Sinopoli e Wagner
C’è
molto di wagneriano nella morte di Giuseppe Sinopoli, il grande
direttore d’orchestra veneziano ucciso da un malore a Berlino il
20 aprile 2001 mentre dirigeva il terzo atto dell’Aida di Verdi.
C’è molto di wagneriano in quella bacchetta che cade a
terra, libera nell’estremo dolore, mentre si dipanano i
“cieli azzurri” d’Egitto. Aida: l’opera -
destino del maestro. Con Aida esordì alla Fenice nel 1978, con
Aida concluse la sua carriera e la sua vita cinque anni fa. Come non
pensare all’ “eterno ritorno”del Reno, le cui acque
suonano fluttuanti all’inizio dell’Anello del Nibelungo, e
continuano a scorrere impetuose per ore ed ore, nel dipanarsi dei
quattro capolavori della Tetralogia, sino ad inondare la scena mentre
si chiude il sipario del Crepuscolo degli Dei. Sono riflessioni che
accompagnano la lettura di “Il mio Wagner”, un agile
libretto uscito recentemente per Marsilio (126 pp., 9 euro) a cura di
Sandro Cappelletto. Il volume riporta le quattro conversazioni che
Giuseppe Sinopoli tenne a Roma tra il 1988 ed il 1991, in occasione
dell’esecuzione dell’intera tetralogia wagneriana
(L’Oro del Reno, la Valchiria, Sigfrido, Il crepuscolo degli Dei)
in forma di concerto. Stupiscono ed affascinano le casualità e
le causalità che legano il destino dei due musicisti. La
gestazione della tetralogia occupò circa un quarto di secolo la
mente di Wagner così come poco più di vent’anni
durò la carriera artistica del direttore veneziano, la cui vita,
inizialmente pareva seguire altre strade. Nato a Venezia il 2 novembre
1946 da madre veneziana e padre siciliano, Giuseppe Sinopoli, dopo la
maturità liceale, studiò infatti medicina a Padova,
laureandosi in psichiatria nel 1972. A Venezia, in quegli anni, si
muovevano figure di primo rilievo della composizione musicale come
Bruno Maderna e Luigi Nono. Sinopoli ne resta ammaliato. Se ne va a
Darmstadt, in Germania, la culla della composizione contemporanea, dove
studia con Ligeti, Stockausen e Donatoni. Poi l’amore per la
bacchetta, con le lezioni di Abbado e Mehta, ed una carriera
sfolgorante che lo porta a dirigere nei più importanti teatri
del mondo. È il primo italiano a vedersi affidato l'intero ciclo
del Ring nel tempio wagneriano di Bayreuth, il teatro bavarese
finanziato dal “puro folle” re di Baviera Ludwig, il cui
palcoscenico vive solo d’estate e solo per rappresentare i
capolavori del genio tedesco. Con l’Italia ci fu sempre un
rapporto conflittuale: un fallito tentativo di rilancio
dell’Opera di Roma, una collaborazione da direttore onorario con
il Maggio fiorentino conclusasi malamente ed un’indimenticabile
dichiarazione definitiva: “In Italia, tranne che alla Scala, non
dirigerò più. Solo alla Scala sono garantite quelle
condizioni artistiche alle quali sono abituato: professionalità,
efficienza, serietà”. Questa rottura con la madrepatria
lui la chiamava “die Wunde”, “la ferita”,
rievocando la piaga insanabile che tortura Amfortas in Parsifal,
l’ultima opera scritta da Wagner. E Parsifal è proprio il
personaggio che meglio rappresenta questo artista scomodo e talvolta
indecifrabile, musicista ma non solo, archeologo dell’antico e
dell’assoluto. Si sarebbe dovuto laureare proprio in archeologia
pochi giorni dopo quella fatale Aida. Adorava l’Egitto e
l’egittologia, scriveva in geroglifico e collezionava reperti
preziosi. Si ispirava a quell’antichissima civiltà nel
cercare l’oltre, la luce, la verità: “Ra, il dio del
Sole, è in rapporto continuo, creativo, con Osiris, il dio della
Morte. Una circolarità che racchiude il massimo della luce e il
massimo delle tenebre: dodici ore con i vivi e dodici con i morti. In
mezzo, l'ambiguità del tramonto. È il concetto artemideo
di confine, il limite tra selva e polis, luce e ombra, vita e
morte.” Egitto ma non solo Egitto. Grande passione per
l’esegesi biblica, l’antica Grecia, l’impero romano:
un labirinto dove ci si può perdere e talvolta bisogna perdersi.
Di un suo smarrimento veneziano, ci narrò in “Parsifal a
Venezia”, un libro che apre il sipario dopo una prova alla
Fenice. Il maestro esce dal teatro ed, assillato dal Leitmotiv
dell’errore, perde volutamente spazio e tempo tra le calli buie
della città, interrogando la sua anima. Anche l’adorato
Wagner a Venezia si rifugiava per ritrovare sé stesso. Conobbe
la verità il 13 febbraio 1883, in riva al Canal Grande, nel
mezzanino di Ca’ Vendramin Calergi, quando esalò
l’ultimo respiro.
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