Storia di una famiglia
I Maran dal 1600 ad oggi
La storia di una famiglia si snoda come la strada
che scende dalla montagna
Noi, a valle, guardiamo in su
increduli di arrivare da così lontano.
A fatica ripercorriamo
a ritroso la strada,
che poi diventa sentiero,
e arriviamo in vetta.
Per accorgerci che quel sentiero continua,
un semplice segno di passi,
fino e oltre l'orizzonte.
Sono Michele Maran e sono nato qui, a Selvazzano Dentro, a una manciata di chilometri da Padova. Mio padre e i suoi fratelli abitano ancora qui. Mio nonno Albano, anche lui, nacque e visse qui. Questo è tutto quello che sapevo della mia famiglia prima di intraprendere un viaggio nel tempo, prima di ripercorrere a ritroso quella strada, che poi diventa sentiero, fino in cima alla montagna e oltre.
In Zovencedo, addì 30 settembre 1607 fu battezzata Sabina, figlia di Jeronimus Sartore et Antonia, furono patrini Messer Giulio Maran et Maria moglie di Francesco Dalla Falda Munaro.
E' qui a Zovencedo, un piccolo borgo sui Colli Berici, vicino a Vicenza, che ho trovato la prima traccia, la prima orma sul terreno, della famiglia Maran: un Messer Giulio Maran di cui non sappiamo nulla prima di quel battesimo del 1607.
Non sappiamo quando nacque, ne' quando morì: sappiamo però che il suo primo figlio fu Michiele, nato qui a Zovencedo, il 22 ottobre del 1607, a cui seguirono altri sette figli. Michiele, Michiele Maran, è lui il filo da seguire.
Nel 1636 Michiele ebbe un figlio che chiamò Giulio.
Appena qualche anno prima, nell'estate del 1630 Vicenza conobbe un'epidemia di peste. Racconta un testimone:
“ Era un'accozzaglia di contadini dalla faccia sparuta, costretti a pascersi per la carestia dell'anno precedente di pane guasto, erbe, legumi e radici; erano operai che passavano la notte agglomerati entro stamberghe umide e fetenti. Nella confusione generale molti seppellivano furtivamente i cadaveri negli orti delle abitazioni ed in altri luoghi nascosti aumentando così le cause d'infezione”.
Con una certa emozione ho trovato nel registro delle decime del 1665 la registrazione delle tesse che Michiele e suo fratello Domenico dovevano pagare al Vescovado di Vicenza per il possedimento di terreni: ben tre stare di frumento e otto soldi.
Michiele morì alla tarda età di 71 anni. Fece però in tempo a vedere il nipote, Bartolomio, nato nel 1676. Quando Bartolomio era un giovane uomo, Vicenza fu scossa da un terribile terremoto. Così lo raccontò un vicentino:
“Venerdì mattina a ore dodici e mezza essendo noi tutti in letto venne un spaventosissimo terremoto che pareva che cadesse la casa e fu per tutta la città e con la morte di due putte giovani che abitavano sotto il torrione di Santa Chiara. Ci confessassimo e ci comunicassimo tutti di casa con averlo io assolutamente voluto e ordinato pregando Dio benedetto a preservarci tutti. La città andò a Monte (Berico) colla processione, e fece esponere in Duomo il Santissimo, numero tre volte”.
Siamo a Perarolo di Arcugnano, un piccolo centro che dista pochi chilometri di Zovencedo. Bartolomio si trasferì qui, e qui nacquero i suoi nove figli. Qui morì, nel 1724.
La vita, in quel periodo, a Vicenza come dappertutto era molto dura: bastava un raccolto perso, una brutta stagione e la fame bussava inesorabilmente alle porta di casa.
“A causa della grande siccità occorsa l'estate passata per la quale non fu raccolto sorgo turco li poveri contadini morivano dalla fame e nel verno spirato e in questa primavera veniva questuando in città tanto laceri che muovevano a compassione. I loro robusti corpi erano ridotti quasi a scheletri ambulanti ed una tale orribile scena continuò tutta questa primavera”.
Il penultimo figlio di Bartolomio nacque qui a Perarolo nel 1718 e fu chiamato Carlo.
Doveva essere un uomo straordinariamente forte e vitale. Carlo, infatti, si sposò una prima volta con Maria Filippi dalla quale ebbe otto figli. L'ultimo, Giulio, è quello che seguiremo nel nostro sentiero che ci porta a valle. Maria morì e Carlo, rimasto vedovo età ormai avanzata, pensò bene di risposarsi con Anna Meneghini. Aveva 65 anni.
Siamo ora ad Arcugnano, sempre sui Colli Berici, dove Carlo si trasferì con la seconda moglie e dove morì nel 1793, alla venerabile età di 75 anni.
Il figlio Giulio sposò una certa Maddalena Frigo e nel 1802 ebbe un figlio che chiamò Angelo.
In questi anni, forse per cercare migliori condizioni di lavoro, la famiglia Maran si sposta qui a Lupia di Sandrigo, sempre in provincia di Vicenza. Vedete, in questo borgo antico, il tempo sembra essersi fermato.
Qui Angelo si sposò una prima volta con Elisabetta Orso, con la quale ebbe quattro figli. Poi, nel 1834 restò vedovo. Ma, come il nonno, non si perse affatto d'animo e un anno dopo era già sposato con Anna Bonin, e con lei ebbe altri otto figli.
Il secondo figlio della nuova coppia è Antonio, nato nel 1837.
Il sentiero che ci conduce a valle passa per il suo terzo figlio: Angelo.
“L'anno 1873, il giorno 27 del mese di febbraio alle ore 10 antimeridiane in Sandrigo nell'Ufficio Municipale dinanzi a me, Bortolo Martinello, segretario municipale di Sandrigo, ufficiale dello Stato Civile per gli atti di nascita e di morte, per atto di delegazione 6 settembre 1871, sotto il numero 19, visto dal Signor Procuratore del Re di questo Tribunale di Circondario, è comparso Maran Antonio di Angelo di anni 36, nato residente e domiciliato a Lupia di Sandrigo il quale mi ha dichiarato essergli nato un bambino di sesso maschile che è vivo nel giorno 26 corrente alle ore una pomeridiane dalla di lui moglie Lotto Anna di Antonio di anni 29 nata a Camisano seco lui convivente nella propria abitazione posta in Sandrigo nella Parrocchia di Lupia in Contrada Astico all'anagrafico numero 23. Egli ha dichiarato che al detto bambino intende di dare il nome di Angelo Antonio Giulio”.
E torniamo a Selvazzano Dentro: il nostro sentiero è ormai arrivato a valle. La famiglia Maran, infatti, verso il 1880 si trasferisce in questo comune del padovano. Non conosciamo il motivo del trasferimento, ma sentite un po' cosa dice un articolo pubblicato su El Giornale Visentin del 1887.
“Se spopola fin dei paesi intieri, chi vende la so caseta, i campi; chi vende le so pore mobilie; chi qualcosa altro e tuto per emigrare... el governo xe megio ch'el se cava dai pie el pauperismo, no dixeli ch'el pauperismo xe la piaga sociale? Xe sicuro che se in Italia fosse restà tutta quela gente che da tanti ani emigra per zercarse lavoro e pan, qualcosa de serio saria nato per quel gran dito “polenta o guera”...
Domandemoghe po' a qualche contadin se ghe rincresce abandonare la patria, el ne risponde: -Mi sì ca me dispiase, ma quando penso che qua no se magna, la riscio e vado via, chi sa che là trova da lavorare e da ciapare qualcossa, za par quanto male la me vada, la me andarà sempre megio de qua. E intanto gnente gnente che andemo avanti vegnerà el giorno che i siori ghe tocarà lori lavorarse i campi e sarà alora che i podarà conoscere cosa vol dire fatighe e sudori...”
Angelo Maran si sposò nel 1898, venticinquenne, con Emilia Serafin di Chiesanuova. Del loro matrimonio ho trovato la trascrizione sui registri anagrafici del comune ma non il certificato vero e proprio. Non esiste nella parrocchia di Selvazzano, ne' in quella di Chiesanuova. Ad ogni modo sappiamo che si sposarono l'8 maggio, e che Emilia era già incinta.
Vissero in questa casa, dove nacquero i loro dieci figli, nove femmine e tre maschi. Il primo, nato l'11 settembre 1898 è Albano.
Mio nonno Albano.
Il padre di mio padre.
Il bisnonno dei miei figli.
Riferimenti bibliografici
I passi redatti in corsivo (che nel video vengono letti da Bruno Capovilla) sono tratti dai registri parrocchiali di riferimento e dal libro “Vicenza. Storia di una città. 1404-1866” di Emilio Franzina, edito da Neri Pozza Editore e “Selvazzano, documenti di storia” di Francesco Selmin, stampato dal Centro Sociale di Educazione Permanente di Selvazzano Dentro. torna indietro |