Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2005 - Articoli: Marco Bevilacqua

 

Il multiplex modello Nordest

Lo chiamano già l'“architetto dei multiplex”, ma a lui la definizione va stretta. Andrea Viviani, quarantenne padovano, ne ha già firmate tre, di multisale per il cinema, e grazie a questo si sta ritagliando una bella fetta di notorietà fra gli addetti ai lavori. Dopo quelli di Silea (2000), Pradamano di Udine (2002) e Trieste (2003), ora sta lavorando al progetto del nuovo Cinecity che sorgerà a Padova, in zona Limena, entro poco più di un anno. Un colosso di 12mila metri quadrati, con 16 sale per 3500 posti, che secondo i programmi dovrebbe aprire i battenti per il Natale del 2005.

Specializzato nella progettazione di spazi pubblici come uffici, ristoranti, negozi, è grazie soprattutto ai cinema che Viviani ha già ricevuto numerosi premi, fra cui, nel 2003, la medaglia di bronzo del ministero dei Beni culturali ai benemeriti della cultura italiana e il premio “Medaglia d'oro all'architettura italiana” indetto dalla Triennale di Milano.

Architetto, vuole monopolizzare la progettazione dei multiplex del Nordest?

«No, per carità. Direi piuttosto che questo particolare ambito rappresenta una tappa importante del mio percorso professionale. Tutto è partito, qualche anno fa, da un'intuizione di Gianantonio Furlan, amministratore delegato di una società, la Furlan Cinema e Teatri di Mestre, che da tre generazioni opera in questo settore. È stata sua l'idea di diversificare l'offerta delle multisale rispetto ai format in uso, per intenderci quelli di colossi internazionali come Warner, Pathé, Ucg, Uci».

Cosa intende per “diversificare”?

«I multiplex in genere sono progettati in serie, secondo un preciso schema estetico e funzionale che si rifà a un modello consolidato, replicabile ovunque e all'infinito. Furlan voleva creare una rete di multisale molto caratterizzate, con soluzioni riconoscibili sotto il profilo della contemporaneità dell'architettura e degli arredamenti».

E ha trovato lei…

«Diciamo che mi ha conosciuto attraverso realizzazioni precedenti. Da una quindicina d'anni mi sono specializzato nella progettazione di locali pubblici, come i circoli Arci. Furlan ha visto uno di questi lavori e mi ha contattato. Il progetto del Cinecity di Silea è nato così».

Cosa caratterizza i vostri multiplex?

«Cerchiamo di realizzare una sintesi fra le potenzialità offerte dalla progettazione al computer, l'uso di materiali innovativi (corian, teli di pvc retroilluminati, pannelli sandwich di alluminio) e l'applicazione di sistemi di illuminazione che si richiamano l'opera di maestri dell'arte contemporanea come Dan Flavin, quello dei tubi fluorescenti colorati».

Ma ha senso continuare a concepire delle megasale che rischiano di congestionare il traffico e di svuotare di socialità i centri storici?

«Guardi che spesso, almeno nel Nordest, i gestori dei multiplex e delle vecchie monosale sono gli stessi. È chiaro che fanno le loro scelte economiche e, in mancanza di un indirizzo culturale e urbanistico preciso da parte di chi deve amministrare il territorio, non si può pretendere che siano loro a farsi carico dei problemi delle città».

Ci parli del nuovo Cinecity di Padova.

«L'idea principale è stata quella del contenimento dell'impatto ambientale. La progettazione è stata orientata a un potenziale recupero. Oggi continuano a sorgere grandi strutture, ma nessuno pensa a che cosa accadrà quando non serviranno più per l'uso per cui sono nate. Fra vent'anni ci saranno ancora i multiplex? Se così non sarà, bisognerà ripensare spazi enormi. Tanto vale farlo fin da adesso».

Che aspetto avrà la nuova multisala?

«L'edificio, costruito tutto con materiali riciclabili, dovrà dare l'idea di una sorta di foresta pietrificata. I fronti laterali avranno il cemento in rilievo, a forma di tronchi accostati e colorati in verde-rame. Verso la facciata le pareti esterne saranno rivestite di legno vero, fino al frontale. Sopra agli ingressi pianteremo un migliaio di gelsomini rampicanti che fioriranno in primavera. L'obiettivo è quello di ridurre l'effetto “scatola” di una volumetria così ampia, che deve allontanarsi il più possibile dall'idea di capannone industriale».

Qual è il suo sogno nel cassetto?

«Vorrei che l'architettura contemporanea trovasse finalmente spazio in realtà urbane fortemente compromesse come quelle venete. A Padova, ad esempio, manca ancora un auditorium. Se ne parla da anni, ma finora siamo ancora nella nebbia. Ho letto che Mario Botta vorrebbe regalare il progetto al Comune. Ma perché nessuno ha pensato di indire una gara internazionale, come si fa in tutte le grandi città europee?».

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