Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2005 - Articoli: Nicoletta Canazza

 

Santuari, sacri monti e montagne sacre

Monselice, 1-2 aprile 2005

1. Il progetto

Un percorso tra i Monti sacri, sacri monti e santuari del Veneto caratterizzato dal comune elemento dell'ascesa come avvicinamento o conquista del sacro. Il tema del convegno internazionale tenutosi a Monselice l'1 e 2 aprile scorso ha richiamato studiosi d'arte, di storia e di religione, e rappresentanti dell'Unesco, tutti impegnati a confrontarsi sull'evoluzione dell'esperienza del santuario d'altura. L'obiettivo era ambizioso: accertare, attraverso lo studio dei casi veneti, l'esistenza di uno specifico del territorio; un percorso ideale con valenze sia religiose che culturali e turistiche per il quale chiedere il riconoscimento all'Unesco di bene patrimonio dell'umanità sull'esempio di quanto già ottenuto dai santuari d'altura lombardo piemontesi.

Nel Veneto esistono diversi monti sacri. In particolare, il percorso oggetto del convegno ne ha presi in considerazione sei, ognuno con proprie specificità, ma accomunati da un itinerario devozionale che si sviluppa in ascesa: oltre al Santuario delle Sette chiese di Monselice, quelli di Monte Berico a Vicenza, di Santa Maria del Monte a Teolo, di Monte SUmmano a Santorso (Vicenza), Santissimi Vittore e Corona a Feltre (Belluno) e San Francesco di Paola a Revine Lago (Treviso).

“I sacri monti dell'arco alpino – afferma Giovanni Bellucco, assessore comunale alla cultura della Città della Rocca – rappresentarono una sorta di linea Maginot verso l'Europa della Controriforma, dalla Svizzera calvinista alla Germania luterana. Nel Veneto, in particolare, si radicarono nella devozione popolare e nel tessuto urbano trasformandosi, come a Monselice, nel punto di riferimento dell'intera comunità della Bassa. Il riconoscimento dell'Unesco non porterebbe finanziamenti diretti, ma permetterebbe di inserire questo percorso in un contesto di valorizzazione dal richiamo internazionale”.

L'iter si presenta complesso, ma la domanda avrebbe buone possibilità di accoglimento proprio perché non si tratterebbe di un bene “nuovo” da aggiungere ai circa 600 già accolti nel mondo (il 60 per cento in Europa), ma dell'estensione di un percorso analogo, quello dei sacri monti delle Alpi occidentali, e già riconosciuto dall'Unesco. “Monselice – sottolinea Andrei Tomaszewski, uno dei commissari Unesco invitati al convegno – è una realtà eccezionale perché vede convivere il castrum militare longobardo, il castello e Villa Duodo con un percorso devozionale. La sua presenza nel percorso dei sacri monti veneti bene rappresenta quelle caratteristiche che devono sostenere ogni candidatura sottolineando inoltre uno “spiritus movens” delle genti che pone il circuito veneto in una prospettiva globale”.

2. Il modello del Sacro monte

Il modello del Sacro monte è una creazione cristiana di fine del XV secolo, che con la Controriforma si diffuse in diverse aree europee. Si tratta di un complesso devozionale posto sul versante di una montagna con una serie di cappelle o edicole in cui sono rappresentate, con dipinti e sculture, scene della vita di Cristo, di Maria o dei Santi. Il percorso rappresenta un itinerario prestabilito, simbolico e devozionale, che unisce nella visita gli elementi monumentali del complesso all'ambiente circostante, creando un'unità culturale inscindibile con il carattere paesaggistico del singolo sito.

Ma come nasce l'idea del sacro monte? Da sempre nel mondo medioevale latino i pellegrini avevano avuto tre mete irrinunciabili: Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela. Il pellegrinaggio, che era parte fondamentale dell'esperienza del credente, aveva la stessa valenza per un re quanto per un comune mortale. Chi lo faceva, sanciva una sorta di vincolo indissolubile con il proprio protettore nel momento in cui si raggiungeva la sua “casa”, cioè il luogo in cui riposavano le sue sacre spoglie. Ma con la conquista di Bisanzio (1453) e di Otranto (1480) da parte dei Turchi, la metà del Mediterraneo orientale andò improvvisamente perduta per i cristiani spezzando il legame con la Terrasanta. Drammaticamente privata dei luoghi dove si era compiuto il cammino terreno di Cristo, la cristianità si ritrovò così separata dalla culla simbolica della propria fede. Il pellegrinaggio era ormai diventato estremamente pericoloso e i cristiani cominciarono allora a elaborare un modello di percorso simbolico in patria che evitasse loro il lungo viaggio, ma avesse la stessa valenza devozionale. “La proposta di fra Bernardino Caimi – sottolinea Franco Cardini, docente di storia medioevale all'Università di Firenze – fu quella di consentire il pellegrinaggio nella Terra di Gesù a quanti non avrebbero mai potuto compierlo, lucrando le relative indulgenze. Si creava così un archetipo universale e con la fine dell'era delle crociate si affermava una rete europea di santuari che avrebbe finito per ridimensionare il lungo predominio delle tre mete classiche del pellegrinaggio”.

Il sacro monte nasce quindi come rappresentazione dei luoghi del Calvario legandosi con l'adorazione di reliquie o immagini sante il cui trasferimento da Oriente a Occidente in quegli anni assumeva la portata di un vero e proprio passaggio di sacralità. In un secondo tempo il significato di pellegrinaggio “virtuale” a Gerusalemme si legherà più strettamente alla Passione di Cristo riproponendo nel percorso di ascesa le stazioni della via Crucis.

Al transfer di sacralità da Gerusalemme a Roma si unirà poi il pellegrinaggio “ad instar”, cioè equipollente a un santuario prototipo. Ciò accadde per molti santuari mariani. “Dove – precisa Mario Sensi, docente di Storia della Chiesa alla Pontificia università lateranense - le cappelle poste sulla salita (o nella successione degli altari), invece di rappresentare le stazioni della Passione, andavano a richiamare piuttosto le 7 chiese dell'Urbe che identificavano la via romana, il percorso devozionale pensato da San Filippo Neri per distogliere i fedeli dal carnevale romano, considerato occasione di peccato. Il rito prevedeva preghiere e celebrazioni diverse per ognuna delle chiese e il percorso si concludeva a sera con l'Ave Maria per consentire il ritorno a casa con animo sereno”.

Nel santuario di Monselice gli studiosi hanno identificato un doppio transfer di sacralità: per le indulgenze ad instar elargite da Paolo V e per le sei cappelle che ricostruiscono la via romana. Ed è al contempo un santuario “domestico”, legato cioè a una dinastia (i Duodo) che gli ha mantenuto un ruolo defilato, al di fuori dei santuari terapeutici che attirano masse di fedeli. Da questa originalità l'idea del riconoscimento di bene patrimonio dell'umanità all'Unesco.

 

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L'Unesco è l'agenzia delle Nazione unite (Onu) che tutela i beni culturali. Attualmente ha identificato circa 600 beni nel mondo come patrimonio universale dell'umanità. La procedura prevede che sia il singolo Stato nazionale a formulare la domanda ufficiale attraverso il suo Ministero ai beni culturali. In Europa, causa l'alto numero di beni già tutelati, il riconoscimento può essere chiesto per un solo bene all'anno. Il requisiti: il bene proposto deve avere valore universale e deve essere in perfetto stato di conservazione. Meno rigida la procedura di “estensione” che consente di inserire il bene in una categoria già riconosciuta creando con essa un collegamento ideale.

3. Santuario giubilare delle sette chiese di Monselice

L'impresa, inusuale per l'area euganea, era stata avviata tra il 1589 e il '97 da Francesco Domenico Duodo. Il figlio Pietro affidò a Vincenzo Scamozzi il progetto della villa e delle cappelle e a Palma il Giovane il compito di dipingere il ciclo ispirato alle basiliche romane. Nel 1605 aveva infatti ottenuto da papa Paolo V le speciali indulgenze legate alla pia pratica della visita pellegrinante in Roma presso le memorie basilicali dei primi cristiani trasferendole nella minuscola via sacra monseliciana. La risistemazione della costa collinare appariva però complessa e articolata. I Duodo pensavano infatti a una celebrazione della propria famiglia sia con la qualità delle realizzazioni architettoniche che con la sacrale nobiltà d'un luogo esaltato dalle reliquie sottratte ai cimiteri catacombali romani.

Fu Alvise Duodo (1624 – 1674) che fece riattare la grotta sulla sommità d'una esedra già dedicata a San Francesco d'Assisi, le pose ai piedi i busti degli antenati fondatori, sistemò lo slargo che separava la villa scamozziana dalla poderosa scalea ornandolo d'una fontana, provvide al rifacimento della cappella di San Giorgio curandone arredi, pitture e decorazioni, impostò infine la gradinata che sale al Torrione. Nella prima metà del Settecento Nicolò Duodo realizzò il portale con i leoni stemmati, la Rotonda e l'ala congiunta all'originaria dimora patrizia affidandone il coordinamento tecnico all'architetto Andrea Tirali (spentosi in Monselice nel 1737); impreziosì il tutto di statue e bassorilievi usciti dalla bottega padovana dei Bonazza; ottenne da papa Clemente XI nuove reliquie e altri numerosi “corpi santi” catacombali depositati presso la chiesa di San Giorgio nell'intento di sistemarli in apposito spazio, magari sotterraneo, da aggregare al santuario assiduamente frequentato per lucrare le più svariate indulgenze o assistere alle sette messe che quotidiane vi si celebravano. “Il percorso devozionale – nota Loredana Olivato, docente di Storia dell'architettura all'Università di Verona – ha cambiato la destinazione della villa gentilizia segnando al contempo la celebrazione del potere di Roma e quella della famiglia,ma fissando anche una presa di posizione verso Venezia che pure i Duodo avevano a lungo servito”.

Spentosi Nicolò nel '42, si interruppe il suo grandioso disegno. A fine del secolo il pronipote Girolamo fece innalzare la seconda cappella e sistemare in armadi di noce le reliquie dei cristiani romani rivestite con preziosi paramenti. Nel gennaio 1791 un “breve” di Pio VI decretò il formale stabilimento del santuario dei Santi o delle sette chiesette, ottenuta fra l'altro la custodia del Santissimo Sacramento in San Giorgio, mentre il 14 agosto venne celebrata con straordinaria solennità e concorso numerosissimo di fedeli la sua apertura ufficiale. Tra le varie reliquie quella di San Valentino, ancora oggi ispiratore di un culto solo locale, dedicato ai bambini più che agli innamorati.

4. Monte Summano a Santorso (VI)

Il santuario di Monte Summano, che domina la Val d'Astico e la Val Pòsina, costituisce uno dei cardini della più antica sacralizzazione del territorio vicentino. Le sue origini sono collegate da una parte all'evangelizzatore patavino San Prosdocimo, che secondo la tradizione si spinse sul Summano per demolire gli idoli pagani e costruirvi un luogo di culto della nuova religione, dall'altro alla figura di Sant'Orso, santo parricida e poi pellegrino il cui corpo riposa ora nel sottostante borgo di Santorso. Le prime notizie certe del santuario risalgono solo al 1305. La chiesa attuale è una ricostruzione ottocentesca, che tuttavia mantiene il ruolo di “catalizzatore” del sacro di tutto il territorio altovicentino. “Il complesso – sottolinea Lionello Puppi, docente di Storia medioevale a Ca Foscari – segna il passaggio da una sacralità pagana a una cristiana per la doppia cima del Monte SUmmano che pure si staglia in molte rappresentazioni della Passione a riprova del radicamento in Italia del mito penitenziale di Sant'Orso”.

Il confine tra le diocesi di Padova e Vicenza divide idealmente la chiesa dal vecchio monastero e oggi sono diverse le feste che onorano il complesso: oltre al lunedì dell'Angelo, che coincide con l'intitolazione del santuario alla Madonna dell'Angelo, la quarta domenica di luglio segna la festa della comunità di Piovene, competente sul monastero, che vede una rievocazione storica cui partecipa tutto il paese. Tra il 19 e il 24 agosto cade invece la festa di Sant'Orso per il santuario di Monte SUmmano in occasione della quale si tiene una solenne processione.

5. Santa Maria del Monte a Teolo (PD)

Posto al culmine del Monte Madonna, una delle alture dei Colli Euganei che domina Teolo, il santuario di Santa Maria del Monte rappresenta un singolare caso di originario insediamento eremitico irregolare, consueto peraltro nel territorio euganeo in epoca bassomedievale; insediamento che col tempo assunse un regolare profilo istituzionale, passando tra le dipendenze del sottostante monastero di Praglia, e proprio in forza di tale acuirsi di polarità sacrale si impose come luogo di culto tra i più noti del territorio. “La presenza di eremiti sui Colli Euganei – spiega Antonio Diano, ricercatore del Dipartimento di Storia medioevale di Ca' Foscari – e posti al di fuori dei quadri religiosi, è accertata sin dai primi decenni del Duecento, ma stranamente non si rinvengono molti casi di santità locali diversamente dai vicini Colli Berici. Sono invece numerose le intitolazioni mariane a riprova che i luoghi di presenza di anacoreti diventarono poi siti di devozione alla Madonna”. Meta di pellegrinaggi a dimensione diocesana, il santuario conserva per buona parte le strutture dell'edificio due-trecentesco della chiesa conventuale. La struttura si inserisce anche in un altro percorso databile a inizio Duecento e che vede le chiese di San Matteo a Vanzo, Ss Trinità a Galzignano, San Bartolomeno a Turri e San Tommaso a Monselice, passando anche per Santa Maria dei Pra' a Ponso, detta la Ciesazza.

6. Monte Berico a Vicenza

L'origine di Monte Berico è legata a due apparizioni mariane avvenute nel 1426 e nel 1428, dopo un'epidemia di peste. Dopo la prima, piccola fabbrica del XV secolo, si procedette all'edificazione di una grande basilica, opera del Palladio che tra il 1688 e il 1703 fu sostituita dall'attuale, eretta dall'architetto Carlo Borella. Il percorso ascensionale è composto da due rapide salite che collegano la città al santuario in uno snodo devozionale e urbanistico dal preciso riferimento alla Madonna di San Luca a Bologna. Il primo accesso è una strada affiancata ai lati da un portico eretto da Francesco Mattoni, a metà ‘700, per simboleggiare in 150 arcate i grani del Rosario. Il secondo, che s'apre con un arco marmoreo palladiano, consta 192 gradini ed è noto come Strada delle scalette.

“Monte Berico – precisa Giuseppe Barbieri, docente di storia di critica dell'arte a Ca' Foscari – fu anche una delle tre roccaforti a difesa della città. L'intuizione fu di metterla a tutela di Vicenza indicando al contempo una direzione di sviluppo urbanistico che ancora non è stata raccolta”.

La simbologia mariana e la collocazione del complesso a “protezione” della città lo rendono uno dei fulcri del sistema devozionale di Vicenza e dei suoi immediati dintorni. Monte Berico rappresenta il polo della vita spirituale dei vicentini, nonché un forte centro di aggregazione comunitaria e popolare.

7 Santissimi Vittore e Corona a Feltre

Si tratta di una delle realtà di più alto valore storico e artistico della regione. Fondato nel 1096 sul Monte Miesna, sopra Feltre, dal crociato Giovanni da Vidor, la chiesa è un rarissimo esempio di edificio medievale che coniuga influssi romanici, bizantini e transalpini. E' uno scrigno di opere d'arte preziose, con cicli d'affreschi trecenteschi su pareti e volte, esempi di scultura romanica e gotica, tra cui l'arca dei martiri eponimi e la lapide del fondatore. Un vestibolo di ascendenza germanica precede un corpo a tre navate in cui s'innesta un presbiterio quadrangolare intorno al quale gira una loggia a colonnette.. Il culto dei Santissimi Vittore e Corona si irradiò sin dal Medioevo ben oltre l'area feltrino-bellunese, della quale comunque costituisce il polo sacrale e devozionale di maggior rilevanza, anche sul piano civico e dell'identità locale. Nel ‘600, sotto la gestione della Congregazione dei Girolimini, il ripido percorso di avvicinamento al santuario vide la costruzione di cappelle che lo adeguarono ai sistemi d'ascesa verso i luoghi di culto d'altura comuni alla Controriforma in avanti. “Tra le sorprese dell'interno – precisa lo studioso Sergio Claut - anche una delle poche riproduzioni del Beato Antonio pellegrino”. San Vittore si festeggia il 14 maggio.

8. San Francesco di Paola a Revine Lago

Sorge in posizione defilata rispetto alle grandi direttrici di traffico, tra Follina e Vittorio Veneto, in un sito di profonda suggestione ambientale nelle Prealpi trevigiane dove pure sono presenti diversi altri santuari d'altura. Il piccolo complesso è intitolato al frate calabrese San Francesco di Paola, fondatore dell'Ordine dei Minimi. Committente fu un colto esponente della cultura veneta tardoseicentesca, che riuscì ad aggregare attorno al santuario una delle più notevoli confraternite della diocesi. Ciò che risalta di questo sito, rispetto alla dimensione decisamente locale è l'utilizzo di una sintassi costruttiva di derivazione “alta”: un percorso di cappelle disposte lungo una ripida salita che conduce a una bella chiesetta sei-settecentesca in cui sono custoditi tra l'altro alcuni ex voto, a testimonianza di una partecipata devozione popolare. “Le tavolette votive – spiega Giorgio Mies, del Centro ricerche storiche di Vittorio Veneto – risultano già documentate dal IV secolo avanti Cristo. Su molte cime dei colli introno al santuario risultano resti di altari pagani trasformati in luoghi di devozione cristiana”. Il santuario è noto per due sacre rappresentazioni, a Pasqua e a Natale.

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