La testimonianza di un ex internato
“La disperazione mi strappava il cuore”.
In
occasione del Giorno della memoria Armido Crepaldi racconta i suoi
giorni nel lager tedesco XI B di Fallingbostel. “Ricordo con
terrore le notti insonni nella speranza che la mia baracca non fosse
colpita dalle bombe.
Si
stima che siano stati più 700.000 i militari italiani deportati
nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Tra di essi vi
è Armido Crepaldi, residente a Rottanova, che per 20 mesi fu
costretto a sopportare le più disumane condizioni di esistenza
nel campo di concentramento XI B di Fallingbostel, città tedesca
a nord di Hannover. Come iniziò per lei quell’orribile esperienza? “Il
12 settembre del ’43 – racconta il signor Crepaldi –
i tedeschi sconfissero gli italiani sul fronte albanese ed io fui fatto
prigioniero insieme a più di mille altri soldati italiani. Il
viaggio verso la Germania durò nove giorni e fu interminabile,
giunti a destinazione ci fecero scendere dal convoglio colpendoci col
calcio del fucile e ci fu assegnato un numero, il mio era il 163046 e
lo portai scritto su una targhetta e sulle braccia”. Come si svolgeva la giornata nel campo? “Tutte
le mattine – narra Crepaldi – si marciava verso il luogo di
lavoro, io lavoravo per diciotto ore al giorno in uno zuccherificio, la
vita era diventata un tormento di dolori per tutto il corpo che si
accentuavano per la fame. Il nostro nutrimento quotidiano era
costituito da sei patatine crude in un mestolo di brodo di rape, le
poche ore di riposo che mi erano concesse le trascorrevo in una baracca
fredda e umida dove i letti a castello erano fatti di tavole di legno.
Durante il lavoro non era permesso né parlare né
protestare”. Cosa succedeva a chi tentava di ribellarsi o di fuggire? “Fuggire
era impossibile – spiega – lungo il perimetro del campo
passava la corrente ad alta tensione e chi disobbediva agli ordini
veniva spogliato e frustato con sofferenze atroci. Chi si ammalava
subiva un atroce destino, le persone ammalate erano considerate non
produttive e inutili, di conseguenza i tedeschi si liberavano di loro
uccidendoli in maniera disumana”. Qual era il suo stato d’animo in quei momenti? “La
disperazione – afferma – era totale, vedevo torturare i
miei amici senza poter far nulla, provavo tanta rabbia unita al senso
di impotenza che mi strappava il cuore. Per fortuna però i
giorni passavano e la situazione in guerra era mutata, gli americani
erano sempre più vicini, ricordo con terrore le notti insonni
nella speranza che la mia baracca non fosse colpita dalle bombe e altri
episodi in cui sono stato ad un passo dalla morte”. In quali momenti ha veramente temuto che fosse giunta la fine? “Quando
i nazisti si resero conto che la guerra era persa – racconta
Crepaldi – decisero di eliminare i prigionieri per far sparire le
prove dei loro crimini. Ricevetti un giorno l’ordine di scavare
insieme agli altri una grande fossa e mi fu subito chiaro che stavamo
scavando la nostra tomba dove avremmo dovuto essere sepolti tutti
insieme. È stato terribile ma l’arrivo degli americani ci
ha salvati, la liberazione è stata una nuova speranza di vita,
una gioia inaspettata, un sentimento che credevo di non poter provare
più”. Com’è stato il ritorno a casa? “Il
mio desiderio più grande – confessa il signor Armido
– era tornare a casa ma fui costretto per motivi burocratici a
rimanere in Germania ancora qualche mese. Quando finalmente, dopo
cinque anni lontano da casa, ho potuto riabbracciare i miei cari la
commozione è stata immensa, è stato come ritornare alla
vita”.
La scheda.
Il
signor Armido Crepaldi nasce a Cavarzere, precisamente a Ca’
Venier, il 27 settembre del 1921. Successivamente si trasferisce con i
genitori nella frazione di Rottanova in località Molina dove
lavorava come contadino. Il 9 gennaio del 1941 viene chiamato alle armi
e mandato a Vittorio Veneto per l’addestramento al termine del
quale è inviato a combattere nel Kossovo dove rimane fino al 9
settembre del ’43 quando viene mandato a combattere sul fronte
albanese dove viene catturato dai tedeschi.
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