Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2007 - Articoli: Alessandro Zaltron

 

Il ritorno di un mito

In principio era la new wave. Il ’77 – spesso esiste una correlazione fra sommovimento sociali e nuova linfa artistica – aveva dato una bella scrollata al mondo della musica. Il punk era nato dalle cantine dimostrando che per interpretare lo spirito dei tempi non serve essere dei virtuosi strumentisti: bastano passione e idee chiare. Così alla fine degli anni Settanta andò delineandosi quella tendenza, definita appunto “nuova ondata”, che ebbe il suo epicentro in Inghilterra e un forte radicamento anche in Italia: con base Firenze, debuttarono gruppi come Litfiba, Diaframma, Moda, solo per citare i più noti. La musica si caratterizzava per una orecchiabilità di fondo, oscurata però da arrangiamenti cupi e testi decadenti o almeno malinconico-esistenziali. Il look degli artisti, imperniato ovviamente sul nero, era curato senza scadere nell’esibizionismo. Il Vicentino ebbe la sua massima espressione, all’interno di una scena avara di nomi consacrati ma ricchissima di fermenti diffusi, grazie ai Frigidaire Tango, band bassanese formata da cinque elementi piuttosto volitivi che nell’arco di pochi anni e appena due dischi ufficiali segnarono una traccia importante, che permane a vent’anni dal loro scioglimento.

A riportare alla mente quel periodo ci pensa oggi un eccellente cofanetto prodotto da Carlo Casale, che dei Frigidaire Tango era voce e autore delle liriche. L’aspetto più incredibile al primo ascolto sta nella modernità di quei suoni rimasti così a lungo ibernati – non a caso il titolo dell’operazione è “The freezer box - The complete 1980-1985”. Come un ottimo cibo conservato senza alterazioni tra cubetti di ghiaccio, le canzoni dei Frigidaire Tango suonano modernissime in un frangente nel quale la rivisitazione ossessiva degli anni Ottanta porta in auge gruppetti che ricalcano la new wave senza neppure averne consapevolezza: al punto che gli Editors dichiarano di non conoscere i Joy Division, di cui sono di fatto la tribute band.

Il cofanetto consiste in un box a tiratura limitata – mille copie numerate – formato da una scatola allungata su fondo nero che contiene tre cd con 36 pezzi complessivi firmati dai Frigidaire Tango, largamente inediti, e un libretto curatissimo extra large, “Tales from the freezer box”, che ne ripercorre il decennio di vita fra aneddoti, immagini, discografia e testi tradotti. Il primo cd è “The cock” (1981): le undici tracce originali più due, scartate, dalle sessioni del disco; il secondo, denominato “Music for us”, raccoglie il materiale registrato fra l’83 e l’85, solo in parte pubblicato; il terzo dà conto delle incisioni dal vivo: il mitico live di Barcellona (1985), durissimo, quasi alla Bauhaus, e altre canzoni del periodo 1983-1986, fra cui una versione titanica di “Russian Dolls” (16 minuti).

Corre l’estate del 1977 quando Carlo Casale, di ritorno da Londra, incontra Stefano Dal Col e si propone di andare a lezione di chitarra da lui. Nasce il nucleo originario del combo con il nome di “Outkids”. Arrivano i primi pezzi e i primi concerti in un tourbillon di cambi di componenti. Nel 1979 la mutazione in “Trash” e l’acquisizione di Marco Breda alle tastiere. A fine anno viene registrato un demo con 15 brani e scelto il nome definitivo del gruppo. Fin dal principio i Frigidaire Tango decidono di cantare in inglese e di adottare nomi di battaglia che suonino anglosassoni mediante la conversione dei propri. Così il cantante diventa Charlie Cazale, il chitarrista Steve Hill, il tastierista Marc Brenda, il batterista J.M. Le Baptiste (Maurizio Battistella), il bassista Dave Nigger (Diego Negrello).

Il 1981 è l’anno cruciale: i nostri firmano con la Young Records, etichetta di Thiene, e iniziano a registrare “The cock”, che uscirà nel febbraio dell’anno seguente. A un quarto di secolo di distanza l’album, coi limiti tecnici legati a una registrazione nel mini studio a otto tracce, resta un capolavoro. Cinque ragazzi di vent’anni licenziano, forse senza esserne consapevoli, una manciata di canzoni assassine, perfette, lucide. Tastiera e chitarra trovano un’armonia perfetta, sebbene instabile, rincorrendosi nel primeggiare, mentre il cantato amalgama linea melodica e sezione ritmica. Profumo di Stranglers ed echi che risentiremo nei di poco successivi Sad lovers and giants. “Any time you dress so fine” scorre imperterrita inframmezzata dal sax, “Blue & pink” rapisce l’orecchio con una cavalcata strumentale, “Push” e “Black Curtains” sintetizzano un po’ di sprint punkettaro, “I’m faster” esalta il basso galoppante, “Brain rock” è un rap ante litteram punteggiato da deliri di tastiere spaziali, l’ipnotica e omonima “Frigidaire tango” deraglia in uno stridio di chitarre suggellando il lavoro.

La fama cresce, i F.T. vengono chiamati a esibirsi in giro per l’Italia e compaiono come special guest nel tour degli eccezionali Sound. Nel 1983 esce il mini lp “Russian Dolls”, misto di pezzi in studio e dal vivo; l’hit single si intitola “Recall” e ne verrà tratto un video a cartoni animati. I Frigidaire compaiono in varie compilation nazionali dedicate alla nuova musica. Alcune apparizioni in trasmissioni televisive suggellano la fama emergente. Addirittura Rai Uno produce nel 1984 un documentario su di loro, della durata di quaranta minuti, girato da Piergiorgio Gay. Grazie all’interessamento di Federico Fiumani, Ira, l’etichetta del momento, quella di Litfiba e Diaframma per intenderci, contatta il gruppo e commissiona un demo preparandosi a metterlo sotto contratto.

È il 1985 e i Frigidaire Tango sono all’apice, reduci dal trionfale live alla Biennale di Barcellona. I concerti sono selezionati per quantità ma sempre sold out; la musica esalta, l’immagine è centrata: l’album nel cofanetto rivela giacche raffinate, camicie trendy, un filo di trucco, bretelle, cappelli, pettinature “giuste”. Le fotografie ufficiali vengono scattate in un capannone in costruzione a Cartigliano ma grazie all’estrema maestria di Giancarlo Ceccon, fotografo del nostro giornale – e ribattezzato per coerenza Charlie Blindon –, sembrano istantanee da una Londra fumosa e degradata.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Vanno messi in conto il carattere indomabile e incostante di alcuni componenti, la vita che avanza e che chiede ai musicisti part-time di fare una scelta definitiva: o l’arte, che sembra dare visibilità ma pochi soldi, o il lavoro “prosaico” per mantenersi. La scelta è nell’aria, come la fine: ultimo concerto nel 1986 e, colpo di coda, inserimento in una raccolta di Amnesty International. L’esperienza è conclusa. Certo, Casale rimarrà a gestire locali di intrattenimento, a produrre giovani promesse, a organizzare concerti; Dal Col ancora suona e incide coi Radiofiera, Battistella è stato il batterista degli Alice in sexland. Ma qualcosa è irrimediabilmente cambiato.

A metà anni ’80 la new wave con mutamento impercettibile si converte in new romantic, in pop da classifica, i Simple Minds lasciano “Celebration” per “Don’t you”, i Duran Duran abdicano alle atmosfere tenebrose degli esordi per “Ho sposato Simon Le Bon”, i Cure sbandano, i Joy Division perdono Ian Curtis e scelgono l’elettronica da New Order, i Roxy Music scompaiono autorizzando l’alterna carriera solistica di Bryan Ferry. E una stagione tramonta senza pietà.

 

(a.z.) A 20 anni dal termine dell’esperienza e a 25 dal loro capolavoro, i Frigidaire Tango tornano. Il Freezer Box, in uscita la prossima settimana, non è quindi solamente un’operazione nostalgica ma anche il pretesto per riproporre la band nella formazione originale in una serie di concerti celebrativi. Ne parla Carlo Casale, il frontman.

- Dunque, vi siete riformati?

«È vero, ci siamo rincontrati e stiamo predisponendo alcune date. Le prime vorremmo farle nelle nostre zone entro la fine dell’anno, e poi un tour di sette-otto tappe in giro per l’Italia tra febbraio e marzo 2007. Sembra incredibile, ma in tutto questo tempo c’è ancora chi si ricorda di noi. Abbiamo scoperto che un nostro pezzo è diventato la sigla di una trasmissione televisiva in Francia. Il nostro disco in vinile “The cock” è stato battuto in questi giorni all’asta di E-Bay per 98 dollari: non male. In fase di realizzazione del nostro sito ufficiale www.frigidairetango.it è saltato fuori che un nostro fan ne aveva già realizzato uno acquisendo il dominio .com».

- Che cosa vi ha spinto a farvi vivi dopo tanto tempo?

«Pur essendo partita alcuni anni fa, quest’operazione si inserisce perfettamente nel clima attuale di revival della new wave. Quando ho sparso la voce, per capire se fosse una mossa intelligente, l’interesse non è mancato: per la distribuzione del cofanetto, ad esempio, sono in lizza Venus, Audioglobe e Cramps. La promozione verrà invece curata dallo staff dei Pitura Freska. Noi suonavamo per passione, non per altro, questo ha fatto sì che le nostre composizioni non siamo scadute o datate».

- Quali sensazioni ha provocato riprendere in mano materiali così “antichi”?

«L’ascolto l’ho iniziato per la verità nel 1999 e mi sono detto “senti che roba. Sarebbe un peccato che restasse sepolta”. Ho ripreso in mano 150 nastri, più di cento ore di musica. C’era di tutto: pezzi incisi e non pubblicati, versioni alternative a quelle edite, curiosità, molto materiale live anche se in realtà abbiamo tenuto solo 33 concerti in carriera. C’erano anche tracce incomplete o a cui mancava la linea di uno strumento e quindi abbiamo sovrainciso delle parti».

- Perché si sono sciolti i Frigidaire Tango?».

«Abbiamo lasciato in un momento in cui ciascuno di noi era diviso fra la passione per la musica e la voglia di realizzarsi, di fare una vita normale. Per il salto al professionismo non eravamo probabilmente attrezzati, non abbiamo mai avuto un management. Certo, potevamo diventare il terzo gruppo di punta nell’underground italiano dopo Litfiba e Diaframma, però c’erano anche visioni diverse sull’eventuale evoluzione del gruppo: Breda propendeva per l’elettro-dance mentre io subivo ormai l’influenza rock’n’roll».

- Difatti nacquero subito i Vindicators…

«Certo, la formazione era quasi la stessa dei Frigidaire Tango ma la musica era un omaggio ai Fleshtones, comprendeva molte cover sullo stile sixties e provocava un effetto devastante di festa nei concerti (ne tenemmo oltre cento). Pubblicammo due album a fine anni Ottanta e non escludo che l’anno prossimo potrebbe toccare a loro il revival. Oltre a una versione video dei Frigidaire Tango, se quella audio andrà bene».

- Come mai non si è ripetuta più, in Italia, un’epoca così ricca di gruppi? Suonavano tutti…

«Il livello di creatività era alto, il 1977 era stato presentato come il nuovo Sessantotto, il punk aveva dato uno scossone sociale non da poco, aveva svecchiato la musica. Va anche detto che il ruolo della musica è radicalmente mutato da allora. Un disco lo si ascoltava cinquanta volte, adesso tutte le canzoni sono usa e getta. Col passaggio dal vinile al cd, ai file recuperabili con grande facilità e a pochissimo prezzo o addirittura gratis, adesso scarico una canzone da internet in un minuto, la pago un euro, la butto. Fra quindici anni temo non esisterà neanche più il supporto musicale».

- Le vostre professioni oggi?

«Io sono imprenditore, Stefano lavora nel settore degli impianti audio e vive fra l’Italia e Cuba e Marco gestisce la sua filiale di Miami, Battista commercia in pannelli fotovoltaici e sta spesso in Africa, Diego fa il consulente finanziario. L’unico che ha problemi a rientrare per i concerti è Breda, per cui ci sarà Franco Turesso, nome d’arte Frank Tourack, che è stato il secondo tastierista nell’ultima fase dei Frigidaire Tango».

- Ricorda qualche aneddoto della carriera coi Frigidaire Tango?

«Appena ci presentammo fummo recensiti come “gruppo inglese di ottima fattura” da una autorevole rivista del settore: non male. Poi, quando ci invitarono in Spagna suonammo col miglior rock italiano e condividevamo l’albergo con Nico, la mitica Nico. Poi ricordo la sera che doveva andare in onda il film realizzato su di noi dalla Rai. Trenta persone riunite a casa mia, centinaia di amici avvertiti di sintonizzarsi. Noi eravamo elettrici, attendevamo che finisse il programma di Pippo Baudo. Lui sforò di mezz’ora e quindi la proiezione del nostro documentario slittò a un altro giorno. Delusione incredibile e la simpatia per Baudo, già bassa, finì sotto i tacchi».

   

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