Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2008 - Articoli: Anna Girotto

 
Il trevigiano che lavora per Gaudi’ e Picasso

Da Montebelluna per curare il merchandising dei due artisti

Damiano Miotto parla cinque lingue: italiano, inglese, spagnolo, ceco e francese. La sua storia - seppure in chiave moderna - può benissimo essere paragonata a quella dei veneti che, dalla fine dell’Ottocento fino al primo dopoguerra, hanno preso la via delle Americhe, della Svizzera o delle miniere del Belgio in cerca di fortuna. Insomma è un 39enne che rappresenta – e se ne compiace – il prototipo del migrante del ventunesimo secolo: uno che alla corte di Zapatero ha trovato una miniera d’oro. O, per lo meno, ha trovato moderni mecenati in grado di dargli lavoro. Ancora oggi infatti come un secolo fa, ciò che spinge a fare le valigie e a lasciare alle spalle la propria terra è la ricerca di un’occupazione. Solida e remunerativa. Damiano è nato a Montebelluna e quando ha deciso di andare in Spagna, non l’ha fatto perché a Treviso moriva di fame. L’ha fatto per l’ambizione di lasciare un segno. Ci è riuscito: la sua agenzia Misstake ha appena vinto l’appalto per rifare il merchandising del Museo Picasso in Spagna. Ma non basta: ha già portato a termine lo stesso incarico per l’immagine di Gaudì, lasciando la sua impronta su tazze, magliette, quaderni e borsette che da Barcellona ogni giorno raggiungono ogni angolo del mondo. È un artista moderno, un “comunicatore” o – come lui stesso ama definirsi – “un ibrido con l’ambizione di diventare designer”.

Un ibrido in che senso?

“Magari fossi capace di disegnare un tavolo o una sedia. Invece faccio dell’altro: ho messo su un’agenzia di comunicazione, ho un mio ufficio stampa a Milano e una sede a Cornuda”.

E fa merchandising.

“In realtà questa parola non mi piace, perché vuol dire tutto e niente. Preferisco dire che faccio prodotti. Per esempio per Gaudì ho progettato quaderni, borsette, mousepad, tovagliette di carta e di stoffa, pupazzi di tutte le dimensioni e tante altre cose. Poi mi piace molto lavorare con l’illustrazione: prendo delle foto e ci disegno sopra. Ho fatto qualcosa del genere anche per l’Elba”.

Che c’entra l’Elba adesso?

“Ho lavorato per l’Apt dell’Arcipelago toscano. Mi hanno lasciato completamente a briglie sciolte e ho rifatto i cataloghi. Di solito sono così noiosi…allora ho deciso di cambiare. Ho preso le foto e ci ho disegnato sopra. Il lancio della campagna è stato fatto a Milano alla fiera del turismo. Per quell’occasione abbiamo fatto una serie limitata di brochure con le pagine profumate. E quando aprivi il catalogo usciva una libellula di carta caricata con una molla”.

Pericoloso…

“Sì (ride, ndr), effettivamente non te l’aspettavi, ma era quello il bello”.

E poi è finito in Spagna…

“In Spagna c’ero già stato in realtà. Avevo dei negozi a Tenerife, poi ho lasciato tutto e ho venduto a dei miei amici indiani. Prima invece lavoravo in Romania, avevo un’azienda che faceva scarpe”.

Altre scarpe che respirano?

No, era il 1993 e avevo messo su questa fabbrica di calzature con qualche amico. Poi mi sono fatto liquidare, perché non faceva per me e mi avevano appena offerto di acquistare un negozio a Tenerife”.

Così da imprenditore si è trasformato in commerciante e poi in comunicatore.

“Passando per Russia, Repubblica Ceca e Africa”.

Africa?

“Sì, a vent’anni vendevo le rimanenze della Liberty nel Burkina Faso”.

Scusi, ma quanti anni ha?

“Sono del ’68, segno zodiacale gemelli”.

E quando ha deciso di mettersi nel campo del design?

“Misstake esiste dal 2002, all’inizio eravamo in tre, compresa la mia ex fidanzata Giorgia. Poi ci siamo lasciati, che disastro…”.

Andiamo con ordine: come siete partiti?

“Abbiamo iniziato con Gas, Replay, Comune di Venezia. Poi abbiamo lavorato col mio amico Davide Paolini per il Gastronauta, per Diadora, Invicta e poi ci sono state le maxi maglie”.

Maxi cosa?

“Sì, quelle che vedi allo stadio. Siamo gli unici a farle”.

E Gaudì?

“Merito della Laie, la catena di librerie che cura tutta l’oggettistica dedicata all’artista. Pensa che mi hanno detto che hanno scelto me, perché non ero catalano”.

E con Picasso com’è andata?

“Me l’hanno comunicato da pochissimo. Ho già tutto pronto, aspetto soltanto il via libera per iniziare a produrre”.

Ma in Italia non lavora?

“Ho incarichi soprattutto all’estero, ma i miei prodotti sono in vendita in tutti i musei d’arte contemporanea italiana e poi a settembre dovrebbe andare in porto una cosa con la Juventus”.

Maxi maglie?

“No, tutto il merchandising. Ma lo firmerà Lapo”.


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