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La festa di Venezia risorta dalla peste
Varie volte, nella storia, a Venezia è capitato di vedersela davvero brutta. Vuoi che il pericolo venisse dai pirati della Dalmazia o dai Turchi, vuoi che a minacciarla fosse l’acqua delle mareggiate o il fuoco dei troppi incendi divampati in riva al Canal Grande, vuoi che la pestilenza si abbattesse su una delle città più esposte ai contagi, crocevia di navi e di mercanti e quindi di temibili morbi. Eppure, ogni volta – in passato, almeno – una mano che i Veneziani ritenevano venisse dal cielo giungeva a liberarli e a rinnovare il prodigio di una città che sempre, dopo le sciagure, rinasce più bella e più forte, tanto da fare della fenice, uccello della palingenesi, il suo secondo simbolo dopo il leone alato. E non sarà un caso se proprio al Redentore, cioè a colui che risorge, i Veneziani si votarono in quel lontano 1576. L’anno della pestilenza (una delle tante, forse la più grave), che dilagò in città partendo da una casa della parrocchia di San Marziale e diffondendosi forse con l’aiuto dello scetticismo dei medici chiamati a consulto dalla Signoria, i quali si facevano in quattro non per vincere il morbo, ma per dimostrare che il contagio non esisteva e il pericolo era solo apparente, nulla più che un fuoco di paglia. Ci mise un po’, il Senato, a capire che di quei medici bisognava sbarazzarsi, ed allestire piuttosto un nuovo Lazzaretto, da aggiungere a quello già istituito nel secolo precedente. Davanti a San Marco, venne eretta una forca permanente per ricordare ai cittadini che le leggi dello stato d’emergenza andavano osservate scrupolosamente, pena la morte; e una nave militare iniziò a far la spola tra il molo e l’isoletta della disperazione, su cui Venezia perse migliaia dei suoi buoni cittadini, in una falcidie che si accanì sui poveri gondolieri e sui patrizi, sui mercanti e sugli artisti, come il cadorino Tiziano, che proprio da quella peste fu ucciso. Né più fortunato fu Francesco Sansovino, che ebbe salva la vita ma perse l’amata figlia Aurora, di soli undici anni. Dove la scienza medica aveva fallito, s’insinuò la pietà religiosa, e per ordine del Patriarca l’intera cittadinanza s’inginocchiò per chiedere la liberazione dal contagio.
E la grazia fu impetrata: nel 1577 la Repubblica liberata dalla peste decise di innalzare un tempio in segno di ringraziamento per la liberazione dalla peste. Stabilirne l’ubicazione non fu semplice: se il procuratore Paolo Tiepolo proponeva di innalzare la nuova chiesa accanto al convento dei Gesuiti, affidando loro la custodia della chiesa, il nobile Leonardo Donà (che diverrà poi Doge) contropropose di puntare sull’isola della Giudecca e sul modestissimo convento dei frati Cappuccini. Due gli argomenti decisivi in favore del Donà: il fatto che alla Giudecca, allora occupata quasi solo da giardini e da orti usati per spassose scampagnate, si sarebbe potuto costruire con maggiore agio; e inoltre, essendo quello cappuccino un ordine povero, il mantenimento del complesso sarebbe stato meno costoso per lo Stato (probabile, comunque, che a influire sulla scelta fosse il sospetto con cui già allora molti nobili veneziani guardavano alla Compagnia di Gesù, divenuta ben presto strumento dell’ingerenza papale negli affari di Stato).
Il progetto, com’era ovvio, fu affidato al vecchio Palladio, che però si limitò a disegnarlo, e morì prima ancora che l’edificio fosse completato. I fedeli, però, avevano fretta e non si poteva aspettare la fine dei lavori per iniziare festeggiamenti e rendimenti di grazia. Così, nel luglio del 1578 in soli quattro giorni, un ponte di barche, con un arcata centrale costruita per consentire il passaggio delle gondole, congiunse Piazza San Marco alla Giudecca, consentendo il passaggio del Patriarca, della Signoria e delle migliaia di fedeli che si riversavano sul luogo scelto per l’erezione della chiesa, dove provvisoriamente era stato eretta una cappella provvisoria, in legno ricoperto di fronde d’alloro e di bandiere di San Marco.
Fosse il sollievo dell’aver vinto la peste, fosse la facilità con cui, grazie al ponte di barche, chiunque ora poteva raggiungere gli ameni giardini della Giudecca fino ad allora appannaggio dei nobili e delle loro non sempre oneste accompagnatrici, la festa del Redentore finì per essere ripetuta di anno in anno perdendo gran parte del suo originario carattere religioso: già verso la fine della Repubblica, i festeggiamenti venivano prolungati per tutta la notte. A quanto pare, l’usanza dei rinfreschi in barca sul bacino di San Marco è più recente, visto che all’epoca della Serenissima la Giudecca offriva spazi verdi a sufficienza per l’allestimento di rudimentali ristoranti all’aperto, nei quali pare fosse particolarmente apprezzato il pollo arrosto, e di improvvisati pic-nic sull’erba in cui, durante la notte famosissima, i popolani potevano festeggiare fianco a fianco con dame e cavalieri, come racconta la testimone forse più entusiastica della sagra del Redentor, la nobile Giustina Renier Michiel che, ai primi dell’Ottocento, rimpiangeva i fasti della notte famosissima nel suo libro dedicato all’origine delle feste veneziane, e registrava tristemente l’abbandono, dopo la fine della Repubblica, di una delle più gioiose tradizioni estive veneziane. E pensare che nell’anno dopo la peste, notava Giustina, «la folla di gente di ogni condizione apparve sì sterminata, come se ne’ due precedenti anni non fosse morto alcuno, ma piuttosto fossero stati introdotti nuovi abitanti a lustro maggiore della città». Come il carnevale e come le molte altre cerimonie civili, religiose o semplicemente folkloristiche che nei secoli avevano affollato il calendario veneziano di feste, anche il Redentore vive nell’Ottocento una stagione di oblio per ritornare in auge nel secolo scorso, che lo consacra come festa autenticamente veneziana perché al riparo, più di altre, dalla totale turisticizzazione di molti eventi. I turisti ci sono, ma per una volta mischiati a una folla di lagunari autentici: festa delle barche e dei fuochi d’artificio, la vecchia “sagra” del Redentore impreziosisce per una notte la conca del bacino di San Marco e trasforma in un palcoscenico (con un pubblico che oggi arriva a trentamila persone) una Giudecca non più ricoperta di verde ma sempre simile a quella rimpianta da Giustina Renier, con «le strade, le fondamenta, i giardini empiti di quelle cucine ambulanti, e di quelle semplici e gaie brigate, nelle quali nulla avevavi che turbasse l’innocente piacere».
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