Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2007 - Articoli: Matteo Giancotti

 

ZANZOTTO

Il fiore e il batticuore

Esce “Elleboro”, il nuovo poemetto

Il paesaggio e la serenità impossibile

 

«Moriremo guariti». Andrea Zanzotto usa ogni tanto, nei momenti di serena autoironia, questo paradossale aforisma. Malattia e guarigione, e il germinare di impressioni e sovrimpressioni su questi temi portanti del suo fare poesia, compaiono in modo esplitico o criptico in molti dei suoi testi. Compreso l’ultimo, «Elleboro: o che mai?», pubblicato recentemente dopo lunghi anni di elaborazione a segnare con evidenza una svolta nella poesia di Zanzotto, un’anticipazione importante rispetto a quel gruppo di testi inediti che dovrebbero presto confluire, come molti si augurano, in una nuova raccolta. Si tratta di un poemetto edito in 500 esemplari dalla associazione culturale marchigiana La Luna, in una confezione di pregio corredata da tre incisioni di Alfredo Bartolomeoli, Sandro Pazzi, Athos Sanchini, per un progetto curato dal poeta Eugenio De Signoribus. Il poemetto, una novantina di versi, si muove intorno ad assi raggianti che si dipartono, appunto, dalla pianta dell’elleboro o veratro, anticamente usata per curare la follia. E’ un testo di una limpidezza non inedita ma rara per Zanzotto, che esprime uno stato d’animo particolarissimo, una specie di impossibile serenità col batticuore. Il poeta di Pieve di Soligo si pone da un lato in continuità strettissima con la lunga ricerca e «lode» del patrimonio vegetale che attraversa la sua opera, dalle vitalbe ai topinambur, e dall’altro in sorprendente evoluzione per l’apertura emotiva, la trasparenza lirica che coraggiosamente guarda a nuove ipotesi di pronuncia, di quella lode all’esistente che Zanzotto trasforma sempre in collaudo (cioè prova) del mondo e dell’io. Dunque «Elleboro» si proietta soprattutto lungo due assi, dalla follia alla guarigione, e dall’interno all’esterno, cioè da una dimensione intima (la casa come protezione e al tempo stesso prigione) a quella esterna del paesaggio. Il rettifilo che collega interno ed esterno, casa e monti/colline (orizzonte insieme fisico e ideale di Zanzotto), si condensa in tre versi: «mi faccio accorto / davanti alla finestra che dà sui monti e sul / guarire sempiterno». Farsi accorti, forse, nel senso di ritrovare identità e consapevolezza di fronte alla linea di un paesaggio che forse può ancora parlare e liberarsi così di quella barra orizzontale che, vergata sopra la parola, segnalava nell’ultima raccolta «Sovrimpressioni» (Mondadori 2001) la riduzione della natura a muto cadavere. Tutto in «Elleboro», anche la follia nel «tremendo degli interni», sembra parlare una lingua di dolcezza che non basta a scongiurare il male ma certo prova, attraverso la funzione sempre più in declino ma ancora fondamentale della parola, ad ammansirlo e ad addomesticarlo.   

Buoni auspici per una rinascenza zanzottiana (che, ne siamo certi, il poeta vorrebbe smentire, se non altro per la riluttanza ai trionfi) provengono anche da una serie di eventi in programma nei prossimi giorni. A partire da oggi, quando presso Villa Settembrini di Mestre, per iniziativa della Regione Veneto, inizierà una serie di 5 incontri dedicati al poeta. Il primo, quello di questo pomeriggio (ore 17.30, info 041 2792734), ruota intorno alla presentazione del terzo cofanetto della serie «Ritratti», prodotto da Francesco Bonsembiante per la Regione e Vesna Film, che ha come protagonista Zanzotto. Il film, realizzato da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini insieme a quelli su Meneghello e Rigoni Stern, ora ripubblicato da Fandango in una nuova edizione, contiene 30 minuti di conversazione in più rispetto alla prima edizione ed è accompagnato da una presentazione di Franco Marcoaldi. Altri incontri zanzottiani si terranno, sempre alla Mediateca Regionale del Veneto a Villa Settembrini, il 28 marzo e il 4, l’11 e il 18 aprile. Particolarmente interessante l’appuntamento dell’11 aprile: verrà presentato in anteprima il libro «Andrea Zanzotto. Eterna riabilitazione da un trauma di cui si ignora la natura» a cura di Laura Barile e Ginevra Bompiani, in uscita per Nottetempo. Tema, quello proposto dal titolo del libro, che si connette a quello della guarigione eterna in «Elleboro»: guarigione sempre in divenire e mai del tutto realizzabile, quando si tratta del trauma della vita. Da segnalare infine un incontro che si terrà il 1 aprile a Solighetto, presso il ristorante da Lino: una tavola rotonda poetico-gastronomica sui temi del dialetto, che coinvolgerà, oltre al «petèl» di Zanzotto, la lingua maccheronica di Folengo e l’aspra forza poetica del dialetto alto-trevigiano di Luciano Cecchinel.

 

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