Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2005 - Articoli: Fiorenza Conti

 

Nel tunnel dell'oblio

Le opere di Toni e Simon BENETTON a Vicenza

 

La grande scultura in ferro battuto dei due maestri trevigiani dimenticata dalla nostra città che ospita il maggior numero di opere sia pubbliche che private di qualsiasi altra provincia    

Un periodo particolarmente felice negli anni rivolti alla ricostruzione della “Vicenza bombardata” (1943-‘45), è quello destinato provvidenzialmente anche al rinnovamento dei patrimoni d'arte ed alla creazione di nuove opere.

Infatti, una legge dello Stato (n° 717, 29 Luglio 1949), titolata “Norme per l'Arte negli Edifici Pubblici”, prescriveva che nella costruzione di nuovi edifici destinati a servire il cittadino di ogni età e grado, la quota del 2 per cento del costo totale dell'opera venisse “ devoluta all'acquisto ed alla ordinazione di opere d'arte mobili, di pitture, di sculture, che integrino la decorazione degli interni”.

Bene, l'attenta applicazione di tale norma sortì l'effetto lodevole di dotare la Città e la sua provincia numerose opere d'arte. Ma oggi risulta assai difficile, a chi di dovere, poterle conservare come meriterebbero. Molte di queste impreziosiscono ad esempio la facciata di una scuola, le porte di un camposanto, il portale di un tribunale; sono state volute da amministratori sensibili e magistralmente realizzate da rinomati artisti. Poi negli anni sono precipitate quasi ovunque nell'oblio. Troppe opere di maestri artigiani, decantate e benedette negli anni '60, '70 e '80 appaiono solo come vittime del tempo e dell'usura e della ignavia dei cittadini.

In quei decenni, accadde che ricorrendo all'applicazione della legge citata, furono lanciati bandi-concorso, a diffusione nazionale, con l'obiettivo di arricchire le nuove costruzioni pubbliche con opere d'arte, le amministrazioni cittadine si affidarono a commissioni giudicatrici composte da almeno sei esperti d'arti, compreso il Soprintendente di Venezia. E' così, a partire dagli anni '60, la città scoprì i personaggi più versatili nel campo dell'arte del ferro: i maestri trevigiani - padre e figlio - Antonio, detto Toni, (1916–1996), e Simon Benetton (1933).

Non dimentichiamo che con essi si misuravano sempre gli artisti cittadini quali Giordani, Magnabosco, Andreose, Scalco, Biasia, Carron, per fare solo alcuni nomi registrati negli atti amministrativi.

Ma come si può vedere, girando la città, si affermarono ripetutamente i concetti ed i bozzetti dei Benetton perché, come afferma un giudizio di una delle Commissioni giudicatrici (quella per il concorso per l'Istituto commerciale di Schio), le loro proposte presentano “ un particolare spirito innovativo, sia per i valori formali, sia per una più marcata coerenza ideativa ed esecutiva”.

Passando in rassegna le opere eseguite per Vicenza da Toni e Simon Benetton, si può capire quale sia il valore storico-artistico delle loro realizzazioni oggi patrimonio della nostra città.

 

Le opere di Toni Benetton a Vicenza

Partito da Treviso negli anni '20 dall'umile officina fabbrile di uno zio, in oltre 50 anni di lavoro, prima da apprendista, ma subito dopo come virtuoso ed ispirato “battiferro”, arrivò - primo ed unico - al risultato di riscattare il ferro nella scultura.

Diplomatosi all'Istituto d'Arte di Venezia (1942) e seguendo la lezione del suo maestro Arturo Martini, osò sconvolgere le funzioni primarie di questa materia “povera” per trasformarla e renderla indiscussa protagonista delle sue creazioni artistiche, quindi dell'arte del suo millennio.

Caratterizzato da una forte autonomia nell'osservazione, nella ricerca e nello studio delle cose vive, ricco di profondità nei pensieri, dotato capacità tecniche difficilmente ripetibili e di superba manualità nell'uso dei materiali, l'artista riesce a penetrare nella ‘fibra' stesse del ferro, ne afferra l'anima, solo apparentemente inerte, ne scopre tutti i segreti plastici. La materia tra le mani gli diventa fonte di idee e di espressioni infinite.

Inizia nel 19____ con Palazzo Caldogno in corso Fogazzaro, sede della C.C.I.A.A.

 

“Il pianto delle donne” e “La deposizione di Cristo”, Cimitero Maggiore

Nel 1960-61 è chiamato per un'opera artistica da collocare nel Cimitero Maggiore. Suo è il cancello carraio che si apre sul cimitero giardino. Qui l'artista trevigiano sposa due momenti scultorei: uno è dato dal largo e spesso profilato di ferro strutturale articolato in un inseguirsi di forme geometriche piene e vuote contenute da due croci; l'altro dall'inserimento di figure plastiche improntate, a colpi di mazza, su spesse lastre di ferro Cor-Ten battuto a caldo.

La struttura a scorrere, lunga 10 metri ed alta 5, è divisa in più settori; i tre centrali sono animati da 13 figure, a gruppi, di uomini e donne, più 2 isolate. L'essenzialità dei corpi, dei visi e degli arti intagliati, anche se espressi sul ferro, segnano la forte religiosità dello scultore, la sua mano sapiente nel descrivere i temi del dolore, della morte e della consunzione.

Nelle due scene “Il pianto delle donne” e “La deposizione di Cristo” e nei profili laterali di Lazzaro risuscitato e di Cristo Risorto, ora le donne che consolano Maria, ora gli uomini che a fatica trascinano il corpo esanime di Cristo, anche se resi solo con il colore del ferro, in virtù delle fantasiose battiture riflettono la stessa carica di luce e lo stesso pathos impressi alle figure policrome di Giotto nella Cappella degli Scrovegni.

Che dire della manutenzione prestata a quest'opera imponente ed unica?

Forse in 30 anni non sarà stata pulita, trattata e verniciata più di una volta. I segni della trascuratezza e gli attacchi degli agenti esterni purtroppo agiscono e si avvertono anche sui ferri lavorati firmati da Benetton.

 

“La Vita”, Itis “A. Rossi”

Nel 1962 consegna poi all'Istituto tecnico industriale “A. Rossi”, un gruppo scultoreo eseguito su massello di ferro forgiato, assieme ai ferri battuti per i parapetti delle scale. La composizione artistica da allora campeggia nella parete di fondo dell'atrio d'ingresso: un “muro di ferro traforato” e due grandi e spesse figure che si affrontano. Una, tenuta bassa, rappresenta “Lo Studente” reso maturo e formato dalla scuola; l'altra, impostata poco sopra in atteggiamento di madre che sembra prenderlo in consegna, simboleggia “La Vita”.

Quanti insegnanti e allievi e genitori, in 40 anni, hanno guardato e capito quest'opera?

Ma c'è un'altra scultura da segnalare. Come documentano le foto storiche, l'artista Benetton nella composizione ideò ed eseguì per la scultura un faro particolare. Lasciò scritto: “In tale maniera il detto elemento, realizzato volutamente in metallo genuino, costituirà esso stesso una parte integrante del complesso architettonico e valorizzerà l'opera artistica concentrandone su di essa la luce e l'attenzione”. Scoprire che questo arredo oggi non c'è più lascia perplessi!

 

“Il giudizio di Salomone ”, Palazzo di Giustizia

Il 23 novembre 1962 si apre il concorso per le opere in ferro da farsi nel Palazzo di Giustizia. Assieme ai “battiferro” vicentini: Busato, Meggiolan, Nodari e Pozzan c'è anche Toni Benetton, al quale nel 1963 viene assegnato il lavoro.

Si tratta dell'apertura centrale che individua le entrate e le uscite dell'edificio. La grande vetrata è impreziosita da inferriata e portoni in profilati di ferro, resi a motivi geometrici che si inseguono, fortemente battuti.

Il figurato ricorrente nell'arte di Toni qui è riproposto lungo tutto il fascione centrale rivestito in rame, alto 60 centimetri; si leggono figure ricavate nel ferro massiccio battuto e modellato a caldo che recitano i temi attinenti alla Giustizia.

Al centro si intuisce “Il giudizio di Salomone” : il re che, a braccia spalancate, con una mano brandisce la mannaia e con l'altra tiene sollevato per un piede il bambino che sembra già diviso in due; ai piedi c'è il padre che striscia dolente. Scorrono le altre figure ai lati: uomini e donne (in tutto 19), bambini (5) ed animali (2 cavalli e 2 cani), tutte perfettamente stilizzate nei tipici atteggiamenti che si determinano prima e dopo una sentenza.

In questa strisciata sono sviluppate sapientemente le vicende di un giorno in tribunale, ma quanti avvocati e quanti cittadini, nel loro dentro e fuori quotidiano si sono soffermati ad osservarla?

C'è di peggio. Perfettamente contro la vetrata, appena sotto e lungo tutta la citata composizione artistica, è giustapposta una lunga rastrelliera per ben 25 biciclette. Tutte presenti. Dire che disturbano è un eufemismo! Mortificano ed annullano l'opera di uno scultore che il mondo ha apprezzato e celebrato! Un ‘polittico' che dovrebbe essere tutelato “a vista”, qui è presentato carico di polvere e ragnatele. La ruggine lo sta trasformando. Funge solo da artistico addobbo allo “stallo di vecchie biciclette”!

 

Ringhiere e parapetti, Provveditorato agli Studi

Nel 1965, il professor Antonio Benetton realizza poi le importanti ringhiere ed i parapetti per i tre piani di scale della nuova sede del Provveditorato agli Studi. E' uno dei pochi incarichi diretti assegnato all'artista definito nella delibera di incarico “ben conosciuto nel campo della lavorazione a mano del ferro artistico” .

Una signora che aveva frequentato l'edificio per ritrovarlo nella sua memoria citava la bella “scalinata" ed il copritermo vicino all'entrata. L'autore prima di materializzare l'opera la descrisse così: “costituita da una fitta sequenza di elementi lineari verticali eseguiti in ferro finemente battuto ottenendo sezioni diverse di alto effetto plastico... Detta sequenza di barre verticali composte armonicamente in piani diversi, verrà arricchita dall'inserimento in composizione libera di alcuni esagoni irregolari, accuratamente eseguiti in lama battuta e patinata…”.

Anche questa si conferma come un'opera che molti edifici vorrebbero avere e che invece Vicenza forse non spolvera neppure tre volte all'anno!

LE OPERE DI SIMON BENETTON IN CITTÀ

Anamnesi a ritroso”, Palazzo di Giustizia

Dall'esperienza della forgia e del maglio si passa ai tagli con la fiamma e poi al laser; dai ferri battuti e dalle figure plasmate si arriva alle composizioni strutturali.

Per mano di Simon Benetton, figlio di Toni, Vicenza si arricchisce di tante altre prestigiose sculture.

Anamnesi a ritroso”, è il motto delle opere con cui Simon, nel 1966, partecipa e vince il concorso per completare gli arredi artistici nel Palazzo di Giustizia.

Al giudizio della commissione si affermano: l'imponente asta portabandiere da fissare a destra dell'ingresso principale; quindi, i parapetti dello scalone con relativi ballatoi; poi il nutrito numero di corpi illuminanti ai piani.

La prima opera si impone quale complessa composizione di piastre in ferro, di notevoli spessori, plasticamente forgiate a caldo, tali da creare veri e propri effetti scultorei che trovano ulteriore forza nella fusione con borchiature, forature a caldo e ‘spinature' di natura diversa.

Per definire le altre opere, l'artista Simon si esprimeva così : “il maggior problema estetico consisteva nella difficoltà di trovare un motivo che potesse essere inserito tanto sul lato esterno, quanto su quello interno dello scalone… Si è deciso per la composizione più importante – quella a grandi esagoni…”.

E continuava: ”Si è pensato di adottare un metallo dotato di notevole solidità: il ferro. Questo metallo verrà trattato con senso plastico, ottenuto con una battitura possente, e sarà giocato in spessori anche notevoli, ma sempre mutanti...”; “la stessa patinatura speciale che conferirà alla decorazione un particolare colore estetico…”.

 

Ambone, tabernacolo e candelabro, Santa Maria dei Servi

E' il 1970. Nel fervore di rinnovare la liturgia della messa anche la chiesa cittadina di Santa Maria dei Servi passa a cambiare gli arredi del presbiterio.

C'è un artista sensibile e già conosciuto in città che opera nel rigore e nello spirito dell'arte sacra: Simon Benetton. Come cita il pieghevole della Diocesi sugli itinerari sacri cittadini, gli vengono commissionate (e lui consegna alla chiesa) alcune opere in ferro: il sostegno della mensa, l'ambone per le letture, il tabernacolo ed il candelabro per il cero pasquale. Ma oggi ai Servi queste opere non ci sono più!

L'altare maggiore ha avuto un'ulteriore recente adeguamento e così ai ferri ‘vivi' del Benetton sono stati preferiti arredi in legno di altro stile. Sono elementi dall'elevato valore commerciale e sicuramente qualche museo saprebbe come valorizzarli. Vicenza si permette, come si suole dire, di accantonarle!

 

Grogiuolo della vita, Scuola media “Trissino”

Sempre nel 1970 è indetto il concorso per le opere d'arte da farsi nella Scuola media “Trissino” di Via Prati . Viene scelto il progetto artistico che porta il motto ”Grogiuolo della vita”. All'apertura delle buste si conferma vincente ancora la famiglia Benetton.

Le opere, realizzate in ferro Cor-Ten trattato con potente senso plastico ed apposite patine indelebili e poi con seghettature ottenute a caldo, sono impostate prettamente su motivi simbolici. In facciata, troviamo collocato il lavoro titolato “La scuola come filtro”, mentre nell'aula magna c'è l'altro titolato “La scuola e le attività” .

 

“Pagine della vita” , Ospedale Civile

Andando all'Ospedale Civile, lungo il marciapiedi di Contrà San Bortolo, davanti al blocco del Geriatrico si incontra anche un monumento da tempo abbandonato al suo destino.

L'opera porta incisa in basso, a fuoco, firma e data: “Simon Benetton 71”. Ha quindi più di 30 anni. Ma pochi la notano passando di là, in auto o in autobus. Eppure, siamo di fronte ad un impianto strutturale di notevoli dimensioni.

Qui le lastre in acciaio speciale, spesse 25 millimetri e larghe sui 40 centimetri, si articolano a formare cornici rettangolari e si alzano per 4 metri. Si intersecano a 90° come per catturare e recintare uno spazio, due spazi, tanti spazi, lo Spazio; poi lo convogliano verso un centro ideale, dove si affrontano coppie di forme che ricordano grosse schegge di proiettili di guerra. l'opera ha un nome, dato dall'artista in fase di concorso nazionale: “Pagine della vita” . Forse il velo d'acqua che dovrebbe scorrere alla sua base accentuerebbe il carattere di unicità creato dai piani dentro i piani; dai tagli ora netti ora slabbrati e dai colpi secchi di maglio.

Oggi il monumento giace in uno stato davvero avvilente. E' in realtà arte ‘dimenticata'. Altre città la esalterebbero, qui invece non la si rispetta, neanche tagliando la siepe alle sue spalle o riattivando il quieto fluire del velo d'acqua nella vasca da cui sorge, elemento che l'autore aveva introdotto come simbolo dello scorrere della vita.

 

“Identità” ed “Evoluzione emergente”, Banca Popolare Vicentina

Simon Benetton continua negli anni a domare il ferro e con le sue opere volteggia e cattura di continuo nuovi orizzonti figurativi. Coglie questi nuovi momenti la Banca Popolare Vicentina nell'agosto del 1990, quando per arredare lo “spazio urbano” davanti la nuova sede degli Uffici Direttivi, in Via Battaglione Framarin, sceglie l'opera fabbrile dell'artista trevigiano. Nel dicembre dello stesso anno vengono presentate alla città due avvolgenti sculture in ferro (mt. 2,40x2,40) chiamate: “Identità” ed “Evoluzione emergente”, che vogliono rispecchiare, come disse per l'occasione G. Barbieri , “la filosofia che una banca deve, responsabilmente, saper vantare”.

Esse esaltavano la ricerca spaziale effettuata dall'artista, opposta a quella perseguita nel monumento di Contrà S. Bortolo.

Durante le pause di questo lavoro, l'artista spiegava così le sue nuove espressioni: “… L'insieme dei nostri pensieri, io cercavo di scoprirli, in modo diverso; tagliavo il metallo con la fiamma ossidrica, lo scaldavo, lo aprivo, gli imprimevo torsioni nel tentativo di liberare forze, idee, stati emozionali che intuivo racchiusi in esso…”.

La prima figura sembrava scendere dall'alto e raccogliersi su se stessa, quindi tendeva a racchiudere un proprio spazio; la seconda, si svolgeva dal centro, ad un tratto si alzava ed irrompeva nello spazio in cerca di nuove direzioni. I tempi verbali sono “al passato” per un semplice motivo: le due opere, assimilate come arredo artistico del contesto pubblico (marciapiedi), ormai dal 1997 non sono più al loro posto. Per motivi di sicurezza e tutela, sono state ritirate e messe in custodia. Non vorremmo che trovassero collocazione fuori dal nostro territorio.

 

 

 

Il Tabernacolo e “Il Cristo Sospeso” , Sant'Antonio ai Ferrovieri

Concludiamo elencando gli splendidi e preziosi arredi sacri di Simon Benetton custoditi nella chiesa di Sant'Antonio ai Ferrovieri, edificio datato 1966 opera dell'architetto S. Ortolani. Il primo insieme chiamato “Coralità” è stato forgiato nel 1982. E' il tabernacolo, una macroscultura (mt. 3,80x3) ricavata da una lastra unica che si articola nello sventagliare, come raggi di mistiche aureole, di oltre 100 verghe. Queste si scompongono in movimenti di rotazione centrifughi e centripeti sempre più audaci. Nell'inversione dell'azione dinamica della spirale definita dalle barre è racchiusa la sfera sede del Santissimo. Dello stesso periodo è pure “ La lampada del Santissimo” . Questa è composta da articolate verghe ferrigne che si alzano nell'aria a disegnare come una leggera tunica femminile.

“Il Cristo Sospeso” ,

Risale al 1983 l'ardita figura di parvenza umana che si staglia alta entro lo spazio dell'abside: sembra un angelo planante sulla terra, è “Il Cristo Sospeso” , una megascultura a triangolo equilatero, di 3 mt. di lato, accompagnata da nove barre per lato. Nell'opera sorprende il viso di forma quadrata compreso entro il filo tondo dell'aureola. Qui le lastre di ferro sono sostituite da fasci di ferri quadri martellinati e sagomati che bene esprimono un composto ed avvolgente equilibrio spaziale. Sono infine del 1989 gli arredi presbiteriali, sempre in ferro battuto. Si tratta di una struttura di supporto della mensa realizzata con lame a semicerchio; l'ambone a forma di albero con otto rami; le tre sedute della Sede Presidenziale con le spalliere articolate come canne d'organo piegate a “U” con interposti 3 diversi materiali: il ferro, il legno ed il cristallo.

Ci auguriamo che almeno qui le opere del Benetton mantengano a lungo nel tempo il rispetto che meritano.

 

 

 

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