Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2007 - Articoli: Nicla Sguotti

 

La testimonianza di un ex internato

“La disperazione mi strappava il cuore”.

In occasione del Giorno della memoria Armido Crepaldi racconta i suoi giorni nel lager tedesco XI B di Fallingbostel. “Ricordo con terrore le notti insonni nella speranza che la mia baracca non fosse colpita dalle bombe.

Si stima che siano stati più 700.000 i militari italiani deportati nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Tra di essi vi è Armido Crepaldi, residente a Rottanova, che per 20 mesi fu costretto a sopportare le più disumane condizioni di esistenza nel campo di concentramento XI B di Fallingbostel, città tedesca a nord di Hannover.

Come iniziò per lei quell’orribile esperienza?

“Il 12 settembre del ’43 – racconta il signor Crepaldi – i tedeschi sconfissero gli italiani sul fronte albanese ed io fui fatto prigioniero insieme a più di mille altri soldati italiani. Il viaggio verso la Germania durò nove giorni e fu interminabile, giunti a destinazione ci fecero scendere dal convoglio colpendoci col calcio del fucile e ci fu assegnato un numero, il mio era il 163046 e lo portai scritto su una targhetta e sulle braccia”.

Come si svolgeva la giornata nel campo?

“Tutte le mattine – narra Crepaldi – si marciava verso il luogo di lavoro, io lavoravo per diciotto ore al giorno in uno zuccherificio, la vita era diventata un tormento di dolori per tutto il corpo che si accentuavano per la fame. Il nostro nutrimento quotidiano era costituito da sei patatine crude in un mestolo di brodo di rape, le poche ore di riposo che mi erano concesse le trascorrevo in una baracca fredda e umida dove i letti a castello erano fatti di tavole di legno. Durante il lavoro non era permesso né parlare né protestare”.

Cosa succedeva a chi tentava di ribellarsi o di fuggire?

“Fuggire era impossibile – spiega – lungo il perimetro del campo passava la corrente ad alta tensione e chi disobbediva agli ordini veniva spogliato e frustato con sofferenze atroci. Chi si ammalava subiva un atroce destino, le persone ammalate erano considerate non produttive e inutili, di conseguenza i tedeschi si liberavano di loro uccidendoli in maniera disumana”.

Qual era il suo stato d’animo in quei momenti?

“La disperazione – afferma – era totale, vedevo torturare i miei amici senza poter far nulla, provavo tanta rabbia unita al senso di impotenza che mi strappava il cuore. Per fortuna però i giorni passavano e la situazione in guerra era mutata, gli americani erano sempre più vicini, ricordo con terrore le notti insonni nella speranza che la mia baracca non fosse colpita dalle bombe e altri episodi in cui sono stato ad un passo dalla morte”.

In quali momenti ha veramente temuto che fosse giunta la fine?

“Quando i nazisti si resero conto che la guerra era persa – racconta Crepaldi – decisero di eliminare i prigionieri per far sparire le prove dei loro crimini. Ricevetti un giorno l’ordine di scavare insieme agli altri una grande fossa e mi fu subito chiaro che stavamo scavando la nostra tomba dove avremmo dovuto essere sepolti tutti insieme. È stato terribile ma l’arrivo degli americani ci ha salvati, la liberazione è stata una nuova speranza di vita, una gioia inaspettata, un sentimento che credevo di non poter provare più”.

Com’è stato il ritorno a casa?

“Il mio desiderio più grande – confessa il signor Armido – era tornare a casa ma fui costretto per motivi burocratici a rimanere in Germania ancora qualche mese. Quando finalmente, dopo cinque anni lontano da casa, ho potuto riabbracciare i miei cari la commozione è stata immensa, è stato come ritornare alla vita”.

                                           

La scheda.

Il signor Armido Crepaldi nasce a Cavarzere, precisamente a Ca’ Venier, il 27 settembre del 1921. Successivamente si trasferisce con i genitori nella frazione di Rottanova in località Molina dove lavorava come contadino. Il 9 gennaio del 1941 viene chiamato alle armi e mandato a Vittorio Veneto per l’addestramento al termine del quale è inviato a combattere nel Kossovo dove rimane fino al 9 settembre del ’43 quando viene mandato a combattere sul fronte albanese dove viene catturato dai tedeschi.


torna indietro