Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2007 - Articoli: Bellemo Cristina

 
Uno scienziato italiano in America

Storie di straordinaria determinazione spesa a favore dell’umanità

È partito da Tezze sul Brenta ed è arrivato in America, sulla via della scienza. La sua è una di quelle storie che si è onorati di raccontare, perché sono piene di coraggio e di passione vera per ciò che si fa, e di impegno, affinché il frutto del proprio lavoro abbia un valore per l’umanità. Lino Tessarollo è, da 16 anni, uno scienziato italiano negli Stati Uniti: la sua più recente acquisizione scientifica, giunta dopo sei anni di studio, riguarda l’identificazione di un meccanismo specifico che causa la morte dei neuroni, un traguardo di particolare rilievo perché suggerisce un target (cioè un ‘bersaglio’) per la creazione di un farmaco che possa controllare la morte neuronale in diverse malattie neurodegenerative.
Insomma Tessarollo è uno di quei cervelli di cui la nostra terra può andare fiera.
Come è cominciata la sua “avventura” americana?
“Per la laurea (ottenuta nel 1987 a Padova) dovevo preparare la tesi e volevo farla in biologia molecolare, una materia relativamente nuova negli anni ‘80. Avevo sentito di una ricercatrice (Emma D’Andrea, dell’Istituto di oncologia) che era appena tornata a Padova dagli Stati Uniti, dove aveva appreso queste tecnologie per mettere in piedi un nuovo laboratorio di ricerca. Andai a chiedere la sua disponibilità ed era molto entusiasta (viveva ancora sotto l’influenza dell’adrenalina accumulata a New York!): mi disse che entro 6-8 mesi avrei potuto cominciare, perchè il laboratorio sarebbe stato quasi pronto. Alle mie visite successive, il suo entusiasmo iniziò a svanire quando cominciò a notare che i tempi di allestimento si stavano allungando e non poteva garantire che sarei riuscito a generare la tesi nei tempi previsti. Dopo alcuni mesi mi disse di cercarmi un altro laboratorio. Su mia insistenza comunque accettò di prendermi: volevo veramente imparare queste nuove tecniche e questa era la mia unica opportunità. Così andai all’Istituto di oncologia e assieme fummo in grado di allestire un laboratorio di biologia molecolare funzionante. Un anno dopo avevo la tesi”.
“Mi restava da fare il militare (allora obbligatorio). Chiesi di fare il servizio civile, anche se erano 20 mesi invece di 12. Fui assegnato all’Ulss 21 di Padova, dove ebbi l’opportunità di lavorare con bambini handicappati (con patologie varie, dall’autismo, alle malattie neurodegenerative, alla sindrome di Down, le più serie e traumatiche includevano anche patologia autolesionista). L’esperienza fu estremamente importante per me, soprattutto sotto il profilo umano: per la prima volta stavo a contatto con questo mondo. Mi resi conto che, anche se nella vita sociale quotidiana non si vedono spesso questi bambini, le loro patologie sono molto diffuse. Inoltre, visto che ero stato assegnato a Padova, alla fine della mia giornata potevo ritornare in laboratorio, dove ebbi l’opportunità di continuare il tirocinio. Alla fine del primo anno (agosto 1989) fui baciato dalla fortuna ancora una volta, quando la corte costituzionale dichiarò illegale che gli obiettori di coscienza dovessero fare 8 mesi in più rispetto al servizio militare. Improvvisamente ero libero di andare. Con l’aiuto di Emma riuscii a concorrere ad una borsa di studio per l’estero, in un laboratorio dove stavano mettendo a punto la nuovissima tecnica di homologous recombination di Mario Capecchi. A dicembre ottenni la borsa e a febbraio 1990 ero negli Stati Uniti”.
Quanto forte rimane il legame con la sua terra d’origine e che cosa le manca di più dell’Italia?
“Il legame con la mia terra d’origine è molto stretto, anche se a volte mi considero un po’ un uomo ‘senza patria’ perché, seppure tutti i miei affetti, a parte naturalmente mia moglie e i miei figli, sono in Italia, sento che avrei dei problemi di adattamento a ritornare, soprattutto a causa di un sistema burocratico che ho messo alle spalle da tempo”. “Mi mancano la cultura e la storia che si respirano un po’ ovunque, nel nostro Paese. Bisogna andarsene per qualche anno per capire cosa intendo. Quando ero in Italia non mi rendevo conto di questo, perchè c’ero abituato. Uno dei piccoli piaceri che io e mia moglie (che è austriaca e quindi anche lei amante della cultura europea) proviamo quando ritorniamo in Italia è andare ad esempio a Bassano e gustarci un buon caffé, circondati dai bellissimi palazzi storici del centro”.
Qual è lo stato di salute del mondo della ricerca, in Italia? Quali le differenze principali con la gestione della ricerca scientifica negli Stati Uniti?
“Non so se sono in grado di rispondere a questa domanda in maniera appropriata, visto che manco dai laboratori italiani da parecchi anni. Però, a giudicare da quello che vedo apparire sulle riviste di ricerca specializzate, mi azzarderei a dire che ho notato un miglioramento nella qualità dei lavori che escono dall’Italia. So che i miei colleghi in Italia sono frustrati dalle continue battaglie burocratiche che devono sostenere. Probabilmente hanno ragione perché, se il sistema fosse più efficiente, la produzione scientifica potrebbe migliorare enormemente ed essere a livello di quella di altri Paesi europei con simile economia. Nonostante questo, penso che la creazione di nuovi Istituti a gestione privata abbia contribuito al miglioramento a cui mi riferivo. Il problema è più a livello universitario, in cui la situazione è ancora stagnante a causa della burocrazia e del sistema di carriera attuale. Moltissime energie che potrebbero essere indirizzate alla ricerca vengono sprecate nel tentativo prima di ottenere un posto di ricercatore, e poi di conquistare avanzamenti di carriera. La differenza principale tra il sistema americano e quello italiano è, infatti, che negli Stati Uniti la carriera si fa principalmente in base alla produzione scientifica e non in base all’anzianità. Un’altra diversità fondamentale è la mobilità. Negli Stati Uniti i ricercatori sono disposti a muoversi per cercare risorse o nuove possibilità. Non voglio dire che questo si potrebbe traslare al mondo della scienza in Italia, perchè stiamo parlando di due società con stili di vita quasi opposti. Basti pensare che una famiglia americana si sposta in media ogni 6-7 anni! Cosa inconcepibile nel nostro Paese”.
Qual è l’atteggiamento dei giovani americani rispetto alla ricerca, anche come futuro professionale)? E i giovani italiani?
“In generale i giovani sono attratti da settori in cui ci siano prospettive professionali di carriera. Questo vale sia per gli americani che per gli italiani, anche se oserei dire che i giovani americani sono addirittura più pragmatici. È chiaro che esiste sempre una certa ‘sottopopolazione’ di individui che intraprendono una carriera puramente per passione. E questo penso valga in modo particolare per coloro che scelgono la strada della ricerca. Negli Stati Uniti vi è una consapevolezza del valore della ricerca più a livello di classe politica che di popolazione. Nel secolo scorso, la ricerca di base, sviluppata soprattutto per scopi militari, a causa dei numerosi conflitti in atto e della Guerra fredda, ha generato moltissime scoperte che, traslate ad usi civili, hanno contribuito al benessere generale, al punto che la classe politica non ha potuto ignorarne il valore. Questo apprezzamento ‘storico’ per la ricerca ha quindi prodotto e sostenuto un continuo supporto da parte della classe politica, che ha contribuito ai cospicui finanziamenti per università e istituti di ricerca. In Italia, quindi, non penso che il problema sia di mancato interesse da parte dei giovani, bensì della classe politica, che probabilmente non riesce a vedere i frutti a lungo termine di questi investimenti o i benefici che la società può trarne. Le università italiane, che a mio parere forniscono una formazione di base (pur carente in termini di specializzazione) molto solida, producono un gran numero di professionisti che purtroppo non riescono a trovare sufficiente sbocco professionale in Italia. Al contrario, le università americane non sono in grado di corrispondere all’alta richiesta di personale nell’ambito della ricerca, necessario per sostenere i laboratori esistenti. Da qui il grande flusso migratorio di scienziati verso gli Stati Uniti. Basti pensare che nei laboratori circa il 50% del personale laureato è straniero”.
Quali sono, oggi, i limiti più forti alla libertà della ricerca?
“Economici e di specializzazione del personale. È importante che i giovani ricercatori visitino i laboratori di altri istituti, specialmente stranieri, per ampliare i propri orizzonti e soprattutto per imparare che spesso siamo noi stessi il limite principale a quello che si può compiere. Molte cose possono essere fatte ammesso che ci sia la volontà. È fondamentale scrollarsi di dosso l’idea che certe cose ‘non si possono fare in Italia’. In questo contesto però ribadisco ancora una volta che è importante riuscire a limitare la burocrazia anche se, mi rendo conto, non è facile in Italia”.
Quali sono le motivazioni più forti che animano chi intraprende la strada della ricerca?
“Una innata curiosità, che rende l’individuo impermeabile alle pressioni delle prospettive professionali del momento. E questo penso valga sia per gli americani che per gli italiani. Negli anni ’80 e all’inizio degli anni ‘90 non vi erano molte prospettive di carriera e i futuri ricercatori venivano selezionati in base alla passione individuale. Io stesso fui avvisato, quando stavo per iniziare l’università, che le prospettive di lavoro nella ricerca erano nulle o quasi. Qualche possibilità esisteva come insegnante o come informatore medico. Per alcuni miei colleghi questo era sufficiente. Per una minoranza, però, esiste una determinazione interiore che spinge a fare qualcosa in cui si crede, pur consapevoli che le possibilità di successo sono limitatissime”.
Pensa di tornare, prima o poi, in Italia? Quale vorrebbe che fosse il suo contributo alla ricerca italiana?
“Solo se avrò la possibilità di fare qualcosa che produca ancora differenza a livello scientifico. Finora, la società americana mi ha dato la possibilità di realizzarmi come scienziato. Spero di aiutare già, in un certo senso, la ricerca italiana, contribuendo al nome dei ricercatori ‘made in Italy’. Inoltre, in uno stato mondiale di globalizzazione come quello attuale, non importa se una scoperta viene fatta in Italia o negli States, perchè i risultati sono comunque accessibili a tutti”.



MONTALCINI E CAPECCHI: GRANDI SCIENZIATI, GRANDI PERSONE

Abbiamo chiesto a Lino Tessarollo quali figure sono state, per lui, un riferimento, nel mondo scientifico.
“Ho una grandissima ammirazione per Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi, non solo perchè le loro scoperte hanno influenzato direttamente la mia carriera scientifica, ma soprattutto per la tenacia e per la determinazione che hanno dimostrato nella loro vita, e che li hanno portati alle loro importantissime scoperte. La Montalcini ha identificato il Nerve Growth Factor, il primo fattore di crescita scoperto in assoluto: nella rivista Science (4 febbraio 2000, vol. 287, pag. 809) vi è una sintesi di come è arrivata a questa scoperta, che le è valsa il premio Nobel, perchè ha individuato un fattore alla base dello sviluppo del sistema nervoso. Vorrei far notare che le fasi iniziali di questo lavoro sono state compiute in un laboratorio allestito in maniera precaria nella sua camera da letto, mentre si nascondeva durante la guerra per sfuggire alle persecuzioni naziste. Successivamente si trasferì negli Stati Uniti, dove restò per circa 20 anni per continuare i suoi studi”.
“Capecchi ha messo a punto la tecnica di gene targeting, che viene usata per produrre topi con mutazioni genetiche ingegnerizzate. La cosa più sorprendente di Capecchi è che ha avuto un’infanzia a dir poco difficile! Abbandonato su una strada a quattro anni e mezzo durante la guerra perchè la madre era stata incarcerata in un campo di concentramento nazista, ha sofferto la fame e ha lottato per la sua vita da solo fino all’età di nove anni, quando alla fine della guerra è stato ritrovato dalla madre, sopravissuta al campo di concentramento, in un ospedale in cui era in condizioni pietose. Emigrato negli Stati Uniti, dove aveva dei parenti, fu in grado di riprendersi e di riuscire, con grandissima tenacia, a studiare e ad arrivare ai vertici della carriera scientifica (una sintesi della sua storia e delle scoperte scientifiche è disponibile nella rivista scientifica Nature, luglio 2004; vol. 430, pag. 10)”.



CONTRO IL CANCRO PROGRESSI INCREDIBILI

È opinione diffusa che il cancro sia la vera, imbattibile malattia del nostro tempo: ognuno di noi ne fa, prima o poi, direttamente esperienza, su di sé o all’interno della famiglia, tra le persone care, tra gli amici.
Abbiamo chiesto a Lino Tessarollo quali sono le prospettive, se c’è spazio per la speranza e qual è l’ambito di patologie in cui i traguardi sembrano invece più lontani.
“È facile avere l’impressione che il cancro sia una malattia imbattibile perchè effettivamente tutti, direttamente o indirettamente, ne siamo stati colpiti. Eppure sono stati fatti progressi incredibili negli ultimi 10-15 anni, che hanno contribuito a un significativo miglioramento della prognosi di diversi tipi di tumore. Il punto è che si guarda sempre ai pazienti che soccombono alla malattia e si tende a dimenticare quelli, e sono tanti, in cui la malattia viene curata. L’altro punto importante che bisogna tener presente è che il cancro è una malattia estremamente eterogenea, in cui i difetti genetici che la causano sono completamente diversi a seconda del tipo di tumore. Questo è stato confermato in uno studio recentissimo comparso nella prestigiosa rivista scientifica Nature proprio lo scorso ottobre, in cui è stato sequenziato il DNA ottenuto da tipi diversi di tumori. Il risultato di questa analisi ha dimostrato che geni diversi sono mutati nei vari tipi di tumori presi in considerazione. Quindi, in un certo senso, ogni tipo di tumore deve essere attaccato con terapie specifiche. Infine vorrei osservare che il cancro, così come le malattie neurodegenerative, è malattia della vecchiaia. La vita media negli ultimi decenni è aumentata drasticamente, soprattutto grazie ai notevoli avanzamenti nel settore medico e di prevenzione. Questo ha contribuito a un continuo aumento di queste malattie dell’età adulta. Alla luce di tali osservazioni, oserei dire che, in generale, le prospettive di cura di queste malattie stanno migliorando di anno in anno. In più non dimentichiamo che le terapie a carattere preventivo stanno contribuendo in maniera evidente alla eliminazione di patologie allo stato iniziale, prima che costituiscano un serio problema alla nostra salute. Con ciò non voglio nascondere che esistono ancora patologie un po’ più difficili da attaccare. Senza entrare nel dettaglio oserei dire che malattie genetiche, in cui si deve intervenire a livello generale sull’organismo, probabilmente con terapia genica, richiedono a tutt’oggi parecchio lavoro, perchè non abbiamo ancora affinato le tecnologie per modificare il contenuto genetico delle cellule di un organismo relativamente maturo”.
E quali sono gli aspetti del nostro odierno stile di vita che pesano negativamente sulla salute e sul benessere fisico?
“Senza dubbio l’inattività fisica e il consumo calorico eccessivo sono i due più grossi problemi della nostra società. Moltissimi studi epidemiologici hanno ormai dimostrato in maniera inconfutabile che queste due fattori contribuiscono a un significativo aumento dell’incidenza delle malattie cardiovascolari e dei tumori, le due più importanti cause di morte nel mondo occidentale”.



VITA PER LA SCIENZA
Lino Tessarollo è nato a Bassano nel 1963. Prima di trasferirsi negli Stati Uniti, dove opera come ricercatore da 16 anni, era residente a Tezze sul Brenta. Ha conseguito la maturità scientifica al liceo Da Ponte, e poi la laurea (summa cum laude) in scienze biologiche all’università di Padova.
Lavora al National Cancer Institute (NCI) di Frederick, nel Maryland, struttura governativa che raggruppa circa 270 laboratori di ricerca: si tratta del più importante istituto oncologico nazionale, in seno al quale Tessarollo conduce ricerche di biologia molecolare avanzatissime. Dirige un gruppo di ricerca formato da dieci specialisti, e in più è direttore di un laboratorio che produce topi geneticamente modificati per il National Cancer Institute. A febbraio, è stato nominato direttore ad interim di un dipartimento raggruppante circa 80 ricercatori.
Recentemente il suo laboratorio, con una manipolazione genetica, è riuscito ad impedire, in una cavia con degenerazione del sistema nervoso, la morte dei neuroni dell’ippocampo, processo comune a molte malattie neurodegenerative (tra cui sindrome di Down e morbo di Alzheimer). Questa scoperta gli è valsa la pubblicazione sulla prestigiosa rivista internazionale Neuron.
Relatore in innumerevoli conferenze, seminari, corsi; membro della Società internazionale per le neuroscienze; collaboratore di molte riviste, è anche autore di ben un centinaio di pubblicazioni scientifiche.


torna indietro