Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2007 - Articoli: Alessandro Tortato

 

Sinopoli e Wagner

C’è molto di wagneriano nella morte di Giuseppe Sinopoli, il grande direttore d’orchestra veneziano ucciso da un malore a Berlino il 20 aprile 2001 mentre dirigeva il terzo atto dell’Aida di Verdi. C’è molto di wagneriano in quella bacchetta che cade a terra, libera nell’estremo dolore, mentre si dipanano i “cieli azzurri” d’Egitto. Aida: l’opera - destino del maestro. Con Aida esordì alla Fenice nel 1978, con Aida concluse la sua carriera e la sua vita cinque anni fa. Come non pensare all’ “eterno ritorno”del Reno, le cui acque suonano fluttuanti all’inizio dell’Anello del Nibelungo, e continuano a scorrere impetuose per ore ed ore, nel dipanarsi dei quattro capolavori della Tetralogia, sino ad inondare la scena mentre si chiude il sipario del Crepuscolo degli Dei. Sono riflessioni che accompagnano la lettura di “Il mio Wagner”, un agile libretto uscito recentemente per Marsilio (126 pp., 9 euro) a cura di Sandro Cappelletto. Il volume riporta le quattro conversazioni che Giuseppe Sinopoli tenne a Roma tra il 1988 ed il 1991, in occasione dell’esecuzione dell’intera tetralogia wagneriana (L’Oro del Reno, la Valchiria, Sigfrido, Il crepuscolo degli Dei) in forma di concerto. Stupiscono ed affascinano le casualità e le causalità che legano il destino dei due musicisti. La gestazione della tetralogia occupò circa un quarto di secolo la mente di Wagner così come poco più di vent’anni durò la carriera artistica del direttore veneziano, la cui vita, inizialmente pareva seguire altre strade. Nato a Venezia il 2 novembre 1946 da madre veneziana e padre siciliano, Giuseppe Sinopoli, dopo la maturità liceale, studiò infatti medicina a Padova, laureandosi in psichiatria nel 1972. A Venezia, in quegli anni, si muovevano figure di primo rilievo della composizione musicale come Bruno Maderna e Luigi Nono. Sinopoli ne resta ammaliato. Se ne va a Darmstadt, in Germania, la culla della composizione contemporanea, dove studia con Ligeti, Stockausen e Donatoni. Poi l’amore per la bacchetta, con le lezioni di Abbado e Mehta, ed una carriera sfolgorante che lo porta a dirigere nei più importanti teatri del mondo. È il primo italiano a vedersi affidato l'intero ciclo del Ring nel tempio wagneriano di Bayreuth, il teatro bavarese finanziato dal “puro folle” re di Baviera Ludwig, il cui palcoscenico vive solo d’estate e solo per rappresentare i capolavori del genio tedesco. Con l’Italia ci fu sempre un rapporto conflittuale: un fallito tentativo di rilancio dell’Opera di Roma, una collaborazione da direttore onorario con il Maggio fiorentino conclusasi malamente ed un’indimenticabile dichiarazione definitiva: “In Italia, tranne che alla Scala, non dirigerò più. Solo alla Scala sono garantite quelle condizioni artistiche alle quali sono abituato: professionalità, efficienza, serietà”. Questa rottura con la madrepatria lui la chiamava “die Wunde”, “la ferita”, rievocando la piaga insanabile che tortura Amfortas in Parsifal, l’ultima opera scritta da Wagner. E Parsifal è proprio il personaggio che meglio rappresenta questo artista scomodo e talvolta indecifrabile, musicista ma non solo, archeologo dell’antico e dell’assoluto. Si sarebbe dovuto laureare proprio in archeologia pochi giorni dopo quella fatale Aida. Adorava l’Egitto e l’egittologia, scriveva in geroglifico e collezionava reperti preziosi. Si ispirava a quell’antichissima civiltà nel cercare l’oltre, la luce, la verità: “Ra, il dio del Sole, è in rapporto continuo, creativo, con Osiris, il dio della Morte. Una circolarità che racchiude il massimo della luce e il massimo delle tenebre: dodici ore con i vivi e dodici con i morti. In mezzo, l'ambiguità del tramonto. È il concetto artemideo di confine, il limite tra selva e polis, luce e ombra, vita e morte.” Egitto ma non solo Egitto. Grande passione per l’esegesi biblica, l’antica Grecia, l’impero romano: un labirinto dove ci si può perdere e talvolta bisogna perdersi. Di un suo smarrimento veneziano, ci narrò in “Parsifal a Venezia”, un libro che apre il sipario dopo una prova alla Fenice. Il maestro esce dal teatro ed, assillato dal Leitmotiv dell’errore, perde volutamente spazio e tempo tra le calli buie della città, interrogando la sua anima. Anche l’adorato Wagner a Venezia si rifugiava per ritrovare sé stesso. Conobbe la verità il 13 febbraio 1883, in riva al Canal Grande, nel mezzanino di Ca’ Vendramin Calergi, quando esalò l’ultimo respiro.

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