Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2004 - Vincitore: Lorenzo Tomasin

 

Dal Latino Venerius a venier. La storia dei nostri cognomi

Nomi e cognomi: ossia, un’antica storia veneziana. «I primi tra gli Italiani ad aver aperto la strada all’uso dei cognomi furono i Veneziani»: la formulazione, lapidaria, è già di Ludovico Antonio Muratori, il maestro dell’erudizione settecentesca che con illuministico rigore lasciava aperta la questione dell’origine di tale uso: «o – aggiungeva altrove – trassero tale uso dai Greci, o lo ereditarono, mantenendolo in vita, dagli antichi Romani». Di fatto, mentre la quasi totalità dell’Europa medievale indicava gli uomini di ogni ceto con un nomen unicum (che poteva essere Martino o Giovanni, in omaggio a un Santo, oppure Orlando o Olivieri, in ricordo di qualche eroe delle antiche leggende cavalleresche), al quale si aggiungeva eventualmente la provenienza, la professione o il nome del padre e, nel caso, il titolo nobiliare, a Venezia si affermava assai per tempo un sistema molto simile a quello dell’odierno nome e cognome. Sulla storia dei cognomi veneziani si soffermò qualche decennio fa il grande filologo Gianfranco Folena, che chiarì forse definitivamente il mistero dell’origine di tale uso. Per capire come si chiamassero i veneziani, Folena si servì di alcuni documenti medievali di particolare utilità per questo tipo di studi, come ad esempio le liste di sottoscrittori di antichi documenti notarili nei quali le circostanze prevedessero un gran numero di intervenienti o di testimoni; e ancora, gli elenchi di partecipanti ai più importanti organi decisionali dell’ancor giovane Repubblica marinara, in primo luogo il Maggior Consiglio. Muratori aveva ragione: l’affermazione di un sistema nominale di tipo moderno, che prevedeva nome di battesimo e secondo nome apparentemente “ereditario”, cioè trasmesso di padre in figlio come un vero cognome, era a Venezia una costante che non riguardava solo le classi sociali più alte: così, accanto agli altisonanti Fuscari (modernamente Foscari), Contareni (cioè Contarini) e Gradonico (cioè Gradenigo) di un documento del 1090, troviamo anche i Ganbasirica e i Papaciza (cioè ‘pappa ciccia’), cognomi evidentemente derivanti da soprannomi. Tra le due ipotesi lasciate aperte dal Muratori, cioè le possibili provenienza greca o latina di questo sistema, a quanto pare la più probabile è la seconda, cioè una qualche forma di continuazione parziale del sistema nominale latino (che, come c’insegnano i nomi di Marco Tullio Cicerone e di Quinto Orazio Flacco, prevedeva oltre al nome individuale e a quello della gens, un ulteriore soprannome). Che alcuni tra i più antichi nomi familiari veneziani siano d’origine latina, d’altra parte, sembra confermato dalla presenza, già nei più antichi documenti veneziani, di appellativi come Quirinus (da cui l’ancora vivente e ben ramificata famiglia Querini) o Venerius (da cui i Venier), la cui originaria “latinità” è davvero difficilmente contestabile. Insomma, anche nella conservazione di antichi gentilizi romani, Venezia avrebbe mantenuto un’eredità derivantegli, probabilmente, dalla “latinità” dei suoi primi fondatori, in una linea di suggestiva continuità della quale i veneziani moderni non avrebbero cessato di vantarsi, appellandosi alle leggendarie origini della loro città.

La vicenda dei cognomi veneziani ebbe un ulteriore sviluppo nel corso del basso medioevo, durante il quale la vivace crescita demografica della popolazione indigena causò in Laguna un fenomeno simile a quello che si ripresenta simile, ancor oggi, in un centro come Chioggia. I cognomi, a cui si associava un insieme sempre più ristretto e ripetitivo di nomi di battesimo (che erano ispirati perlopiù a quelli dei santi più “prestigiosi”, oppure ripetevano volontariamente quello di un avo), divennero del tutto insufficienti ad evitare i casi di omonimia. Così, mentre nel corso del Duecento il sistema cognominale moderno cominciava ad affermarsi in varie altre zone d’Italia (soprattutto nelle aree urbane, in cui le condizioni socioeconomiche rendevano più necessario questo processo), a Venezia si impose, soprattutto per le ampie e ben ramificate famiglie della nascente aristocrazia cittadina, il bisogno di aggiungere un soprannome all’ormai consolidata coppia di nome e cognome. Tale soprannome aveva uno statuto inizialmente incerto: tendeva cioè a riferirsi alla singola persona, e in alcuni casi costituiva chiaramente un puro e semplice “nomignolo” riflettente caratteristiche fisiche (come verzo ‘guercio’, zoto ‘zoppo’, rizo ‘riccio’, da cui il cognome anche moderno Rizzo) o morali, spesso espresse da paragoni con animali (troviamo così la bespa ‘vespa’, il cane, il bo ‘bue’, lo stambeco e persino il musolin ‘moscerino’); ma in alcuni casi, il soprannome poteva riferirsi a un intero ramo familiare, prefigurando quel modo di indicare gli appartenenti alle famiglie gentilizie veneziane che continuerà ad essere impiegato nei secoli successivi. Ancora in epoca moderna, in effetti, ai nomi nobiliari veneziani (Barozzi, Bembo, Foscarini, Zorzi e così via) si soleva aggiungere quello di una parrocchia (da Santa Maria Formosa, da San Moisè, da San Polo…) per indicare il ramo della famiglia, corrispondente alla contrada veneziana in cui esso aveva la sua dimora. E i cognomi oggi più diffusi? Strano a dirsi, ma nei documenti veneziani più antichi non c’è quasi traccia di alcuni dei cognomi oggi più diffusi in città: così, i Vianello e gli Scarpa, i Busetto e ancor più gli universalmente diffusi Rossi presero piede in età più recente, quando il sistema di indicare nome e cognome divenne ancora più stabile e inalterabile. Grazie a sommovimenti migratori e mescolanze familiari che fecero proliferare la varietà dei cognomi, a Venezia l’uso dei soprannomi “a scopo distintivo” decadde presto, perlomeno nell’uso ufficiale: restò molto viva, come è noto, in alcuni ambienti sociali e in piccole comunità nelle quali il problema dell’omonimia continuava a rappresentarsi, dando spunto allo scatenarsi di una fantasia popolare che fa dei nostri, cognomi e soprannomi una fonte inesauribile di curiosità e di