavana, che associano immediatamente la stagione calda a lunghe sessioni di riposo sotto gli alberi e allo spasso delle sagre di paese («venendo poi all’estate, a feste, balli e pive, facendole tutte mi sono consumato», ammette il Betio di un mariazo pavano cinquecentesco), mentre vivono con terrore il pensiero del freddo, cui per secoli si è associata l’idea della povertà e della fame.

In epoche prive o povere di tecnologia l’estate è una formidabile alleata del lavoro, come mostrano le antiche leggi in materia, i “capitolari” veneziani delle arti e dei mestieri che, proprio come le antiche regole conventuali, prevedono d’estate turni di lavoro più lunghi per effetto della maggior durata della luce naturale, senza la quale quasi nessun lavoro era possibile: così, i grandiosi cantieri navali dell’Arsenale che Dante Alighieri visitò probabilmente d’inverno restando colpito dal bollore della loro pece, d’estate si animavano molto più presto che nella stagione fredda e, forse dopo una pausa concessa nelle ore di maggior calura, si assisteva alla scena dell’uscita degli arsenalotti dal portone principale del complesso, che colpì gli artisti di varie epoche. Per chi poteva permettersi di non lavorare, poi, l’estate e il caldo erano, ieri come oggi, forieri di piacevoli diversivi: così, per schivare la calura delle città in antico si ricorreva più alla campagna che al mare, e intere famiglie cittadine traslocavano durante tutta l’estate in amene ville sul Brenta o lungo il Terraglio, che non era ancora arroventato dal riverbero dell’asfalto. Se si aveva meno tempo a disposizione, il buen retiro lagunare era poi, per eccellenza, l’isola della Giudecca, che fino alla fine della Repubblica restò ricoperta di ampie aree verdi prontamente sfruttate da chi cercava un po’ di refrigerio: non senza una punta di moralistico risentimento, Giuseppe Tassini ricorda nell’Ottocento come quest’isola fosse ricoperta di «molte ortaglie... che si affittavano talvolta per un giorno intero, ed ivi avevano luogo, specialmente nel secolo trascorso, tresche, orge e baccanali».

E i ventagli? Oggi li consideriamo i più rudimentali presidii contro l’afa, mentre nei tempi antichi li si collegava meno direttamente all’estate ed al caldo, visto che gli abiti strettissimi a cui le donne erano costrette dalla moda di qualche secolo scorso rendeva consigliabile una continua ventilazione d’inverno non meno che d’estate: più che contro la calura, il ventaglio che Goldoni trasformerà in una famosa commedia in un pegno d’amore e in un puro simbolo di passione, era un valido aiuto contro svenimenti tutt’altro che inconsueti. Né gli uomini potevano compiacersene, visto che la stessa moda che imponeva busti e corpetti alle loro signore, sconsigliava ai maschi l’uso delle maniche corte, che restavano appannaggio di lavoranti, gondolieri, contadini e garzoni. Certo, i giovin signori potevano girar per casa vestendo ampie e fresche palandrane di tessuto sottile, e permettersi di degustare bevande rinfrescanti: in mancanza di bibite gassate, pare che avesse successo il caffè freddo o in forma di granita, visto che proprio ai caffettieri, in Venezia, spettava l’appalto del commercio del ghiaccio, materia preziosa che veniva accumulata in grotte sotterranee durante l’inverno; a Venezia, lo si smerciava ad esempio in una calle vicina a San Lio, che ancor oggi porta il nome di calle del giazzo.

E se tra gite alla Giudecca e partite di caccia all’ombra dei canneti, la stagione più calda passava senza troppi traumi tra i gentiluomini sedentari, il caldo estivo restava un nemico insidioso per chi era costretto a viaggiare, sopportando lunghe e penosissime trasferte a bordo di diligenze trasformate in forni: ai primi dell’Ottocento, un utile opuscolo intitolato «Il viaggiatore moderno» consigliava ai viaggiatori estivi di «mettere sulle orecchie delle fraschette e tenere in bocca una pallina di cristallo che leverà la sete; quindi agitarsi mollemente intorno al viso un ramoscello di sambuco per iscacciare le mosche». Rimedi fin troppo semplici, ma insostituibili in un’epoca che non ha ancora inventato ventilatori elettrici né aria condizionata di bordo. Stanchi e accaldati, i turisti di un tempo vedevano come un miraggio il di un bagno, dei cui possibili effetti negativi erano ben al corrente già gli antichi trattatisti medievali, che consigliavano di trascorrere qualche tempo in luogo fresco prima di immergersi nell’acqua.

Rimedi antichi come le parole con cui i Veneti di un tempo, come quelli d’oggi, designavano il più molesto tra i nemici estivi: la caldana, parola dialettale conosciuta già dal dizionario del Boerio e formata da ‘caldo’ con un suffisso spesso usato in senso peggiorativo (si pensi al suo ben noto impiego col termine putta); di altri termini si è persa la memoria, e pochi ormai sanno che nel veneziano del Medioevo, in cui si diceva olto anziché alto e Boldo anziché Baldo (un delizioso campo San Boldo esiste ancora, a Venezia, nel sestiere di Santa Croce), anche il caldo si chiamava coldo: per la felicità degli scolari di ogni tempo, già il buon Paolino Minorita, autore medievale di un trattato sul buon rettore (cioè governatore comunale) pervenutoci in un’antica redazione volgare veneziana, raccomandava di risparmiare ai ragazzi la fatica dello studio nella stagione più fredda e in quella più calda: «è ben da vardar ke li fantolini no se apprexe (‘non si impegnino’) tropo a studiar per tempo, e specialmente o en gran coldo, o en gran fredo». Col caldo, insomma, studiare fa male, e anche se non è scientificamente dimostrato, certo è che, come aggiunge Paolino, lo diceva già Boezio. Nessun alibi è migliore per il Pierino di turno.