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ZANZOTTO
Il fiore e il batticuore
Esce “Elleboro”, il nuovo poemetto
Il paesaggio e la serenità impossibile
«Moriremo guariti». Andrea
Zanzotto usa ogni tanto, nei momenti di serena autoironia, questo paradossale
aforisma. Malattia e guarigione, e il germinare di impressioni e
sovrimpressioni su questi temi portanti del suo fare poesia, compaiono in modo
esplitico o criptico in molti dei suoi testi. Compreso l’ultimo, «Elleboro: o
che mai?», pubblicato recentemente dopo lunghi anni di elaborazione a segnare
con evidenza una svolta nella poesia di Zanzotto, un’anticipazione importante
rispetto a quel gruppo di testi inediti che dovrebbero presto confluire, come
molti si augurano, in una nuova raccolta. Si tratta di un poemetto edito in 500
esemplari dalla associazione culturale marchigiana La Luna, in una confezione di
pregio corredata da tre incisioni di Alfredo Bartolomeoli, Sandro Pazzi, Athos
Sanchini, per un progetto curato dal poeta Eugenio De Signoribus. Il poemetto,
una novantina di versi, si muove intorno ad assi raggianti che si dipartono,
appunto, dalla pianta dell’elleboro o veratro, anticamente usata per curare la
follia. E’ un testo di una limpidezza non inedita ma rara per Zanzotto, che
esprime uno stato d’animo particolarissimo, una specie di impossibile serenità
col batticuore. Il poeta di Pieve di Soligo si pone da un lato in continuità strettissima
con la lunga ricerca e «lode» del patrimonio vegetale che attraversa la sua
opera, dalle vitalbe ai topinambur, e dall’altro in sorprendente evoluzione per
l’apertura emotiva, la trasparenza lirica che coraggiosamente guarda a nuove
ipotesi di pronuncia, di quella lode all’esistente che Zanzotto trasforma
sempre in collaudo (cioè prova) del mondo e dell’io. Dunque «Elleboro» si proietta
soprattutto lungo due assi, dalla follia alla guarigione, e dall’interno
all’esterno, cioè da una dimensione intima (la casa come protezione e al tempo
stesso prigione) a quella esterna del paesaggio. Il rettifilo che collega interno
ed esterno, casa e monti/colline (orizzonte insieme fisico e ideale di
Zanzotto), si condensa in tre versi: «mi faccio accorto / davanti alla finestra
che dà sui monti e sul / guarire sempiterno». Farsi accorti, forse, nel senso
di ritrovare identità e consapevolezza di fronte alla linea di un paesaggio che
forse può ancora parlare e liberarsi così di quella barra orizzontale che,
vergata sopra la parola, segnalava nell’ultima raccolta «Sovrimpressioni»
(Mondadori 2001) la riduzione della natura a muto cadavere. Tutto in
«Elleboro», anche la follia nel «tremendo degli interni», sembra parlare una
lingua di dolcezza che non basta a scongiurare il male ma certo prova,
attraverso la funzione sempre più in declino ma ancora fondamentale della
parola, ad ammansirlo e ad addomesticarlo.
Buoni auspici per una rinascenza
zanzottiana (che, ne siamo certi, il poeta vorrebbe smentire, se non altro per la
riluttanza ai trionfi) provengono anche da una serie di eventi in programma nei
prossimi giorni. A partire da oggi, quando presso Villa Settembrini di Mestre,
per iniziativa della Regione Veneto, inizierà una serie di 5 incontri dedicati
al poeta. Il primo, quello di questo pomeriggio (ore 17.30, info 041 2792734), ruota intorno
alla presentazione del terzo cofanetto della serie «Ritratti», prodotto da
Francesco Bonsembiante per la
Regione e Vesna Film, che ha come protagonista Zanzotto. Il
film, realizzato da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini insieme a quelli su
Meneghello e Rigoni Stern, ora ripubblicato da Fandango in una nuova edizione,
contiene 30 minuti di conversazione in più rispetto alla prima edizione ed è
accompagnato da una presentazione di Franco Marcoaldi. Altri incontri
zanzottiani si terranno, sempre alla Mediateca Regionale del Veneto a Villa
Settembrini, il 28 marzo e il 4, l’11 e il 18 aprile. Particolarmente
interessante l’appuntamento dell’11 aprile: verrà presentato in anteprima il
libro «Andrea Zanzotto. Eterna riabilitazione da un trauma di cui si ignora la
natura» a cura di Laura Barile e Ginevra Bompiani, in uscita per Nottetempo. Tema,
quello proposto dal titolo del libro, che si connette a quello della guarigione
eterna in «Elleboro»: guarigione sempre in divenire e mai del tutto
realizzabile, quando si tratta del trauma della vita. Da segnalare infine un
incontro che si terrà il 1 aprile a Solighetto, presso il ristorante da Lino:
una tavola rotonda poetico-gastronomica sui temi del dialetto, che coinvolgerà,
oltre al «petèl» di Zanzotto, la lingua maccheronica di Folengo e l’aspra forza
poetica del dialetto alto-trevigiano di Luciano Cecchinel.
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