Uno scienziato italiano in America
Storie di straordinaria determinazione spesa a favore dell’umanità
È
partito da Tezze sul Brenta ed è arrivato in America, sulla via
della scienza. La sua è una di quelle storie che si è
onorati di raccontare, perché sono piene di coraggio e di
passione vera per ciò che si fa, e di impegno, affinché
il frutto del proprio lavoro abbia un valore per
l’umanità. Lino Tessarollo è, da 16 anni, uno
scienziato italiano negli Stati Uniti: la sua più recente
acquisizione scientifica, giunta dopo sei anni di studio, riguarda
l’identificazione di un meccanismo specifico che causa la morte
dei neuroni, un traguardo di particolare rilievo perché
suggerisce un target (cioè un ‘bersaglio’) per la
creazione di un farmaco che possa controllare la morte neuronale in
diverse malattie neurodegenerative. Insomma Tessarollo è uno di quei cervelli di cui la nostra terra può andare fiera. Come è cominciata la sua “avventura” americana? “Per
la laurea (ottenuta nel 1987 a Padova) dovevo preparare la tesi e
volevo farla in biologia molecolare, una materia relativamente nuova
negli anni ‘80. Avevo sentito di una ricercatrice (Emma
D’Andrea, dell’Istituto di oncologia) che era appena
tornata a Padova dagli Stati Uniti, dove aveva appreso queste
tecnologie per mettere in piedi un nuovo laboratorio di ricerca. Andai
a chiedere la sua disponibilità ed era molto entusiasta (viveva
ancora sotto l’influenza dell’adrenalina accumulata a New
York!): mi disse che entro 6-8 mesi avrei potuto cominciare,
perchè il laboratorio sarebbe stato quasi pronto. Alle mie
visite successive, il suo entusiasmo iniziò a svanire quando
cominciò a notare che i tempi di allestimento si stavano
allungando e non poteva garantire che sarei riuscito a generare la tesi
nei tempi previsti. Dopo alcuni mesi mi disse di cercarmi un altro
laboratorio. Su mia insistenza comunque accettò di prendermi:
volevo veramente imparare queste nuove tecniche e questa era la mia
unica opportunità. Così andai all’Istituto di
oncologia e assieme fummo in grado di allestire un laboratorio di
biologia molecolare funzionante. Un anno dopo avevo la tesi”. “Mi
restava da fare il militare (allora obbligatorio). Chiesi di fare il
servizio civile, anche se erano 20 mesi invece di 12. Fui assegnato
all’Ulss 21 di Padova, dove ebbi l’opportunità di
lavorare con bambini handicappati (con patologie varie,
dall’autismo, alle malattie neurodegenerative, alla sindrome di
Down, le più serie e traumatiche includevano anche patologia
autolesionista). L’esperienza fu estremamente importante per me,
soprattutto sotto il profilo umano: per la prima volta stavo a contatto
con questo mondo. Mi resi conto che, anche se nella vita sociale
quotidiana non si vedono spesso questi bambini, le loro patologie sono
molto diffuse. Inoltre, visto che ero stato assegnato a Padova, alla
fine della mia giornata potevo ritornare in laboratorio, dove ebbi
l’opportunità di continuare il tirocinio. Alla fine del
primo anno (agosto 1989) fui baciato dalla fortuna ancora una volta,
quando la corte costituzionale dichiarò illegale che gli
obiettori di coscienza dovessero fare 8 mesi in più rispetto al
servizio militare. Improvvisamente ero libero di andare. Con
l’aiuto di Emma riuscii a concorrere ad una borsa di studio per
l’estero, in un laboratorio dove stavano mettendo a punto la
nuovissima tecnica di homologous recombination di Mario Capecchi. A
dicembre ottenni la borsa e a febbraio 1990 ero negli Stati
Uniti”. Quanto forte rimane il legame con la sua terra d’origine e che cosa le manca di più dell’Italia? “Il
legame con la mia terra d’origine è molto stretto, anche
se a volte mi considero un po’ un uomo ‘senza patria’
perché, seppure tutti i miei affetti, a parte naturalmente mia
moglie e i miei figli, sono in Italia, sento che avrei dei problemi di
adattamento a ritornare, soprattutto a causa di un sistema burocratico
che ho messo alle spalle da tempo”. “Mi mancano la cultura
e la storia che si respirano un po’ ovunque, nel nostro Paese.
Bisogna andarsene per qualche anno per capire cosa intendo. Quando ero
in Italia non mi rendevo conto di questo, perchè c’ero
abituato. Uno dei piccoli piaceri che io e mia moglie (che è
austriaca e quindi anche lei amante della cultura europea) proviamo
quando ritorniamo in Italia è andare ad esempio a Bassano e
gustarci un buon caffé, circondati dai bellissimi palazzi
storici del centro”. Qual
è lo stato di salute del mondo della ricerca, in Italia? Quali
le differenze principali con la gestione della ricerca scientifica
negli Stati Uniti? “Non
so se sono in grado di rispondere a questa domanda in maniera
appropriata, visto che manco dai laboratori italiani da parecchi anni.
Però, a giudicare da quello che vedo apparire sulle riviste di
ricerca specializzate, mi azzarderei a dire che ho notato un
miglioramento nella qualità dei lavori che escono
dall’Italia. So che i miei colleghi in Italia sono frustrati
dalle continue battaglie burocratiche che devono sostenere.
Probabilmente hanno ragione perché, se il sistema fosse
più efficiente, la produzione scientifica potrebbe migliorare
enormemente ed essere a livello di quella di altri Paesi europei con
simile economia. Nonostante questo, penso che la creazione di nuovi
Istituti a gestione privata abbia contribuito al miglioramento a cui mi
riferivo. Il problema è più a livello universitario, in
cui la situazione è ancora stagnante a causa della burocrazia e
del sistema di carriera attuale. Moltissime energie che potrebbero
essere indirizzate alla ricerca vengono sprecate nel tentativo prima di
ottenere un posto di ricercatore, e poi di conquistare avanzamenti di
carriera. La differenza principale tra il sistema americano e quello
italiano è, infatti, che negli Stati Uniti la carriera si fa
principalmente in base alla produzione scientifica e non in base
all’anzianità. Un’altra diversità
fondamentale è la mobilità. Negli Stati Uniti i
ricercatori sono disposti a muoversi per cercare risorse o nuove
possibilità. Non voglio dire che questo si potrebbe traslare al
mondo della scienza in Italia, perchè stiamo parlando di due
società con stili di vita quasi opposti. Basti pensare che una
famiglia americana si sposta in media ogni 6-7 anni! Cosa inconcepibile
nel nostro Paese”. Qual
è l’atteggiamento dei giovani americani rispetto alla
ricerca, anche come futuro professionale)? E i giovani italiani? “In
generale i giovani sono attratti da settori in cui ci siano prospettive
professionali di carriera. Questo vale sia per gli americani che per
gli italiani, anche se oserei dire che i giovani americani sono
addirittura più pragmatici. È chiaro che esiste sempre
una certa ‘sottopopolazione’ di individui che intraprendono
una carriera puramente per passione. E questo penso valga in modo
particolare per coloro che scelgono la strada della ricerca. Negli
Stati Uniti vi è una consapevolezza del valore della ricerca
più a livello di classe politica che di popolazione. Nel secolo
scorso, la ricerca di base, sviluppata soprattutto per scopi militari,
a causa dei numerosi conflitti in atto e della Guerra fredda, ha
generato moltissime scoperte che, traslate ad usi civili, hanno
contribuito al benessere generale, al punto che la classe politica non
ha potuto ignorarne il valore. Questo apprezzamento
‘storico’ per la ricerca ha quindi prodotto e sostenuto un
continuo supporto da parte della classe politica, che ha contribuito ai
cospicui finanziamenti per università e istituti di ricerca. In
Italia, quindi, non penso che il problema sia di mancato interesse da
parte dei giovani, bensì della classe politica, che
probabilmente non riesce a vedere i frutti a lungo termine di questi
investimenti o i benefici che la società può trarne. Le
università italiane, che a mio parere forniscono una formazione
di base (pur carente in termini di specializzazione) molto solida,
producono un gran numero di professionisti che purtroppo non riescono a
trovare sufficiente sbocco professionale in Italia. Al contrario, le
università americane non sono in grado di corrispondere
all’alta richiesta di personale nell’ambito della ricerca,
necessario per sostenere i laboratori esistenti. Da qui il grande
flusso migratorio di scienziati verso gli Stati Uniti. Basti pensare
che nei laboratori circa il 50% del personale laureato è
straniero”. Quali sono, oggi, i limiti più forti alla libertà della ricerca? “Economici
e di specializzazione del personale. È importante che i giovani
ricercatori visitino i laboratori di altri istituti, specialmente
stranieri, per ampliare i propri orizzonti e soprattutto per imparare
che spesso siamo noi stessi il limite principale a quello che si
può compiere. Molte cose possono essere fatte ammesso che ci sia
la volontà. È fondamentale scrollarsi di dosso
l’idea che certe cose ‘non si possono fare in
Italia’. In questo contesto però ribadisco ancora una
volta che è importante riuscire a limitare la burocrazia anche
se, mi rendo conto, non è facile in Italia”. Quali sono le motivazioni più forti che animano chi intraprende la strada della ricerca? “Una
innata curiosità, che rende l’individuo impermeabile alle
pressioni delle prospettive professionali del momento. E questo penso
valga sia per gli americani che per gli italiani. Negli anni ’80
e all’inizio degli anni ‘90 non vi erano molte prospettive
di carriera e i futuri ricercatori venivano selezionati in base alla
passione individuale. Io stesso fui avvisato, quando stavo per iniziare
l’università, che le prospettive di lavoro nella ricerca
erano nulle o quasi. Qualche possibilità esisteva come
insegnante o come informatore medico. Per alcuni miei colleghi questo
era sufficiente. Per una minoranza, però, esiste una
determinazione interiore che spinge a fare qualcosa in cui si crede,
pur consapevoli che le possibilità di successo sono
limitatissime”. Pensa di tornare, prima o poi, in Italia? Quale vorrebbe che fosse il suo contributo alla ricerca italiana? “Solo
se avrò la possibilità di fare qualcosa che produca
ancora differenza a livello scientifico. Finora, la società
americana mi ha dato la possibilità di realizzarmi come
scienziato. Spero di aiutare già, in un certo senso, la ricerca
italiana, contribuendo al nome dei ricercatori ‘made in
Italy’. Inoltre, in uno stato mondiale di globalizzazione come
quello attuale, non importa se una scoperta viene fatta in Italia o
negli States, perchè i risultati sono comunque accessibili a
tutti”.
MONTALCINI E CAPECCHI: GRANDI SCIENZIATI, GRANDI PERSONE
Abbiamo chiesto a Lino Tessarollo quali figure sono state, per lui, un riferimento, nel mondo scientifico. “Ho
una grandissima ammirazione per Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi,
non solo perchè le loro scoperte hanno influenzato direttamente
la mia carriera scientifica, ma soprattutto per la tenacia e per la
determinazione che hanno dimostrato nella loro vita, e che li hanno
portati alle loro importantissime scoperte. La Montalcini ha
identificato il Nerve Growth Factor, il primo fattore di crescita
scoperto in assoluto: nella rivista Science (4 febbraio 2000, vol. 287,
pag. 809) vi è una sintesi di come è arrivata a questa
scoperta, che le è valsa il premio Nobel, perchè ha
individuato un fattore alla base dello sviluppo del sistema nervoso.
Vorrei far notare che le fasi iniziali di questo lavoro sono state
compiute in un laboratorio allestito in maniera precaria nella sua
camera da letto, mentre si nascondeva durante la guerra per sfuggire
alle persecuzioni naziste. Successivamente si trasferì negli
Stati Uniti, dove restò per circa 20 anni per continuare i suoi
studi”. “Capecchi
ha messo a punto la tecnica di gene targeting, che viene usata per
produrre topi con mutazioni genetiche ingegnerizzate. La cosa
più sorprendente di Capecchi è che ha avuto
un’infanzia a dir poco difficile! Abbandonato su una strada a
quattro anni e mezzo durante la guerra perchè la madre era stata
incarcerata in un campo di concentramento nazista, ha sofferto la fame
e ha lottato per la sua vita da solo fino all’età di nove
anni, quando alla fine della guerra è stato ritrovato dalla
madre, sopravissuta al campo di concentramento, in un ospedale in cui
era in condizioni pietose. Emigrato negli Stati Uniti, dove aveva dei
parenti, fu in grado di riprendersi e di riuscire, con grandissima
tenacia, a studiare e ad arrivare ai vertici della carriera scientifica
(una sintesi della sua storia e delle scoperte scientifiche è
disponibile nella rivista scientifica Nature, luglio 2004; vol. 430,
pag. 10)”.
CONTRO IL CANCRO PROGRESSI INCREDIBILI
È
opinione diffusa che il cancro sia la vera, imbattibile malattia del
nostro tempo: ognuno di noi ne fa, prima o poi, direttamente
esperienza, su di sé o all’interno della famiglia, tra le
persone care, tra gli amici. Abbiamo
chiesto a Lino Tessarollo quali sono le prospettive, se
c’è spazio per la speranza e qual è l’ambito
di patologie in cui i traguardi sembrano invece più lontani. “È
facile avere l’impressione che il cancro sia una malattia
imbattibile perchè effettivamente tutti, direttamente o
indirettamente, ne siamo stati colpiti. Eppure sono stati fatti
progressi incredibili negli ultimi 10-15 anni, che hanno contribuito a
un significativo miglioramento della prognosi di diversi tipi di
tumore. Il punto è che si guarda sempre ai pazienti che
soccombono alla malattia e si tende a dimenticare quelli, e sono tanti,
in cui la malattia viene curata. L’altro punto importante che
bisogna tener presente è che il cancro è una malattia
estremamente eterogenea, in cui i difetti genetici che la causano sono
completamente diversi a seconda del tipo di tumore. Questo è
stato confermato in uno studio recentissimo comparso nella prestigiosa
rivista scientifica Nature proprio lo scorso ottobre, in cui è
stato sequenziato il DNA ottenuto da tipi diversi di tumori. Il
risultato di questa analisi ha dimostrato che geni diversi sono mutati
nei vari tipi di tumori presi in considerazione. Quindi, in un certo
senso, ogni tipo di tumore deve essere attaccato con terapie
specifiche. Infine vorrei osservare che il cancro, così come le
malattie neurodegenerative, è malattia della vecchiaia. La vita
media negli ultimi decenni è aumentata drasticamente,
soprattutto grazie ai notevoli avanzamenti nel settore medico e di
prevenzione. Questo ha contribuito a un continuo aumento di queste
malattie dell’età adulta. Alla luce di tali osservazioni,
oserei dire che, in generale, le prospettive di cura di queste malattie
stanno migliorando di anno in anno. In più non dimentichiamo che
le terapie a carattere preventivo stanno contribuendo in maniera
evidente alla eliminazione di patologie allo stato iniziale, prima che
costituiscano un serio problema alla nostra salute. Con ciò non
voglio nascondere che esistono ancora patologie un po’ più
difficili da attaccare. Senza entrare nel dettaglio oserei dire che
malattie genetiche, in cui si deve intervenire a livello generale
sull’organismo, probabilmente con terapia genica, richiedono a
tutt’oggi parecchio lavoro, perchè non abbiamo ancora
affinato le tecnologie per modificare il contenuto genetico delle
cellule di un organismo relativamente maturo”. E quali sono gli aspetti del nostro odierno stile di vita che pesano negativamente sulla salute e sul benessere fisico? “Senza
dubbio l’inattività fisica e il consumo calorico eccessivo
sono i due più grossi problemi della nostra società.
Moltissimi studi epidemiologici hanno ormai dimostrato in maniera
inconfutabile che queste due fattori contribuiscono a un significativo
aumento dell’incidenza delle malattie cardiovascolari e dei
tumori, le due più importanti cause di morte nel mondo
occidentale”.
VITA PER LA SCIENZA Lino
Tessarollo è nato a Bassano nel 1963. Prima di trasferirsi negli
Stati Uniti, dove opera come ricercatore da 16 anni, era residente a
Tezze sul Brenta. Ha conseguito la maturità scientifica al liceo
Da Ponte, e poi la laurea (summa cum laude) in scienze biologiche
all’università di Padova. Lavora
al National Cancer Institute (NCI) di Frederick, nel Maryland,
struttura governativa che raggruppa circa 270 laboratori di ricerca: si
tratta del più importante istituto oncologico nazionale, in seno
al quale Tessarollo conduce ricerche di biologia molecolare
avanzatissime. Dirige un gruppo di ricerca formato da dieci
specialisti, e in più è direttore di un laboratorio che
produce topi geneticamente modificati per il National Cancer Institute.
A febbraio, è stato nominato direttore ad interim di un
dipartimento raggruppante circa 80 ricercatori. Recentemente
il suo laboratorio, con una manipolazione genetica, è riuscito
ad impedire, in una cavia con degenerazione del sistema nervoso, la
morte dei neuroni dell’ippocampo, processo comune a molte
malattie neurodegenerative (tra cui sindrome di Down e morbo di
Alzheimer). Questa scoperta gli è valsa la pubblicazione sulla
prestigiosa rivista internazionale Neuron. Relatore
in innumerevoli conferenze, seminari, corsi; membro della
Società internazionale per le neuroscienze; collaboratore di
molte riviste, è anche autore di ben un centinaio di
pubblicazioni scientifiche.
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