La scrittrice e il suo parco. Così rinacque Villa Soderini
Non è rimasta traccia di Paola Drigo in quella che fu la sua amata residenza di campagna. La sua esistenza di donna e scrittrice è corsa via come un brivido di vento tra le doppie file di tigli che incorniciano il viale di accesso a Villa Soderini-Drigo (ora Cremasco). Non c'è traccia di lei neppure in paese, a Mussolente, oltre a poche antiche voci sulla stravaganza nobiliare della famiglia Drigo. Pare non sia mai stata qui, l'autrice di Maria Zef , romanzo edito da Treves nel 1936 che diede un'ampia ma breve notorietà alla scrittrice. Neppure quel romanzo tardivo, pubblicato due anni prima della morte, unanimemente elogiato dai critici più attenti (Claudio Magris ha parlato di una «straordinaria e secca magia dello stile»), ha contribuito a lasciare un segno, un cenno di memoria nei luoghi amati da Paola Drigo. Eppure è molto più bello, visto attraverso il filtro delle sue scritture, lo splendido viale carrozzabile che dal cancello conduce a villa Drigo salendo in un rettilineo che affronta dapprima la facciata e scarta poi in una larga e armoniosa curva che si avvolge sul fianco sinistro del colle. Il palazzo, col suo loggiato a doppio ordine di archi contenuto da due torricelle angolari, sorge lì sopra, discosto dal traffico della statale che porta da Bassano ad Asolo. Occupa una posizione liminare: domina, di fronte, l'estensione della campagna che al tempo dei Drigo faceva parte della tenuta della villa ed è sovrastato alle spalle dal massiccio del Grappa che si delinea netto, a pochi passi, nei giorni limpidi. Sulla melodica giuntura dei colli che saldano la pianura ai monti il conte Giulio Drigo, marito di Paola Bianchetti, volle acquistare nel 1900 quell'edificio mutato in palazzo da casa colonica nel Cinquecento. Vi fece apportare interventi che cambiarono notevolmente l'aspetto e la struttura della villa appartenuta già alla famiglia veneta dei Conti e ai Soderini di Firenze. Il grande parco divenne uno dei più belli e importanti del Veneto, recuperato ora allo splendore originario dall'attuale proprietà dopo anni di degrado. Era per Paola Drigo una fonte di poesia quotidiana: qui, nei prati perfettamente digradanti, tra i gruppi di vegetazione ordinati dall'altezza del cespuglio a quella dei castagni, sopiva o alimentava le sue sottili inquietudini di donna, madre, scrittrice. Dalla loggia del piano nobile del palazzo osservava, in prospettiva centrale, a scendere, i filari dei tigli correre paralleli fino al cancello. Non passava qui l'inverno, di solito. Eppure la più memorabile descrizione di questo panorama è invernale: si trova in Fine d'anno , racconto autobiografico (pubblicato nel '36 da Treves ma già apparso in rivista nel '34) ambientato nella villa di Mussolente. La protagonista, affacciandosi dalla loggia, si immerge nella solitudine del paesaggio invernale: la neve è altissima, da giorni non si vede nessuno, non si sente una voce, non un verso nel cerchio dell'orizzonte sepolto di bianco. A lenire la desolazione della donna, che ha perso il marito e soffre per la lontananza del figlio, basta poco, l'apparizione dal fondo del viale, nella cornice dei tigli, del traino che il colono fa tirare alle cavalle per liberare la strada dalla neve: «si sentiva di lontano, come venisse da un altro mondo, un tintinnar di sonagliere, poi in fondo al viale, tra le due file di bianchi alberi, si vedeva avanzare lentamente la scura sagoma del traino…». Ma è solo un attimo di tepore, un filo di comunicabilità che presto si rompe. La protagonista del racconto è l' alter ego di Paola Drigo: anche la scrittrice, come il suo personaggio, fu costretta dopo la morte del marito (1922) ad occuparsi dell'amministrazione della tenuta di campagna che rischiava il dissesto. Fine d'anno è la narrazione di quei momenti difficili, delle ansie di una donna ormai nella tarda maturità, alle prese con il proprio invecchiamento («il mio gran corpo apparentemente fiorente»), col timore dell'incapacità nelle faccende pratiche, con la furbizia dei contadini affittuari, con un figlio lontano che non vuole tornare né comunicare con lei. La villa, questa villa, si carica di sensi affettivi, di cure da profondere per salvare, con lei, un'identità familiare, i ricordi di felicità: «Stolta ed assurda era la mia lotta per salvare, attraverso alle cose materiali, tutto un patrimonio spirituale che, alla mia scomparsa, il vento avrebbe disperso!». Davvero Paola Drigo dovette occuparsi di colture e derrate, trattare di persona coi coloni, incerta tra un rigido portamento nobiliare e l'istinto per l'umile comprensione umana. Alle preoccupazioni economiche si aggiungeva il peso della solitudine, il dramma interiore che si serve dell'intelligenza «come di una raffinata arma di tortura». La villa, non più quella dei fastosi ricevimenti all'aperto (sopravvive la terrazza dedicata, sospesa sulla pendenza del colle), raccoglieva negli ultimi anni soprattutto i silenzi della sua Signora, ritmati dal rintocco dell'orologio settecentesco della torre a est, opera di Bartolomeo Ferracina. Una fantasia funebre penetra nelle fredde stanze quando la protagonista del racconto, stremata dalle ansie e dal dolore, subisce un collasso e rimane come morta ma insieme lucidamente cosciente della morte: vede i contadini entrare nella villa, prima timorosi e preoccupati, poi arroganti e curiosi profanarne la sacra intimità. La Drigo si fa spettatrice della propria morte: «non avevo mai potuto concepire la morte senza un mio orribile, inerte, impotente quasi assistere ad essa». E in questo puro, candido intellettualismo, in questo senso di estraneità alla vita pure percorso da una delicatissima emozione, è forse la ragione di una distanza che dura tutt'oggi.
Scheda
Paola Bianchetti nasce a Castelfranco nel 1876 da famiglia aristocratica e frequenta, prima donna dell'istituto, il Liceo Canova di Treviso. Pubblica due volumi di novelle presso Treves ( La fortuna , 1913 e Codino , 1918) prima dell'exploit di fine carriera, Maria Zef (Treves 1936): romanzo ambientato in Carnia che la impone all'attenzione di pubblico e critica (ora reperibile in edizione Garzanti). Collabora alle riviste «Nuova antologia» e «Illustrazione italiana» oltre che alla terza pagina del «Corriere della Sera». Alterna ai soggiorni nella villa di Mussolente (Vi), di proprietà dell'ingegner Giulio Drigo che aveva sposato ventenne, gli inverni in città (Roma, Milano, Padova). Muore a Padova nel '38.
Villa Soderini-Drigo-Cremasco deve le sue attuali forme esterne alla ricostruzione che Giulio Drigo fece compiere ai primi del ‘900 sull'edificio cinquecentesco. Al tempo dei Drigo vantava uno dei parchi più suggestivi del Veneto, oggi ripristinato nello splendore originario. La torricella ad est conserva il prezioso orologio costruito nel 1742 dal Mastro orologiaio Bartolomeo Ferracina di Solagna che scandiva i tempi delle campagne circostanti.
Per saperne di più . Le stanze ritrovate. Antologia di Scrittrici Venete dal Quattrocento al Novecento , a cura di A. Arslan, A. Chemello, G. Pizzamiglio, Eidos 1994.
Fuori norma. Scrittrici italiane del primo Novecento: Vittoria Aganoor, Paola Drigo, Rosa Rosà, Lina Pietravalle , a cura di B. Marola, M. T. Munini, R. Regio, B. Ricci, Tufani 2003.
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