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I proverbi che parlano di Festa
Nella civiltà del panettone e della tredicesima (per chi ce l’ha, la tredicesima...), il Natale è sinonimo di festa, di riunioni di famiglia, di sospirate seppur brevi vacanze. E di alberi illuminati, babbi Natale, presepi e tutto l’armamentario di riti e di simboli di una festa che ci sembra ormai di celebrare da sempre nello stesso modo. Non è così, naturalmente, e basta riascoltare o rileggere le testimonianze della nostra antica cultura popolare per renderci conto che nel Veneto contadino di un tempo il Natale si associava, nell’immaginario collettivo, a nozioni e a desideri che oggi sono quasi del tutto dimenticati. Festa, è sempre stata: per accertarsene, basta scorrere i calendari delle festività da osservare nel lavoro, che fin dal Medioevo indicano il giorno della Natività di Cristo come data sacra: «el dì de Nadal», assieme alla «Pasca tofanìa» (cioè all’Epifania: «Tofania» deriva dalla parola greca teophania che significa «manifestazione di Dio») sono sempre stati giorni di astensione dal lavoro e di celebrazione di riti religiosi. Il periodo che li separa era però, come ci mostrano inequivocabilmente i molti antichi proverbi veneti che lo riguardano, una stagione cruciale per chi lavorava i campi, per chi viveva l’inverno come il periodo più lungo, difficile e pericoloso dell’anno, per chi dai campi innevati aspettava un prodotto senza il quale, c’era poco da fare, di fame si poteva ben morire. Inutile cercare negli almanacchi proverbi come quello oggi spesso ripetuto «Natale con i tuoi, Capodanno (o Pasqua) con chi vuoi»: la saggezza dei vecchi contadini – per i quali la festa in famiglia era più un dato di fatto che una scelta – non si preoccupava tanto di stabilire quando si potesse andare a sciare, e scrutava piuttosto il cielo e la terra per cogliere i segni della prosperità o della miseria future. Così, dai monti del Cadore fino alla Bassa padana, a quanto pare su un punto concordavano tutti: a Natale deve far freddo, e possibilmente deve nevicare, perché un Natale caldo o piovoso è foriero di sventure; le varianti del proverbio nazionale «sotto la neve pane, sotto la pioggia fame» si ritrovano così in tutto il Veneto, spesso con esplicito riferimento al Natale, considerato come il vero e proprio “termometro” di tutta la stagione. Si va dal generico «Dicembre nevoso, anno fruttuoso» al più minaccioso «de Nadal al sol, de Pasqua al fogo», quest’ultimo allusivo di un teorema metereologico che i nostri antenati ritenevano incrollabile ed enunciavano in mille modi. Se fa caldo a Natale, c’è poco da stare allegri: e la saggezza bellunese arrivava addirittura ad estendere la nozione sui mesi successivi, in una formula perentoria: «se dicembre no decembriza, genaro no genariza, febraro no febrariza, marzo decembriza, genariza e febrariza». Insomma, il freddo (e i geloni che esso portava in dote agli abitatori di case senza riscaldamento centralizzato) prima o poi si sconta, ed è meglio diluirlo lungo l’inverno che ritrovarselo in primavera. A compensazione, almeno parziale, della necessaria sofferenza imposta dal gelo, Natale era nella civiltà contadina la sospirata stagione in cui si ammazzava il porco (numerosi accenni a quest’usanza si trovano già nelle poesie popolareggianti del quattro-cinquecento): «fin a Nadale magnemo verze e rave», si diceva alludendo alla dieta tutt’altro che opulenta dell’inverno contadino, che a fine anno si arricchiva, sia pure parcamente, del suino appena macellato, le cui carni raramente duravano fino al Natale successivo. Sempre che ci fossero, ovviamente: certo, il maiale non è una di quelle cose che, a proposito di proverbi, «dura da Nadal a Santo Stefano» (espressione proverbiale per la transitorietà delle cose umane) ma un ancor più crudele proverbio delle nostre parti predica senza mezzi termini che «da San Martin a Nadale ogni poareto sta male», cioè che il tempo dell’Avvento è per il povero il punto più basso della miseria, che ai cronici disagi economici aggiunge quelli di un clima impietoso. Ma se è vero che proprio per i poveri Cristo è venuto a quest o mondo, bisogna pure che il Natale segni l’inizio di una pur lenta ripresa. E qui si dispiega, nella sua fantasiosa raggera, una raffica di proverbi e di detti popolari che descrive nel modo più poetico il fenomeno dell’accorciarsi (fino al 21 dicembre, solstizio d’inverno) e del riallungarsi delle giornate: se tra le montagne del Bellunese a quanto pare usava dirsi che «da Nadal le zornade cresce ’n piè de ’n gal, de Pasqueta un’oreta, de San Biasi doi ore quasi», per trovare la versione più bella del proverbio sul piede del gallo bisogna guardare verso il Friuli e la Carnia. «A Nadal un pit di gial, a prin da l’an un pit di cian, e Pifanie un pit di strie»: indispensabile la traduzione: «A Natale un piede di gallo, a capodanno un piede di cane, all’Epifania un piede di strega», è il ritmo sempre crescente con cui il tiepido sole d’inverno riconquista il cielo di dicembre e di gennaio, preannunciando ai contadini la fine di una stagione a cui solo la primavera ancor lontana saprà rendere giustizia. «Da Santa Luzia el fret se invia, da Nadal nol fa fal, da Sant’Antoni el ghe fa tremà le barbe ai òmi»: a metà gennaio, la festa di Sant’Antonio abate sembra chiudere il tempo, iniziatosi ai primi di dicembre con la festa di Santa Lucia («A Santa Lussia el fredo crussia», cioè ‘il freddo cruccia’) in cui il freddo morde di più. Un freddo secco, di cui ancora una volta il contadino soffre e si rallegra insieme: «Fredo secco de zenaro, sachi pieni nel granaro» (con innumerevoli varianti, si può dire una per ogni dialetto), con la necessaria raccomandazione, però, a non essere troppo generosi: «ma no darghelo ai parenti, né ai ministri competenti». Insomma, se per i ricchi di oggi le Feste sono diventate il tempo della generosità, per i poveri di ieri (e di sempre) sono il tempo in cui più deve esercitarsi la sparagnina lungimiranza di chi vive alla giornata, o alla stagione. Il «vilan» scaltro e fortunato, d’altra parte, sarà presto premiato nella sua avvedutezza, e seguendo un calendario in cui i giorni sono ancora i nomi dei Santi, il giorno di San Bovo (cioè il 2 gennaio) «se rompe el primo ovo». Anno nuovo, vita nuova: se dell’atavica civiltà contadina abbiamo perso ormai quasi ogni ricordo, in comune con gli antichi ci resta l’inevitabile bagaglio di speranze che porta con sé un anno che termina, e quello nuovo che inizia.
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