Ricerca a tutto campus
Richiamo: “Nei campus americani
molto spesso sono sorte iniziative imprenditoriali proprio grazie alla vita in
comunità tra gli studenti più brillanti”.
Richiamo: “. Sarebbe utile, da
parte dell’università, poter sviluppare un filone che parli di ricerca
applicata in termini tangibili”.
Se università e impresa sedessero
allo stesso tavolo per ridisegnare il futuro dell’economia del Nordest, il
primo a prendere posto sarebbe Mario Carraro. Il presidente dell’omonimo gruppo con sede a Campodarsego (Padova), leader mondiale nei sistemi di autotrazione con stabilimenti in India e in Cina, pensa
anzi a qualcosa di più: alla creazione di una think tank dove
approfondire con serietà e competenza i problemi. Un’occasione per mondo della
ricerca e sistema produttivo per ‘fare squadra’ e operare il restyling della
Locomotiva d’Italia. L’imprenditore padovano lancia la proposta di un’università
che instilli nei propri studenti il ‘demone’ dell’imprenditorialità; magari
cominciando dalla scuola dell’obbligo. L’ateneo veneto e italiano potrebbe,
secondo Carraro, mutuare il modello del campus universitario all’americana. In
cima a tutto, però, deve cambiare l’approccio delle aziende venete al capitale
di rischio. Ancora troppo diffidente.
Università e impresa. Sempre
distanti? Il capitale di rischio però potrebbe favorire il binomio
azienda-ricerca.
“Un rapporto fecondo tra impresa
e università oggi non c’è. Anche se sul capitale di rischio è piuttosto la
finanza ad essere assente e non gli imprenditori. Tutti gli interventi di cui
ho sentito parlare, le iniziative di venture capital presenti nel paese, sono
povere e strutturate in schemi troppo burocratici. Serve anche una marcia in
più nella formazione. Certamente l’università italiana e veneta è di eccellente
livello, ma quella statunitense consente ai giovani di affrontare con più
dinamismo le sfide reali, bruciando spesso le tappe nella realizzazione di
vincenti progetti imprenditoriali”.
Cosa si dovrebbe tradurre dal
modello americano?
“ Il campus universitario. Nelle università
americane molto spesso sono sorte iniziative imprenditoriali proprio grazie alla
vita in comunità tra gli studenti più brillanti. Il fatto di vivere insieme amplifica
e rende costante l’esperienza di studio anche nei momenti di relax. L’impegno nel
college è, da un punto di vista culturale, estremamente positivo, stimolante e
formativo per la vita. Lo studente americano vive nel college e non torna più a
casa. Questo tipo di visione favorisce la mobilità, l’iniziativa individuale,
tutte cose che in Italia non si ravvisano tra i nostri giovani che magari, per
lavoro, faticano addirittura a trasferirsi da una città all’altra. Ma qui non è
un problema di regole, bensì una diversa cultura sociale”.
Sul difficile rapporto
impresa-università pesa anche la variabile tempo. L’impresa è spesso
impaziente.
“ Certo la ricerca ha bisogno di
tempo e l’università non può dare risposte immediate a problemi contingenti
sollevati dalle aziende. Sarebbe utile, da parte dell’università, poter
sviluppare un filone che parli di ricerca applicata in termini tangibili. Su
questa linea di ragionamento ci sono alcune facoltà che si potrebbero dotare di
laboratori in grado di rispondere precisamente alle esigenze delle aziende”.
All’estero ce ne sono.
“La Germania, per quel che
conosco, ha fatto scuola. La facoltà di
Ingegneria di Monaco è dotata di laboratori e strumenti di primissimo livello e
opera con aziende del calibro di Bmw, rispondendo in termini produttivi attraverso
la ricerca che svolge. Ai nostri atenei, invece, non è stata offerta
l’occasione per creare questo tipo di strutture. Le università italiane sviluppano
un insegnamento teorico di eccellenza, ma, purtroppo, poco applicabile alle
aziende”.
Forse è giunto il momento che
le università italiane si rimodellino sulla base delle esperienza degli atenei
europei più avanzati?
“ Certamente. Teniamo presente,
però, che nelle realtà citate gli strumenti di ricerca vengono messi a
disposizione proprio dalle stesse
aziende che finalizzano l’applicazione a proprio uso ma permettono, al
contempo, all’università di utilizzarle anche verso terzi”.
D’accordo è una questione di
prassi. Ma a noi cosa manca?
“La cultura e una visione
d’insieme. Siamo in una regione dove il tessuto produttivo è composto da
piccoli imprenditori che spesso non hanno mezzi sufficienti per concorrere a
queste iniziative. Ma pure non possiamo pensare di fare le nozze coi fichi
secchi”.
Torniamo quindi al tema dei
finanziamenti?
“Noi industriali dobbiamo
contribuire, anche cercando le risorse finanziarie necessarie, a ricostruire un
rapporto proficuo e utile tra università e impresa. Il Veneto è, per tradizione,
terra di piccole e medie industrie, le grandi sono poche. Ovviamente se si va a
Milano o Torino le università collaborano con le imprese. A Padova non c’è un
tessuto imprenditoriale simile a quello piemontese o lombardo, e quindi, di
fatto, la domanda viene a mancare”.
Qualche anno fa si era parlato
di Politecnico del Nordest? Poi, dopo tanto discettare, il progetto si è
sgonfiato.
“ Ricordo. Come sempre lanciamo
l’idea e poi pensiamo che qualcun altro la debba mettere in pratica. Questo è
un nostro difetto. Si pensa che solo la mano pubblica possa intervenire. Non è
così. Invece è necessario partire con un progetto e un gruppo di industrie che
siano pronte a far nascere sul serio queste iniziative. Abbiamo delle facoltà
eccellenti a Padova; uno studente che si laurea presso l’ateneo patavino
acquisisce delle conoscenze teoriche di primo livello, grazie anche alla
possibilità di trascorrere dei periodi di studio all’estero che alimentano
innovazione e ricerca. Come portare a frutto queste esperienze dovrebbe essere
compito anche del sistema industriale”.
Forse il Politecnico del
Nordest potrebbe funzionare se si riuscissero a coagulare tutte le forze del
mondo industriale più lungimirante?
“Istituire un Politecnico in
quest’area significa alimentare iniziative nelle facoltà già esistenti. Bisogna
orientare le facoltà a un modello tipo di gestione che corrisponda al
Politecnico, dotandole di strumenti, laboratori capaci di rispondere alle
necessità delle imprese sul territorio”.
Appunto, visto che il Veneto è
Locomotiva del Paese potrebbe anche decidere di prenderle autonomamente certe
decisioni. Magari questo ruolo lo possono assumere gli industriali più
‘illuminati’.
“ Ma anche con concreti mezzi
finanziari. C’è un distacco innegabile tra industria e università, una sorta di
permanente diffidenza. Le aziende piccole che non hanno l’abitudine al contatto
col mondo accademico probabilmente hanno le maggiori difficoltà. Potrebbe
essere compito delle associazioni industriali facilitare queste relazioni.”
Per certi aspetti l’impegno
delle associazioni non è mancato.
“ Forse. Ammetto di avere
sollevato a più riprese l’esigenza di avviare una tavola rotonda dove con
umiltà da entrambe le parti si mettano sul piatto sia ciò che manca, sia ciò
che si può fare. E’ inutile costruire un castello di sogni quando sappiamo che
mancano i mezzi per poterli realizzare”.
Il nordest di domani non potrà
più essere quello della piccola impresa che va avanti grazie al fiuto. Dovrà
mettersi in contatto con chi fa ricerca.
“Questo è sicuro. Chiediamoci
anche se l’università trasmette agli studenti l’idea che possano diventare imprenditori.
Sulle piccole imprese del Nordest e sulla necessità che compiano un passo
avanti siamo d’accordo. C’è da dire, a difesa delle nostre imprese, che le
piccole aziende in California non producono mobili o meccanica ma high tech.
Nei prossimi anni si tratterà soprattutto di capire come si ridisegna
l’economia italiana e se le università e le imprese impareranno a parlare un
linguaggio comune basato sulla collaborazione, forse si potrà scrivere un nuovo
capitolo: quello del post Nordest”.
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