|
Rigoni Stern
Un applauso interminabile ha salutato l’ingresso di Mario Rigoni Stern nel Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio, dove ieri l’Amministrazione comunale di Firenze ha conferito allo scrittore asiaghese la cittadinanza onoraria, davanti a un pubblico numeroso che si è spontaneamente alzato in piedi, non appena l’autore del “Sergente nella neve” si è avvicinato al palco, accompagnato dal sindaco di Firenze Leonardo Domenici.
Una lunghissima testimonianza d’affetto, prima ancora del riconoscimento del valore letterario, che la città della cultura per antonomasia ha tributato a una figura diventata simbolo non solo della memorialistica bellica e del recupero delle tradizioni rurali, ma anche dell’impegno sociale in favore della pace, della giustizia e della solidarietà.
Al “contributo fondamentale dato alla letteratura e alla cultura del Novecento”, come recita la motivazione ufficiale ricordata dal presidente del consiglio comunale fiorentino, Eros Cruccolini, si affianca infatti quello “all’affermazione dei valori di libertà e democrazia nel Paese”, indice di un atteggiamento mentale che va ben oltre il semplice interesse a descrivere il micro-mondo dell’Altopiano o le singole storie di chi visse le due guerre mondiali.
Custode delle radici. «Sarebbe molto riduttivo - ha spiegato nella prolusione Mario Isnenghi, docente di storia all’Università di Venezia - pensare a Rigoni Stern come ad un autore di nicchia, un prodotto prezioso da tenersi caro perché parla di tradizioni sconvolte dalla modernità. Non c’è solo questa vena, nelle sue opere, che si aprono anche alle grandi estensioni della storia».
È senza dubbio un custode delle radici, Rigoni Stern, e anche grazie a ciò riesce oggi ad «agganciare un pubblico pervaso dallo spaesamento, che ha voglia di ritrovare le radici». Ma non è solo questo: Rigoni Stern, secondo Isnenghi, trova la sua massima espressività quando parla del complesso rapporto con il confine, che è prima di tutto il confine tra l’universo altopianese, circoscritto ancorché ricchissimo, e il resto del mondo. Il confine che il sergente Rigoni attraversa per andare in guerra e al quale anelerà per mesi e mesi, prima del ritorno. Il confine che anche Tönle, protagonista di un racconto-chiave nella produzione di Rigoni Stern, varca in un moto emigratorio che sarà comunque sempre temporaneo, perché l’unico vero luogo resta la baita. Lo scrittore trova «l’equilibrio tra la piccola patria altopianese e il mondo, tra la vita idillica nei boschi e la grande storia tragica».
L’equilibrio dell’umanista. Un equilibrio dettato dalla ragione, e che potrebbe quindi tranquillamente far parte del bagaglio raccomandato da un umanista. Il ringraziamento del sindaco Domenici al narratore vicentino, per aver accettato la cittadinanza e per aver voluto essere presente alla cerimonia, ha toccato l’aspetto dell’umanesimo. «Rigoni Stern - ha detto Domenici - mi ha raccontato di aver conosciuto, durante la guerra, un capitano di Firenze, da lui definito un umanista per come si rapportava con i suoi soldati e con le situazioni estreme a cui fare fronte. Quando Rigoni Stern ci ha risposto positivamente, lo ha fatto con una sensibilità e una misura straordinarie. “L’ambizione mi dice di accettare - ha scritto nella sua risposta alla nostra proposta - la ragione sussurra: ne sono degno?”. La produzione culturale e la vita dello scrittore, ha aggiunto il sindaco di Firenze, saranno oggetto di una serie di iniziative di studio e di divulgazione, alcune già in corso in questi giorni, altre da programmare in futuro.
Dante nello zaino. «Avevo diciotto anni, ero in guerra contro i greci in Albania, ma non riuscivamo a vedere chiaro il tempo storico che stavamo percorrendo. Poi in Russia, e successivamente nel lager, capimmo l’orrendo baratro in cui eravamo finiti. In Dante trovai la forza per resistere alla fame e alle lusinghe». Mario Rigoni Stern, emozionatissimo («questa cittadinanza onoraria mi confonde»), ha ricordato come i versi del più grande tra gli scrittori fiorentini siano stati per lui uno scudo per difendersi dall’orrore, un modo per fare appello, nella condizioni più disumane che si possano immaginare, a quanto di buono custodisce l'animo umano.
«Questa cittadinanza, che considero un premio - ha aggiunto - va anche ai molti miei compagni che hanno lasciato la vita sulle strade della guerra. Erano figli di povera gente, scrivevano a casa dicendo di non preoccuparsi, chiedendo di poter aver un po’ da mangiare e un paio di calze. Quelli che sopravvissero e tornarono a casa, ringraziano per la libertà».
Rigoni Stern ha messo in guardia contro il pericolo che la violenza della guerra, che sembra lontana nel tempo e nello spazio, torni nuovamente: «Può accadere dappertutto, vediamo continuamente la violenza sui giornali e in televisione, fatti singoli e generali catastrofi, fanatismo religioso, persino la violenza preventiva ad altra violenza eventuale. Provo una timida commozione - ha concluso - sentendomi concittadino vostro e del mondo, questo mondo orrido e crudele, benigno e pietoso».
La qualità del dettaglio. La cerimonia è stata conclusa da alcune letture di brani dello scrittore vicentino. Alessandra Bedino e Riccardo Sottili, della compagnia “Occupazioni farsesche”, hanno declamato una lettera indirizzata idealmente a Nuto Revelli, da “Aspettando l’alba”. In essa Rigoni Stern rievoca i colloqui con Revelli e i loro incontri “possibili”, di quando cioè - entrambi impegnati nella campagna di Russia - probabilmente si incrociarono senza conoscersi. “Vai per le montagne della libertà - è il congedo dell’altopianese al commilitone e partigiano Revelli - dove non ci sono confini”.
Marco Paolini, autore e interprete di uno spettacolo ispirato al “Sergente nella neve”, ha scelto invece l’inizio di “Ritorno sul Don”. «Quando ho intervistato Rigoni Stern per il film di Carlo Mazzacurati - ha raccontato Paolini - il giorno dopo mi ha detto di non essere riuscito a dormire, la notte, per tutto quel parlare di guerra. Allora si era messo a ripensare ai febbrai della sua vita, soprattutto a quelli tra il 1939 e il 1945. Cioè i febbrai della guerra».
Da lì l’impulso, per Paolini, di portare in scena il “Sergente”, e con lui tutta la poetica di Rigoni Stern, di enorme importanza per la qualità del dettaglio nel racconto. «Non esiste una memoria - ha detto Paolini - al di fuori delle strettoie delle persone. Nel film di Mazzacurati, Rigoni Stern racconta l’entrata in guerra dell’Italia, con un episodio preciso: due alpini scendono in paese a comprare del vino e tornano dicendo che la gente è in festa, perché l’Italia ha dichiarato guerra. Gli ufficiali allora ordinano ai soldati di spegnere i fuochi pisciandoci sopra. Quale libro di storia comincia così?».
Il montanaro cittadino. Tra il pubblico, oltre ai parenti, agli amici, a varie classi di studenti, ai rappresentanti degli alpini e ai fiorentini, c’erano gli altri due sindaci di Rigoni Stern, Andrea Gios di Asiago e Laura Puppato di Montebelluna. Il primo guida la comunità in cui lo scrittore è nato nel 1921 e dove abita, la seconda è a capo dell’amministrazione comunale che gli ha dato la cittadinanza onoraria il 20 ottobre scorso.
Andrea Gios ha parlato di «grande soddisfazione per Asiago, che è orgogliosa di questo suo figlio, e anche per questo riconoscimento del suo ruolo nella cultura e nella storia del Novecento in generale. Per Asiago, Rigoni Stern rappresenta gran parte dei valori della gente di montagna. È la nostra storia».
«Montebelluna - ha detto invece Laura Puppato - ha voluto indicare in Rigoni Stern un emblema di impegno civico, un simbolo di enorme efficacia considerando che, a un’età avanzata come la sua, non sono diminuite né la memoria, né la capacità di espressione».
E lui, il narratore dell’Altopiano, come ha vissuto la giornata della sua “fiorentinità”? «Con grandissima emozione - risponde, dopo aver stretto innumerevoli mani e rilasciato altrettanti autografi - veramente non mi aspettavo tanto onore, e tutti quei battimani. Per uno che viene dalla montagna, come me, è già tanto diventare un cittadino. E per di più, cittadino di Firenze».
A 4000 chilometri da casa. Dispersi in una terra straniera, in una natura ostile. Aggrappati disperatamente a un solo pensiero, tornare a casa. “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”, è il celebre ritornello raccolto dal sergente Rigoni Stern e divenuto il simbolo dell’odissea tragica dei soldati italiani nell’inverno tra il 1942 e il 1943.
“A quattromila chilometri da casa” è il titolo del complesso di iniziative - una mostra, spettacoli teatrali, un film-inchiesta - che fino al 27 marzo ricordano l’autore di “Sergente nella neve”. Le attività sono promosse dalComune di Firenze, dal “Gabinetto Vieusseux”, dalla Rai e dal Teatro Puccini.
Nella sede del Gabinetto Vieusseux è stata presentata la “Fondazione Nuto Revelli”. Nata a due anni dalla dalla morte dello scrittore (5 febbraio 2004) per volontà della famiglia, la fondazione ha lo scopo di promuovere la cultura legata al movimento della Resistenza, in particolare a “Giustizia e Libertà”.
Il Teatro Puccini fino al 27 marzo ospita “Armir (Armata Italiana sul fronte russo 1942-43)”, una mostra di foto, documenti, manoscritti, pubblicazioni a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo. Tra i “pezzi” in esposizione, il diario originale di Nuto Revelli, una gigantografia aerea tedesca della zona del Don, una raccolta della pubblicazione “L’Alba, giornale dei prigionieri italiani in Urss”, stampato a Mosca e distribuito in tutti i campi di prigionia dal febbraio 1943 al maggio 1946.
Sempre al Puccini è stato messo in scena lo spettacolo “Armir, armata italiana in Russia partitura scenica per immagini suoni e pupazzi”, realizzato dalla compagnia “Occupazioni farsesche” per la regia di Riccardo Sottili. Lo spettacolo è nato da scritti e testimonianze raccolte da Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern, Giuseppe Bruno e Giancarlo Fusco.
Nel programma sono state inserite tre rappresentazioni, sempre al Puccini, del “Sergente” di Marco Paolini. L’opera teatrale è ispirata all’opera forse più celebre di Rigoni Stern, che racconta appunto la ritirata dei soldati italiani dalla Russia.
Ieri, nell’Auditorium Rai della sede regionale toscana, è stato infine proiettato il film-inchiesta “Tragedia sul Don” di Massimo Sani, prodotto dalla stessa Rai. Si tratta di una delle sei puntate del programma di Massimo Sani “Italia in guerra” trasmesso dalla rete 1 della Rai nel 1983. Grazie a una minuziosa ricerca negli archivi degli uffici storici militari italiani e alla raccolta di testimonianze sugli avvenimenti di 40 anni fa, Massimo Sani - con la consulenza storica di Giorgio Rochat e la collaborazione di Fabrizio Truini, Renzo Ragazzi e Vincenzo Mantovani - ha cercato di ricomporre il quadro politico in cui si colloca la partecipazione italiana alla guerra contro l’Unione Sovietica.
L’Armir, cioè l’Armata italiana in Russia, contava su 227.000 effettivi. Nel luglio del 1942 partecipò alla conquista del bacino minerario del Mius, poi raggiunse il Don. Alpini e fanti rimasero schierati lungo le rive del fiume, mentre l’offensiva tedesca si spezzò contro la resistenza di Stalingrado. A metà dicembre partì il contrattacco delle truppe sovietiche, che travolsero la truppe italiane fino ad attaccare, il 14 gennaio, il Corpo d’armata alpino. Iniziò così l’odissea della ritirata.
«Per Mario Rigoni Stern scrivere è stato un anticorpo alla disumanità. Ecco, forse quello che sto cercando è un anticorpo alla disumanità della condizione di spettatore». Così l’attore e regista Marco Paolini parla del suo spettacolo “Il Sergente”, tratto dal libro dello scrittore altopianese. Portato in scena la prima volta un anno fa, l’omaggio al grande autore vicentino, che ha raccolto molti consensi, non è una semplice interpretazione del testo ma una rilettura attraverso il filtro della sensibilità di Paolini, che nel ’99 ha intervistato Rigoni Stern per il film “Ritratti” di Carlo Mazzacurati.
«È un’illusione - dice ancora Paolini - credere di esser spettatori di una guerra lontana perché quando pensi di essere spettatore, sei vittima senza saperlo. Senza la coscienza che non puoi chiamarti fuori, che se rimuovi questa cosa dalla tua vita, stai già scivolando in una perdita».
«Mi ritrovo nella voglia di non arrendersi che era di Rigoni Stern e dei suoi alpini, lui marciava nella neve portandosi in spalla il peso delle armi. I volantini russi dicevano: italiani, siete a 4000 chilometri da casa, arrendetevi. Chi si arrendeva all’evidenza della realtà, alla stanchezza, chi rinunciava alle armi che aveva, a tenerle in efficienza, era finito. Io penso che la democrazia sia la nostra arma e ha bisogno di manutenzione».
«Il Sergente non è un lavoro di denuncia ma non è nemmeno un medicamento per l’anima perché credo che il teatro non possa essere né terapia né antidoto. Penso alla possibilità di attingere all’esperienza, e che questo serva alla memoria, serva a prepararsi meglio ad affrontare le cose. Un teatro come addestramento, come istruzione».
|