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Sars del settecento: Così la serenissima combatteva la peste
Chi vuol conoscere i metodi migliori per difendersi dalle pestilenze, dia ascolto al Boncio, e sfogli le Leggi di Sanità della Repubblica di Venezia, raccolte nella seconda metà del Settecento dal cogidor dell’Avvocato Fiscale Gian Antonio Boncio in cinque grossi tomi manoscritti oggi conservati all’Archivio di Stato di Venezia: il primo è stato ripubblicato nel 1998, e ad esso sono seguiti gli altri, fino al quarto, che è fresco di stampa per i tipi di Neri Pozza e grazie a un finanziamento della Regione Veneto. Il momento non poteva essere più opportuno per una simile pubblicazione: in Cina e in Canada, a quanto raccontano i cronisti, le copie della Peste di Camus e delle opere di Tucidide vendono come il pane; assediata dalla nuova pestilenza della Sars, la gente vuole leggere, vuole specchiare le sue paure in quelle dei grandi autori del passato. Da noi, la Sars sembra un incubo ormai stornato, ma è possibile che più di qualcuno, in questi giorni, si presenti in libreria o frughi nella biblioteca di casa alla ricerca delle pagine “pestilenziali” della nostra letteratura. E della nostra storia, visto che proprio nel Veneto, e in particolare a Venezia, del “flagello di Dio” parlano pochi poeti, ma molte suggestive pagine di antiche leggi e di memorie.
Dal latino Lucrezio al “volgare” Boccaccio (il cui Decameron è ambientato proprio durante la peste che, irradiando da Genova e da Venezia, raggiunse nel 1348 anche la sua Firenze), fino al Manzoni che tutti hanno letto sui banchi di scuola, stampandosi nella memoria la pagina sulla madre di Cecilia o quella sugli Untori. E se, a differenza di quanto accadde un anno e mezzo fa con l’artificiale e terroristica pestilenza dell’antrace, ancora nessuno ha parlato di malvagi “untori”, sarà difficile non ripensare alla disavventura milanese di Renzo Tramaglino, che in un famoso passo del romanzo si accosta a «un cristiano» per chiedergli informazioni, viene preso per un diffusore del morbo e rischia di passarsela proprio brutta: «se mi s’accostava un passo di più – dice il milanese sospettoso – l’infilavo addirittura, prima che avesse tempo d’accomodarmi me, il birbone».
Nessuno «scatolino dell’unto» o «involtino della polvere» come quello degli untori manzoniani sembra girare nei nostri aereoporti, ma la psicosi è scattata a tutti i check out, e se in Giappone si sono attrezzati con speciali visori coi quali si individuano i passeggeri con la febbre alta, è possibile che negli aereoporti “nordestini” vengano ripescate le antiche norme elaborate dalla Repubblica Veneta per far fronte ad uno dei maggiori pericoli che necessariamente minacciano una città di mare, tanto più se si tratta della porta europea verso l’Oriente. E se nella Milano spagnola descritta nei Promessi Sposi trionfa la superstizione e la caccia alle streghe, la storia di Venezia mostra una Serenissima più equilibrata e pragmatica nella lotta ad un male che non si può curare ed è perciò indispensabile prevenire, arginare, isolare, con tutti i mezzi messi a disposizione da una civiltà ancora pre-scientifica. Così, la rubrica sulle pestilenze delle Leggi di sanità si apre con un decreto che invita il Patriarca a far fare «orazioni da tutti li monasteri e luoghi religiosi per intercedere da Dio Signore la liberazione a questa città dalla peste». Il decreto è del 1468 e la dice lunga sull’impotenza dei mezzi umani di fronte all’infuriare dell’epidemia. In effetti, il segno più vistoso lasciato dalla peste seicentesca su Venezia è il grandioso tempio, la Basilica della Salute, eretto dai Dogi in onore dell’unico Medico (quello celeste) che si riteneva capace di liberare dal male. Ma davanti alla peste, i nostri avi non si limitavano alla preghiera: quando ancora l’Organizzazione mondiale della Sanità era di là da venire, il Governo Veneto disponeva di un’efficientissima rete di “medici condotti” sparsi in città e nel dominio di Terraferma, che assieme ai parroci e ai curati avevano, tra gli altri, il compito di vigilare incessantemente sullo stato di salute dei cittadini, segnalando tempestivamente qualsiasi focolare di epidemia. Così, nel 1575 fu possibile (ma troppo tardi, a dire il vero), individuare il punto preciso da cui si era irradiata una pestilenza: la casa di un tal Vincenzo Franceschi di San Marziale, in cui era stato ospitato un Trentino risultato poi portatore del morbo.
I rimedi messi in atto in queste circostanze erano tanto drastici quanto, spesso, utili: si prescriveva ad esempio che le «case, nelle quali fosse morto o levato alcun infetto, stieno sequestrate per giorni 40; chi fosse stato in qualche casa per una volta e dopo venisse questa sequestrata, s’intendi interdetto per giorni 8»; interdetti i medici curanti, interdetti i sacerdoti che portano i Sacramenti agli appestati. Interdette le case e talvolte intere strade, come la Corte di Ca’ Mocenigo a S. Cassiano nel 1490, le chiovere di S. Alvise nel 1576, la contrada di S. Lucia nello stesso anno, tutte le zone “infette” venivano bollade, cioè sigillate, e piantonate da guardie. Le case contagiate «sieno fatte nettar, scoppar e proffumar da barcaroli, barche negre del Lazzaretto Nuovo»: ben prima del tempo in cui Manzoni ambientò il corrusco finale del suo romanzo, uno anzi due lazzaretti erano già sorti a Venezia (il più antico è del 1423), prima città del mondo ad attrezzarsi con speciali aree di rispetto e di isolamento.
E se oggi si discute sull’utilità di mascherine e altri elementari mezzi di profilassi, le stampe antiche ci mostrano “medici in prima linea” avvolti da improbabili scafandri di panno, con monumentali maschere a becco d’uccello che li fanno rassomigliare a gentiluomini mascherati per il carnevale. In mancanza di meglio, si agiva così. E per evitare che la malattia fosse solo un vergognoso portato della miseria, si incaricava il Magistrato della Sanità a rifornire a tutti i poveri mozzi della marina veneta «capotti..., abiti da inverno... calze e scarpe», e ancora «un strappontino e schiavina», «papuzze». Più che pubblica carità, oculata politica della Salute: conclusa l’epoca del Magistrato alla Sanità, saranno gli anni della Morte a Venezia di Thomas Mann, in cui la comparsa dei vibrioni in Laguna viene tenuta nascosta dall’autorità, con tragiche conseguenze per la salute pubblica. La storia si ripete.
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