Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2008 - Articoli: Antonella Benanzato

 

Ricerca a tutto campus

 

Richiamo: “Nei campus americani molto spesso sono sorte iniziative imprenditoriali proprio grazie alla vita in comunità tra gli studenti più brillanti”.

 

Richiamo: “. Sarebbe utile, da parte dell’università, poter sviluppare un filone che parli di ricerca applicata in termini tangibili”.

 

Se università e impresa sedessero allo stesso tavolo per ridisegnare il futuro dell’economia del Nordest, il primo a prendere posto sarebbe Mario Carraro. Il presidente dell’omonimo gruppo con sede a Campodarsego (Padova), leader mondiale nei sistemi di autotrazione con stabilimenti in India e in Cina, pensa anzi a qualcosa di più: alla creazione di una think tank dove approfondire con serietà e competenza i problemi. Un’occasione per mondo della ricerca e sistema produttivo per ‘fare squadra’ e operare il restyling della Locomotiva d’Italia. L’imprenditore padovano lancia la proposta di un’università che instilli nei propri studenti il ‘demone’ dell’imprenditorialità; magari cominciando dalla scuola dell’obbligo. L’ateneo veneto e italiano potrebbe, secondo Carraro, mutuare il modello del campus universitario all’americana. In cima a tutto, però, deve cambiare l’approccio delle aziende venete al capitale di rischio. Ancora troppo diffidente.

 

Università e impresa. Sempre distanti? Il capitale di rischio però potrebbe favorire il binomio azienda-ricerca.

 “Un rapporto fecondo tra impresa e università oggi non c’è. Anche se sul capitale di rischio è piuttosto la finanza ad essere assente e non gli imprenditori. Tutti gli interventi di cui ho sentito parlare, le iniziative di venture capital presenti nel paese, sono povere e strutturate in schemi troppo burocratici. Serve anche una marcia in più nella formazione. Certamente l’università italiana e veneta è di eccellente livello, ma quella statunitense consente ai giovani di affrontare con più dinamismo le sfide reali, bruciando spesso le tappe nella realizzazione di vincenti progetti imprenditoriali”.

 

Cosa si dovrebbe tradurre dal modello americano?

“ Il campus universitario. Nelle università americane molto spesso sono sorte iniziative imprenditoriali proprio grazie alla vita in comunità tra gli studenti più brillanti. Il fatto di vivere insieme amplifica e rende costante l’esperienza di studio anche nei momenti di relax. L’impegno nel college è, da un punto di vista culturale, estremamente positivo, stimolante e formativo per la vita. Lo studente americano vive nel college e non torna più a casa. Questo tipo di visione favorisce la mobilità, l’iniziativa individuale, tutte cose che in Italia non si ravvisano tra i nostri giovani che magari, per lavoro, faticano addirittura a trasferirsi da una città all’altra. Ma qui non è un problema di regole, bensì una diversa cultura sociale”.  

 

Sul difficile rapporto impresa-università pesa anche la variabile tempo. L’impresa è spesso impaziente.

 “ Certo la ricerca ha bisogno di tempo e l’università non può dare risposte immediate a problemi contingenti sollevati dalle aziende. Sarebbe utile, da parte dell’università, poter sviluppare un filone che parli di ricerca applicata in termini tangibili. Su questa linea di ragionamento ci sono alcune facoltà che si potrebbero dotare di laboratori in grado di rispondere precisamente alle esigenze delle aziende”.

 

All’estero ce ne sono.

“La Germania, per quel che conosco, ha fatto scuola. La facoltà di Ingegneria di Monaco è dotata di laboratori e strumenti di primissimo livello e opera con aziende del calibro di Bmw, rispondendo in termini produttivi attraverso la ricerca che svolge. Ai nostri atenei, invece, non è stata offerta l’occasione per creare questo tipo di strutture. Le università italiane sviluppano un insegnamento teorico di eccellenza, ma, purtroppo, poco applicabile alle aziende”.

 

Forse è giunto il momento che le università italiane si rimodellino sulla base delle esperienza degli atenei europei più avanzati?

 “ Certamente. Teniamo presente, però, che nelle realtà citate gli strumenti di ricerca vengono messi a disposizione proprio  dalle stesse aziende che finalizzano l’applicazione a proprio uso ma permettono, al contempo, all’università di utilizzarle anche verso terzi”.

 

D’accordo è una questione di prassi. Ma a noi cosa manca?

“La cultura e una visione d’insieme. Siamo in una regione dove il tessuto produttivo è composto da piccoli imprenditori che spesso non hanno mezzi sufficienti per concorrere a queste iniziative. Ma pure non possiamo pensare di fare le nozze coi fichi secchi”.

 

Torniamo quindi al tema dei finanziamenti?

“Noi industriali dobbiamo contribuire, anche cercando le risorse finanziarie necessarie, a ricostruire un rapporto proficuo e utile tra università e impresa. Il Veneto è, per tradizione, terra di piccole e medie industrie, le grandi sono poche. Ovviamente se si va a Milano o Torino le università collaborano con le imprese. A Padova non c’è un tessuto imprenditoriale simile a quello piemontese o lombardo, e quindi, di fatto, la domanda viene a mancare”.

 

Qualche anno fa si era parlato di Politecnico del Nordest? Poi, dopo tanto discettare, il progetto si è sgonfiato.

“ Ricordo. Come sempre lanciamo l’idea e poi pensiamo che qualcun altro la debba mettere in pratica. Questo è un nostro difetto. Si pensa che solo la mano pubblica possa intervenire. Non è così. Invece è necessario partire con un progetto e un gruppo di industrie che siano pronte a far nascere sul serio queste iniziative. Abbiamo delle facoltà eccellenti a Padova; uno studente che si laurea presso l’ateneo patavino acquisisce delle conoscenze teoriche di primo livello, grazie anche alla possibilità di trascorrere dei periodi di studio all’estero che alimentano innovazione e ricerca. Come portare a frutto queste esperienze dovrebbe essere compito anche del sistema industriale”. 

 

Forse il Politecnico del Nordest potrebbe funzionare se si riuscissero a coagulare tutte le forze del mondo industriale più lungimirante?

“Istituire un Politecnico in quest’area significa alimentare iniziative nelle facoltà già esistenti. Bisogna orientare le facoltà a un modello tipo di gestione che corrisponda al Politecnico, dotandole di strumenti, laboratori capaci di rispondere alle necessità delle imprese sul territorio”.

  

Appunto, visto che il Veneto è Locomotiva del Paese potrebbe anche decidere di prenderle autonomamente certe decisioni. Magari questo ruolo lo possono assumere gli industriali più ‘illuminati’. 

“ Ma anche con concreti mezzi finanziari. C’è un distacco innegabile tra industria e università, una sorta di permanente diffidenza. Le aziende piccole che non hanno l’abitudine al contatto col mondo accademico probabilmente hanno le maggiori difficoltà. Potrebbe essere compito delle associazioni industriali facilitare queste relazioni.”

 

Per certi aspetti l’impegno delle associazioni non è mancato.

“ Forse. Ammetto di avere sollevato a più riprese l’esigenza di avviare una tavola rotonda dove con umiltà da entrambe le parti si mettano sul piatto sia ciò che manca, sia ciò che si può fare. E’ inutile costruire un castello di sogni quando sappiamo che mancano i mezzi per poterli realizzare”.

 

 
Il nordest di domani non potrà più essere quello della piccola impresa che va avanti grazie al fiuto. Dovrà mettersi in contatto con chi fa ricerca.

“Questo è sicuro. Chiediamoci anche se l’università trasmette agli studenti l’idea che possano diventare imprenditori. Sulle piccole imprese del Nordest e sulla necessità che compiano un passo avanti siamo d’accordo. C’è da dire, a difesa delle nostre imprese, che le piccole aziende in California non producono mobili o meccanica ma high tech. Nei prossimi anni si tratterà soprattutto di capire come si ridisegna l’economia italiana e se le università e le imprese impareranno a parlare un linguaggio comune basato sulla collaborazione, forse si potrà scrivere un nuovo capitolo: quello del post Nordest”.


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