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Tornano le inquietudini
della novizia di Piovene
Ripubblicato il romanzo che lo rese celebre
Non si parla moltissimo di Guido Piovene, nonostante egli abbia dato un contributo irrinunciabile al nostro Novecento indagando caparbiamente e con sottigliezza nei cunicoli più ombrosi e contorti della psiche dell'uomo moderno. Nato a Vicenza nel 1907 (muore a Londra nel '74 dopo una vita trascorsa prevalentemente a Milano, e all'estero come corrispondente per quotidiani tra cui il «Corriere della Sera» e «La Stampa»), Piovene è divenuto celebre grazie al suo secondo libro, Lettere di una novizia (1941), che rimane a detta di molti il suo capolavoro. Una recente riedizione Bompiani di questo romanzo epistolare (a cura di Ernestina Pellegrini, 186 pp., 7.50 €) fornisce nuova occasione di leggerlo e di sorprendersi di fronte alle profonde risonanze attuali offerte, forse più che dalla storia, dai blocchi prismatici ed enigmatici che affiorano dai caratteri dei personaggi, dai grumi inestricabili di realtà e bugia, dall'imperscrutabilità dei fini e delle cause che muovono ogni azione umana. «È genuina la mia vocazione?»: tutto inizia da qui. La novizia Rita Passi, rinchiusa in un convento del Vicentino, manifesta incertezze sulla propria volontà di monacarsi. Le fa trapelare in modo intermittente, attraverso lettere che indirizza a diverse autorità religiose e in particolare a don Paolo Conti, segretario del Vescovo: da queste lunghe e mutevoli confessioni epistolari il lettore intuisce l'ambiguità dell'animo di Rita, che svela e occulta parti della propria storia a seconda di una segreta, instabile idea di convenienza. Con l'infoltirsi del carteggio, che coinvolge progressivamente sempre più personaggi, affiorano le ragioni tremende che costringono la giovane in convento, la rete di ricatti che lega indissolubilmente lei, sua madre e la superiora dell'istituto: spunta l'ombra di un omicidio, sul quale però convergono racconti diversi, da prospettive inconciliabili. Fuori (ma anche dentro, dipinto nell'animo della novizia) si stende il dolce, molle paesaggio dei colli Berici dalle luci effuse e inafferrabili in cui i sentimenti di Rita trovano pace o divampano in acuti tormenti; il paesaggio risponde a Rita, si modella secondo i suoi umori, in un rapporto di corrispondenza impostato da Piovene fin dalla prefazione. «Il paesaggio», spiega il critico Gian Mario Villalta, «è l'unica ipotesi di rispecchiamento, per la protagonista, tra sé e qualcosa che riconosce come un'appartenenza, un legame non sottoposto al costante rovesciamento della menzogna. Eppure questa riconosciuta appartenenza tende a sottrarsi, si concreta soltanto di sfumature, figurazioni in dissolvenza, lontananze e puntualità di una singola forma. Nel “sistema” della narrazione diventa importante, però, perché doppiamente elusivo: questo indice di sensibilità incorrotta è un dato a sé, non dinamico, che esiste proprio perché rappresenta qualcosa che si dissolve, che è inafferrabile, ma, d'altro lato, è anche il segnale di polarità rispetto alla reclusione, desiderata e odiata, che è un tema di fondo del romanzo». È una storia, questa, in cui ognuno nasconde le proprie colpe a se stesso prima che agli altri: tutti si sentono colpevoli «soltanto di un'eccessiva bontà». Eppure le colpe sono molte, piccole dapprima e irreparabili poi, anche in coloro che tentano di aiutare Rita, cullando egoismi e vanità più che rispondendo all'amore per il prossimo. Mentre tocca temi universali, avvertendo che la profonda conoscenza di sé non è raggiungibile con limpidezza, Piovene – aggiunge Villalta – «lavora con sapienza i limiti imposti dalla scelta epistolare, con scatti di assoluta modernità: assolutamente moderna è la progressione narrativa, che non proviene tanto dal susseguirsi cronologico degli eventi, quanto dal gioco di ripetizione/reinterpretazione cui sono sottoposti i pochi fatti della vicenda». «E' un libro sulla mancanza di innocenza del mondo attuale», conclude il critico, «sulla profonda solitudine dell'individuo, che inevitabilmente diventa corruzione. La patologia della protagonista - che assume come strumento la menzogna - insiste fino alla fine, nonostante tutto, in una forma di sconvolgente normalità, dato che non sarà mai veramente accolta (come patologia) né “smascherata”(come menzogna), ma soltanto sedata. Questo libro mostra che la perdita della dimensione tragica non esclude il residuo, carbonizzato e contorto, di una qualche forza vitale cieca e incoercibile, la quale richiederebbe - per non diventare autodistruttiva - una pietà che non abbiamo».
LA VICENDA
Silenzi in convento, tormenti e un omicidio
Lettere di una novizia , secondo libro del vicentino Guido Piovene (esordiente nel 1931 con La vedova allegra ) esce da Bompiani nel 1941, ottenendo una rapida notorietà e suscitando polemiche soprattutto negli ambienti cattolici. Il romanzo narra in forma epistolare la vicenda controversa della novizia Rita Passi. Dietro la sua monacazione si celano i fatti relativi alla morte violenta del suo amante Giuliano: Rita è costretta alla reclusione in convento da una rete di silenzi interessati e di ricatti. Si sporge verso il mondo esterno, desiderandone la libertà, inviando lettere con richieste d'aiuto che svelano progressivamente, in modo tormentato e ambiguo, le vicende che l'hanno portata al voto. Le risposte dei personaggi da lei interpellati ampliano a raggiera le prospettive sui fatti che, dopo l'intervento delle autorità religiose, divengono sempre più incontrollabili. Il romanzo è stato recentemente riedito da Bompiani (a cura di Ernestina Pellegrini, 186 pp., euro 7.50).
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