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Passate Edizioni - 2007 - Articoli: Roberta Monetti |
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Tv e minori INTRODUZIONE
Chissà
che scorpacciate di televisione si sono fatti i nostri bambini durante
le lunghe vacanze estive con la sospensione di scuola, sport e altre
attività che affollano le loro giornate, lasciando ampio spazio
alla magia del telecomando.A
breve, in autunno ripartono i palinsesti autunnali delle televisioni
infarcite di programmi spesso poco digeribili per i più piccoli,
fatti di messaggi pubblicitari subliminali, violenza e altri
comportamenti di certo da non imitare.Come
educare allora i bambini, ma soprattutto i genitori, a una
somministrazione che non sia nociva alla crescita allo sviluppo psico
fisico? Come opporsi alla tv spazzatura che “se ne frega”
dei più piccoli indifesi se lasciati soli davanti allo schermo?
E la scuola, gli insegnanti possono essere guida e sostegno nella
visione? Qualcosa
bisogna fare per non riempire i piccoli di paure, bloccando
l’attenzione e il rendimento scolastico, allontanandoli
dall’immaginazione stimolata dai libri.PRIMO ARTICOLO
Cosa
sentono e cosa provano i bambini di fronte al mondo televisivo? Quali
sono le risposte emotive, cognitive e comportamentali dei bambini in
relazione alle notizie trasmesse dai telegiornali?Uno
studio condotto dal dipartimento di psicologia dello sviluppo e della
socializzazione dell’università di Padova, su commissione
della provincia di Treviso, dà una risposta scientifica e
documentata a questi interrogativi.La
ricerca, i cui risultati sono esposti in due pubblicazioni edite dalla
provincia di Treviso (Telespettatori in erba e C’è un
posto per l’informazione televisiva nella scuola?) ha coinvolto
1500 bambini provenienti da scuole primarie e secondarie di primo grado
di Treviso, Belluno, Vicenza, Padova, Brescia, i loro insegnanti e
genitori.A
quindici anni di distanza dall’emanazione della Carta di Treviso,
un documento sottoscritto dai giornalisti per tutelare i minori
coinvolti in fatti di cronaca, l’indagine ha voluto mettersi
dalla parte del minore per indagare quali sono le sue opinioni,
conoscenze e abitudini di fronte al mezzo televisivo e come interpreta
il messaggio che ne deriva.Luciano
Arcuri, docente alla facoltà di psicologia
dell’università di Padova e responsabile scientifico della
ricerca, spiega i risultati più interessanti emersi dalla
ricerca che ha pure incrociato i dati di mille bambini con quelli dei
rispettivi genitori. «Innanzitutto
emerge che il consumo televisivo è più forte di quanto i
genitori non pensino. I genitori non hanno idea di ciò che i
bambini vedono e accolgono dalla tv. Prova ne è il fatto che il
45 per cento dei bambini di 6-7 anni vedono la tv da soli, una parte
con gli amici o con i fratelli, e solo una minima percentuale in
compagnia di mamma e papà».Quanta tv guardano i bambini?«Fino
a pochi anni fa la tv era un piccolo strumento accanto ad altre forme
di socializzazione, date principalmente dal gioco. Ora il gioco con i
coetanei è un’esperienza molto limitata e legata
all’uso di tecnologie come i videogiochi. Mentre un tempo la tv
aveva un ruolo molto contenuto nel tempo, ora occupa uno spazio
temporale molto più ampio nella giornata del bambino. Abbiamo
chiesto a un campione di ricordare quello che avevano fatto in cinque
momenti della giornata: mattino, mezzogiorno, pomeriggio, sera prima di
cena, dopo cena. La maggioranza dei bambini intervistati ricorda di
aver visto la tv in due o tre di questi momenti, e una parte
addirittura in tutti e cinque i periodi. È emerso anche che i
più piccoli sono fortissimi fruitori di tv mentre fanno
colazione».Tv e rendimento scolastico: quali relazioni ha evidenziato l’indagine?«Dalle
ricerche fatte risulta che i bambini che guardano la tv per molte ore,
definiti “forti consumatori”, dimostrano prestazioni
scolastiche peggiori. Non è dimostrato il rapporto
causa-effetto, cioè che la tv sia la causa del cattivo
rendimento e non un effetto delle difficoltà del bambini.
È un dato certo però che i bambini che provengono da
famiglie con un livello culturale e di istruzione superiore guardano
meno tv e hanno un rendimento scolastico migliore».Contrariamente a quanto si pensa, la tv non è quindi uno strumento di omogeneizzazione culturale?«È
uno strumento attraverso il quale le differenze socio-culturali si
enfatizzano. Aumenta il divario tra bambini provenienti da ambienti
culturali ricchi e bambini più svantaggiati».È
uscito da poco un libro che ha fatto molto discutere: Volevo dirti che
è lei che guarda te. L’autore, Paolo Landi, pubblicitario
e docente a contratto al Politecnico di Milano, sostiene che, almeno
fino ai dodici anni, un bambino non dovrebbe guardare la tv. Lei che ne
pensa?«È
un’operazione che solo alcuni possono o sono in grado di
permettersi. I figli di Berlusconi sono cresciuti con il metodo
steineriano che prevede l’esclusione totale della tv dalle
attività quotidiane dei bambini. Nel mondo in cui viviamo
è anomalo che la tv non faccia parte del mondo dei bambini, per
cui credo che la tv non debba essere esorcizzata, ma usata in maniera
opportuna. In questo modo può anche diventare un ottimo
strumento di socializzazione». Lo
stesso autore sostiene che i programmi vengono realizzati in funzione
della pubblicità e che un genitore che guarda la tv con il
figlio si presta al gioco di chi utilizza i bambini per vendere. «Il
sistema economico occidentale è basato sulle strategie di
convincimento al consumo. Ritengo che gli adulti siano sufficientemente
maturi per individuare le tecniche di tipo persuasivo che stanno sotto
ai messaggi pubblicitari e, quindi, possono aiutare il bambino a
difendersi dalla pubblicità. I bambini fino ai 5-6 anni sono
infatti assolutamente indifesi di fronte alla pubblicità; solo
dopo i 7 anni cominciano a costruire percezioni di tipo critico verso
il messaggio pubblicitario».Come aiutare i bambini ?«Occorre
mostrare loro come in molti spot vengono presentati giochi e prodotti
multimediali in maniera non realistica: le caratteristiche meno belle,
come il fatto che il gioco va montato con l’aiuto di un adulto o
che le batterie vanno comprate a parte, vengono minimizzate, scritte
magari in caratteri minuti, mentre le altre caratteristiche vengono
enfatizzate. Occorre educare genitori, insegnanti e bambini a una
decodifica del messaggio pubblicitario per renderli consapevoli
fruitori del mezzo televisivo. Nei programmi scolastici dovrebbe essere
inserita, tra le altre materie, l’educazione alla comunicazione e
alle tecniche persuasive».In che misura le difficoltà di concentrazione che si riscontrano nei bambini di oggi sono dovute alla troppa tv?«Non
siamo in grado di mettere in relazione la concentrazione con
l’uso della tv. È indubbio però che con
l’aumentare della fruizione televisiva è diminuita la
lettura. La lettura è una ginnastica di tipo mentale che aiuta
il bambino a concentrarsi di più. Il bambino che legge presta
più attenzione alle parole che alle immagini e deve impegnarsi
in un’attività di tipo immaginativo».Meglio quindi una buona lettura che la tv?«Entrambe
le attività sono utili al bambino. Se la tv disabitua alla
costruzione dei significati e all’organizzazione di schemi di
tipo letterario, è un ottimo strumento per esercitare il bambino
all’organizzazione di schemi di tipo visivo per la costruzione di
competenze di tipo sociale. È importante che i bambini
costruiscano schemi di eventi. Vedere la sequenza di una scena, ad
esempio una famiglia che entra in ristorante, si avvicina al tavolo,
parla col cameriere, si siede, ordina, ringrazia, aiuta a costruire
competenze che riguardano il mondo delle relazioni sociali. Attraverso
la lettura, invece, il bambino impara a costruire sequenze di eventi
con attività immaginative. Realizzare immagini attraverso
ciò che si legge è un processo più difficile e
impegnativo, ma che alla fine paga perché abitua alla
concentrazione e stimola la creatività».Quanto i bambini capiscono di ciò che vedono sullo schermo?«Il
bambino fino ai 4 anni non è in grado di distinguere tra
realtà e fantasia: pensa che i personaggi che vede alla tv si
trovino realmente dentro il televisore. Poi comincia a entrare nella
realtà, ma manca ancora di una teoria della mente delle persone:
non riesce a immedesimarsi nella mente dei personaggi, processo che
avviene dopo gli 11 anni».Che cosa li spaventa?«I
piccoli raccontano situazioni di crisi che vedono, che compaiono. I
più grandi sono spaventati anche da episodi di guerra visti dal
punto di vista delle conseguenze, ad esempio gli esiti delle bombe.
Hanno quindi la capacità di desumere cose che non si vedono ma
che capitano».Quante ore di tv dovrebbero essere concesse al giorno?«Non
è solo un problema di quantità, ma di qualità. Gli
spazi protetti dovrebbero essere tali; invece purtroppo il codice di
autoregolamentazione non sempre viene rispettato. C’è
inoltre un altro elemento preoccupante: non c’è una chiara
differenziazione tra ciò che è spettacolo-cartone,
programma e ciò che è informazione pubblicitaria. Questo
vale soprattutto per il mondo di internet, dove, ad esempio nel sito
della Walt Disney, non c’è distinzione tra giochi proposti
e promozione pubblicitaria».Quali programmi danno spunti e materiali per la creatività dei bambini?«L’unico
canale che si è posto questo problema e che effettivamente fa
proposte interessanti in questo ambito è Rai3, con vari
programmi di intrattenimento come la “Melevisione” e
“Screensaver”. I film della Walt Disney vanno bene per i
più piccoli quando ripercorrono lo schema tradizionale della
fiaba con situazione iniziale, dissonanza, soluzione. Per i più
grandi si può proporre anche il serial televisivo che attiva
sequenze che aiutano a costruire relazioni sociali».Quanto influisce la tv sulla violenza e l’aggressività dei bambini?«Due
gruppi di bambini sono stati sottoposti alla visione di un programma
che conteneva una situazione sportiva e un programma dove un
protagonista era preso a pugni dall’avversario. Dopo la visione
del filmato il primo gruppo giocava in maniera attiva e tranquilla, il
secondo in maniera violenta, prendendo a pugni un pupazzo. I dati di
ricerca che abbiamo a disposizione rilevano come nella maggior parte
dei casi la scene di violenza abbiamo degli effetti solo a breve
termine. Senza dubbio la visione di programmi di violenza porta
all’assuefazione e, anche se gli effetti a lungo termine
riguardano solo una minima parte della popolazione, le percentuali
irrisorie diventano importanti in una popolazione grande».La
seconda fase della vostra ricerca riguarda il modo in cui gli
insegnanti considerano la televisione come mezzo che favorisce o meno
lo sviluppo del bambino. Gli insegnanti sanno cosa i bambini vedono
alla tv?«Intuiscono.
Alcuni seguono corsi di formazione: lo fanno a partire da una loro
esigenza personale. La scuola dovrebbe però mettere in piedi una
sistematica attività di formazione per i docenti per offrire
strumenti necessari in grado di impostare una seria educazione
all’immagine e alle tecniche audiovisive».Quali sono i risultati più significativi emersi dall’indagine sull’informazione televisiva nella scuola?«Un
dato interessante è che il mondo dell’informazione
televisiva non emerge in maniera sistematica in classe. A scuola i
bambini riportano espressioni ed emozioni legate a certi episodi visti
magari al telegiornale, come il caso di Tommy, il piccolo di Parma
assassinato dai suoi sequestratori».È bene che i bambini vedano il telegiornale?«Sì,
purché lo vedano con i genitori. Maggior attenzione dovrebbe
essere posta alle cronache di suicidi, che possono suscitare meccanismi
di identificazione nei ragazzi più grandi. È attualmente
in corso uno studio da parte di quattro laureande che stanno indagando
l’efficacia informativa di due tipi di telegiornale, quello
destinato ad adulti e quello per ragazzi. Dai primi dati a disposizione
risulta che i bambini ricordano di più le notizie dei
telegiornali per ragazzi che non quelli per gli adulti». servizio di Roberta MonettiSECONDO ARTICOLO
Di
fronte a una tv che spesso manda in onda programmi violenti nelle fasce
d’orario dedicate ai bambini, che nella programmazione
pubblicitaria sfora il tetto massimo consentito dalla legge 112/04
(meglio conosciuta come legge Gasparri), che trasmette scene che non
rispettano la sensibilità dei minori, molti genitori o educatori
vogliono far sentire la propria voce. Ma
a chi rivolgersi? Come uscire dal disappunto individuale e unire le
forze con quelle di altri genitori, nonni ed educatori sensibili al
problema? Con chi mettersi in contatto quando non si vuole più
stare a guardare?L’Aiart
(associazione italiana ascoltatori radio televisione) è
un’associazione culturale di volontariato che opera nel campo
della comunicazione. Fondata
cinquant’anni fa nell’ambito dell’associazionismo
cattolico, ha sede a Roma ma è diffusa in tutte le province
italiane con sezioni proprie. Ha un sito internet (www.aiart.it) dove
è possibile documentarsi su tematiche legate alla tv e aderire
alle campagne per un corretto uso della televisione.«Lo
scopo – spiega Silvia Toderini, vicepresidente dell’Aiart
di Padova – è promuovere un uso responsabile e critico dei
media e tutelare gli interessi morali e culturali dei telespettatori.
Per questo li rappresenta nei confronti delle istituzioni e degli
organismi operanti nei settori della radio-televisione, del cinema e
del teatro. Per rendere più efficace l’azione individuale
è necessario unirsi per presentare idee e proposte positive
convincenti, partecipando all’attività di associazioni di
spettatori come l’Aiart».Un
obiettivo è anche la presa di posizione critica nei confronti di
ciò che viene trasmesso: «La televisione è uno
strumento potente, che incide profondamente, nel bene e nel male, sul
processo di formazione e di crescita dei bambini, dato che ormai
è parte integrante della vita quotidiana di tutti. È
quindi importante che i genitori vigilino perché venga usata in
modo consapevole e costruttivo. Non si può guardare tutto, in
qualsiasi momento e in qualunque situazione. I genitori devono essere i
primi a dare un esempio coerente». Un ruolo fondamentale, dunque,
quello dei genitori che devono dire no alla violenza in tv.
«Mamma e papà possono cambiare programma: il numero
di utenti che seguono un programma viene rilevato e monitorato. Se
risulta in diminuzione, è un segnale che il pubblico non
gradisce la sua trasmissione. Esiste poi un altro modo per farsi
sentire: quello di fare delle segnalazioni. Non solo i genitori ma
tutti gli utenti possono segnalare all’Aiart di Padova
eventuali programmi o contenuti ritenuti non adeguati.
L’associazione si fa carico di inoltrare le segnalazioni alla
commissione preposta».Esiste
poi a livello istituzionale un organo che tutela i diritti degli
utenti. Il 28 febbraio scorso è stato istituito, presso
l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, il
nuovo Consiglio nazionale degli utenti (Cnu). È composto da
esperti designati dalle varie associazioni di utenti di radio e tv.
L’organismo ha il compito di vigilare sul rispetto delle norme ed
è a questo che le associazioni fanno riferimento per trasmettere
segnalazioni e proposte.Perché un’associazione di telespettatori?Chi
si iscrive all’Aiart riceve a casa il mensile Il telespettatore e
altro materiale. Accanto alla guida e alla formazione all’uso
della tv, trova esempi positivi di programmi televisivi, suggerimenti
su come fare per dire no alla violenza in tv, informazioni sulle fasce
protette e su altre forme di tutela dei minori.La
segnalazione dei programmi non adeguati va fatta telefonicamente allo
049-751239 o inviando una lettera indirizzata all’Aiart, via
Raffaello Nasini 5, 35126 Padova.TERZO ARTICOLO
n
Ermanno Chasen, editore di Triveneta network e docente di teoria e
tecnica del linguaggio televisivo all’università di
Padova, si è posto l’interrogativo di come le tv locali
possono contribuire a una corretta programmazione per i bambini.Come editore di un’emittente locale, in che modo vede il mezzo televisivo e il rapporto tra bambini e televisione? «Mi
rendo conto che la tv è molto potente rispetto ad altre
realtà che circondano il bambino. La quantità di
informazione che il bambino riceve dalla tv è sicuramente
superiore a quella che riceve dalla scuola. Ed è superiore anche
la capacità di acquisizione delle informazioni. Questo
perché le tecniche di costruzione del messaggio usate
nell’ambito televisivo sono molto sofisticate».Quindi il bambino impara di più dalla tv che dalla scuola?«La
scuola spesso ha un criterio didattico punitivo, gioca sul fatto dei
voti e del giudizio, e ciò crea sofferenza nel bambino. La tv
invece per sua natura è accattivante perché commerciale:
deve tenere attaccato il telespettatore, per cui affina il proprio
metodo di comunicazione e il bambino la vede come un gioco».Quali rischi corrono i nostri bambini?«Sono
condizionati dalla tv perché non sono preparati a vederla.
Esistono dei “trucchi”, delle manipolazioni delle immagini
che non rappresentano la realtà. Il bambino non è in
grado di capire che quanto visto alla tv non è realtà ma
finzione».È vero che la tv di oggi veicola messaggi subliminali?«La
legge non consente di utilizzare i messaggi subliminali, introdotti nel
cinema nella prima metà del secolo scorso come fotogrammi
isolati all’interno della pellicola che l’occhio non riesce
a leggere ma che sono percepiti dal cervello a livello inconscio. Oggi
però vengono però usati molti generi di immagini
subliminali non contemplati dalla legge, ad esempio il protagonista che
beve una coca cola. Sono tecniche più affinate che arrivano allo
stesso risultato: indurre lo spettatore a comprare o fare
qualcosa».In questi ultimi anni vede cambiato il rapporto dei bambini con la televisione?«Nell’ultimo
decennio stiamo assistendo a un fenomeno per me preoccupante: stiamo
entrando sempre più in un mondo di disinformazione per eccesso
di informazione. Siamo aggrediti da una quantità di informazioni
superiore alla capacità di ricezione del nostro cervello.
All’interno delle famiglie, poi, ognuno guarda il suo programma
dal suo televisore. La tv non è più occasione di
aggregazione e di confronto ma di isolamento. Non sappiamo ancora che
adulto uscirà da questi bambini che non giocano e stanno troppe
ore da soli davanti al piccolo schermo».Non c’è troppa pubblicità?«Sì,
e soprattutto c’è l’esagerazione del
fenomeno-gadget. Il gadget è nato con il cartone animato
giapponese: si tratta di un oggetto che rappresenta il personaggio di
un cartone animato. Se una volta, sulla scia del successo di un
cartone, venivano prodotti i gadget, oggi prima si pianifica
l’operazione commerciale e su questa poi si costruisce il
cartone, che diventa un pretesto per vendere i relativi oggetti. Il
risultato è che i nostri bambini vengono usati per creare e
alimentare un mercato. Dobbiamo chiederci fino a che punto sia lecito
tutto ciò».In una recente tavola rotonda su tv e minori, organizzata proprio da Triveneta network, lei ha lanciato una proposta.«Ho
chiesto di spegnere la tv per accendere la mente dei figli e dei
nipoti. È una provocazione, ma ci aiuta a capire che la tv va
usata con criterio. Io che faccio televisione sono convinto che non
deve essere utilizzata come asilo autogestito in casa. La tv deve
riportare alla realtà il bambino, deve creare occasioni per
creare aggregazione. Va recuperato in particolare il gioco, che non
è solo momento di evasione, ma anche di preparazione alla vita.
Giocando il bambino finge un rapporto con i propri compagni e crea
situazioni di vita. Un bambino che gioca si prepara a diventare un buon
adulto». Cosa fa Triveneta network per i bambini?«Attualmente
trasmettiamo cartoni animati di varia provenienza. Da settembre
partirà un programma di intrattenimento in diretta che ci
porterà anche all’interno delle scuole e nei posti
frequentati dai bambini. Lavoreranno delle figure specializzate che
inizieranno questo dialogo con i bambini, anche con lo scopo di creare
occasioni di aggregazione. Ad esempio, promuoveremo una sorta di giochi
della gioventù con gadget e attività varie, in
collaborazione con comune e regione. Una volta avviato questo rapporto
diretto con i bambini, realizzeremo poi un tg locale dei ragazzi».Un progetto ambizioso, raro nelle emittenti locali.«Spesso
le emittenze locali in Italia non sono in grado di produrre programmi
perché le risorse economiche, date dalle entrate pubblicitarie,
vengono incamerate da un solo soggetto». Che altro può fare una testata televisiva nel territorio?«Penso
sia importante formare delle figure preparate ad aiutare i bambini a
decifrare il messaggio televisivo e a usare correttamente la tv. Per
questo abbiamo avviato una serie di iniziative di carattere formativo.
In collaborazione con l’università stiamo lavorando per
l’istituzione di un master sulla comunicazione che fornisca le
competenze sulle tecniche audiovisive. Usciranno così persone
preparate ad affrontare con i bambini un’educazione all’uso
corretto della tv. Finanzieremo poi quattro dottorati di ricerca
all’università di Padova che affronteranno la ricerca nel
campo delle tematiche audiovisive sotto vari aspetti, tra cui quello
statistico. Questi dottorati saranno istituiti in collaborazione con le
facoltà di medicina, statistica, ingegneria informatica e con il
Dams. Stiamo poi pensando a corsi di aggiornamento per gli
insegnanti».
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