Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2008 - Articoli: Massimo Mamoli

 

Cultura

 

VERONA — «Vede, questa Madonna con Bambino alle mie spalle?  E’ del Morone.  Era una delle opere esposte l’anno scorso alla grande mostra del Mantegna, in Gran Guardia.  E’ stato un evento a cui abbiamo fortemente creduto.  Avevamo avuto ragione».  Carlo  Fratta   Pasini  alza al cielo quel paio di occhi piccoli ma pungenti, sparati su un sorriso altrettanto sottile. «La Madonna.. - dice mentre si pianta davanti al quadro - ne abbiamo sempre bisogno».  Non è uno che ha l’aria di aver passato l’ultimo anno come una passeggiata.  La fusione, le svalutazioni delle partecipazioni, le turbolenze del settore finanziario, le polemiche ma anche i risultati. «Siamo diventati il quarto gruppo bancario italiano.  Sembrerà paradossale ma c’è chi pensa che tutto sia piovuto per caso e non si rende conto di che colosso ha in casa».  Il presidente del Banco Popolare richiude l’abbondante cartella da cui spuntano tabelle e prospetti e la sposta in fondo al tavolo di vetro. «Lasciamo stare i numeri, misuriamoci con il pensiero».  L’avvocato sterza lo sguardo e lancia un’occhiata oltre la finestra. «Al di là delle preoccupazioni, delle ansie, della fatiche, io penso che dovremmo tutti avere più serenità, guardare lontano, alle volte rinunciando all’oggi per avere di più domani, come insegnano le leggi del risparmio.  Credo che dovremmo, tutti, essere più flessibili sugli interessi e invece tenaci difensori dei valori.  Devo constatare che nel modo di procedere oggi spesso accade il contrario».

Parla da presidente di una banca?

«Parlo da professionista prestato alla banca, da cittadino veronese, che cerca di portare avanti quanto appreso dai suoi predecessori, in primis dal professor Zanotto.  In tutto ciò che abbiamo tentato di fare, siamo stati mossi dal principio del servizio.  Prossimità nelle relazioni, rapidità e chiarezza nelle decisioni, fiducia.  Questo è stato e rimarrà l’impronta della nostra matrice cooperativa e della nostra vocazione localistica.  Questo significa per noi territorialità.  Ma è un percorso in entrata e in uscita.  La chiusura del cerchio è un processo di reciprocità».

Cosa intende con questo?

«Potremmo essere la migliore della banche ma se non partecipassimo alla vita delle città, in particolare Verona, di cui ci sentiamo parte integrante, beh, avremmo fallito.  Per evitarlo occorre prima di tutto comprendere i processi che hanno cambiato la città stessa, e noi con loro.  Oggi fare sintesi è estremamente più difficile.  Ma questo non è una sindrome di Verona come molti invece pensano..»

La città castrense che fatica a fare sistema..

«No, è il quadro complessivo che è mutato.  La frantumazione degli interessi non è un fenomeno locale.  Questo accade perché in genere il sistema politico, sindacale, rappresentativo, si è frantumato.  I vari soggetti sono più portati a difendere gli interessi degli organizzati piuttosto che ad esprimere progetti orientati al bene comune.  Non mi sento di mettere sopra la città una croce che non le appartiene.  Detto questo, da veronese, osservo: ognuno per la sua parte deve e può fare di più.  Mai restare inchiodati all’immediato».

Lei parla della fatica della progettualità.  E' anche un problema di classe dirigente?

«Io penso che Verona presa nel suo talento complessivo sul piano delle eccellenze è in grado di esprimere oggi un livello che certamente non sfigura con le altre città del Nord.  Non mi riconosco in certe analisi che ci dipingono ricchi nei consumi, poveri nel pensiero.  Capannoni e ignoranza.  E’ un modo che io trovo offensivo ed è un approccio ideologico di descrivere una comunità che ha alle spalle una tradizione di storia, di umanesimo, di civiltà.  Su queste basi, un’autocritica sul piano delle individualità culturali però la dobbiamo fare».

Si riferisce alla classe intellettuale?

«Dico solo che se vogliamo andare a cercare espressioni alte di pensiero nella cultura dobbiamo andare ben al ritroso nel passato.  Ci sentiamo forti del retaggio dei Maffei, degli Aleardi, dei Messedaglia, dei Zamboni, ma chi sono oggi i loro eredi?  Si vede che oggi non siamo fatti per le individualità».

Un problema di individualità o di humus, di cultura..

«Nella sua opera poetica Angelin Sartori sapeva cogliere un aspetto profondo del nostro essere veronesi.  Capaci dell’acutezza dell’ironia e dell’autoironia, orgogliosi - forse troppo - della propria provincialità, intelligenti nel prendersi in giro e in qualche maniera portati a livellarsi.  E' la Verona rassicurante e democratica del tono medio.  Chi vola un po’ più alto rischia di rompere un equilibrio, di far troppo rumore, e allora viene bonariamente ripreso.  "Sta chieto".  Eppure è una città a cui non mancano e non sono mancati cuore e coraggio.  Nella cultura così come nel sociale, i santi dell’Ottocento, ad esempio, non sono nati e non hanno operato per caso a Verona.  Forse non abbiamo riflettuto abbastanza sulla ricchezza che ha espresso in termini di volontariato, di solidarietà, di mondialità la nostra terra.  E probabilmente ancor oggi non ne siamo sufficientemente orgogliosi.  Forse dovremmo scavarci più a fondo, nel nostro corpo sociale, per ritrovarne dei figli.  I successori di Don Calabria da San Zeno in Monte continuano ancora oggi a sviluppare nel mondo l’opera avviata dal fondatore.  Ma se guardiamo a livello nazionale le iniziative più eclatanti i don Mazzi e i don Verzè le hanno realizzate fuori Verona».

Solidarietà e cultura, lei insiste molto su questi due binari..

«Solidarietà perché la missione sociale è l’espressione del nostro essere sul territorio ma anche fuori.  Come accompagniamo i nostri imprenditori e le nostre aziende all’estero, lo stesso facciamo con i volontari e i loro progetti.  Sono le due facce della stessa Verona».

Tra le tante iniziative che ha fatto o finanziato, una che non è finita sui giornali ma che per lei è stata umanamente più grande

«Potrei citare diversi esempi relativi alle iniziative di sostegno al microcredito o antiusura.  Ma la cosa che nella sua semplicità mi è rimasta più dentro è apparentemente più normale.  L’assunzione di una ragazzo affetto da sindrome di down nella sede centrale.  Fortemente voluta e vissuta ogni giorno con determinazione ed entusiasmo dai suoi colleghi.  Nulla di straordinario se non il fatto di aver creduto che anche in Banca si può e si deve rimanere persone».

Dal sociale alla cultura..

«Anche qui, potremmo percorrere insieme un lungo elenco di monumenti rinati con il concorso della Banca.  Tra questi voglio però solo ricordare che dopo molti interventi sul complesso abbaziale, fra pochi giorni partiremo con la facciata di San Zeno.  Poi continuano i lavori a Sant'Anastasia..»

Lei cita una serie di interventi mirati, ma il Banco oltre a dare i soldi non può esprimere anche una sua idea di progetto culturale?

«Siamo una banca non una fondazione di origine bancaria.  Queste ultime sono soggetti giuridici a cui è stato attribuito il patrimonio pubblico che fu delle Casse di risparmio e che hanno beneficiato della privatizzazione ed "aziendalizzazione" di questi enti già pubbblici.  Abbiamo ruoli, possibilità, prerogative diverse».

Si era parlato in passato di dar vita a una Fondazione della Popolare.

«Progetto che dopo la fusione con Bpi e la nascita della Banca Popolare di Verona San Geminiano e San Prospero Spa non è più ritenuta attuale, anche in considerazione delle attività già assolte dalla Fondazione Zanotto.  Quanto alla progettualità, certamente noi non rinunciamo a dare il nostro contributo di idee.  Ma spetta ad altre istituzioni la responsabilità delle decisioni per la collettività».

Uno dei progetti è stato ad esempio la partecipazione come socio fondatore alla nascita della Fondazione Arena.  Perché siete usciti dal consiglio di amministrazione?  Vi siete insomma, chiamati fuori..

«Non ci siamo chiamati fuori, abbiamo assicurato il nostro sostegno per quattro anni alla Fondazione nella prospettiva che, in ogni logica aziendalista, questa potesse produrre profitti, non debiti.  Avevamo proposto in questo senso un percorso: la creazione di un unico ente lirico regionale che mettesse insieme Verona e Venezia, una grande istituzione culturale che concentrasse l’attività estiva in Arena e quella invernale alla Fenice.  Ci è stato risposto che il progetto incontrava difficoltà politiche.  Ne abbiamo tratto le conclusioni».

Se le due fondazioni accettassero di discutere questo progetto sareste disposti a rientrare?

«Saremmo disposti a dare il nostro contributo per farlo nascere perché continuiamo a credere che sia la strada da seguire».

Dalla lirica alle mostre, perché avete accettato l’anno scorso di sostenere il progetto Mantegna?

«Martedì a Firenze presenteranno l’avanzamento dei lavori di restauro della Pala.  Lavori in parte finanziati anche grazie agli incassi della mostra in Gran Guardia.  Questa è una logica intelligente».

Siete favorevoli alla politica culturale della grandi mostre con i musei internazionali?

«Ci sono stati anni in cui l’offerta dei nostri musei era al passo con l’enorme potenziale turistico attrattivo della città d’arte.  I successi delle rassegne di Picasso, piuttosto che di Magritte, così come delle grandi mostre sulla pittura veronese del gotico e del rinascimento, ne sono stati un esempio.  Poi, questa spinta si è affievolita, mi pare una constatazione oggettiva».

E poi è arrivato Goldin…

«Certamente l’operazione Goldin avrebbe contribuito con il Louvre a dare una scossa a un panorama istituzionale in questo momento non particolarmente vitale.  La proposizione e divulgazione di grandi eventi ha sicuramente l’effetto di creare curiosità.  Anche se va detto che da sola non può sostituire la crescita culturale della città che deve alimentarsi dal proprio territorio.  Goldin oggi può esserci, domani no.  L’optimum sarebbe coniugare grande evento e territorio».

Il Banco era disposto a dare un contributo finanziario alla mostra con le opere del Louvre?

«Per quest’anno avevamo altre priorità, per esempio l’evento alle Scuderie del Quirinale sull’arte figurativa dell’800».

E se fosse riproposto un evento nel 2009, con il Louvre piuttosto che con Boston?

«Un conto è dare un sostegno a un’iniziativa pubblica i cui effetti hanno un ritorno pubblico, come è stato per esempio con il Mantegna, un conto il sostegno a un’iniziativa i cui eventuali guadagni andrebbero totalmente o principalmente a soggetti privati.  Il sostegno può essere riconosciuto in entrambi i casi ma si tratta di ipotesi che il nostro Istituto considererebbe con una diversa propensione».

Risposta chiarissima.  Un'ultima domanda, con il senno di poi, morto il Polo finanziario, cosa può dirsi Verona: meglio così?

«Per Verona sicuramente no, non è meglio così.  Il Banco?  Se nel breve periodo, considerata la fase complessa e faticosa che ha dovuto affrontare, ha un problema da risolvere in meno, nel medio-lungo termine ha perso un’opportunità.  Quella di riuscire a "delocalizzare" la finanza in provincia, ma vicino al territorio in cui sono storicamente allocati soci e clienti».

Perché è saltato tutto?

«Costruire una struttura su un’area dove esisteva il parcheggio di un’altra attività essenziale per l’economia cittadina non è stato lungimirante.  Al momento della scelta è stata sottovalutata, anche da noi, la problematica.  La nuova amministrazione ha ritenuto preferibile eliminare il problema del tutto piuttosto che affrontare gli ingenti oneri, tempi e costi di una sua soluzione».

Non esistono secondo lei alternative?

«Ogni progetto è figlio del momento ma anche di chi l’ha promosso.  Nella circostanza storica in cui è nato tra i soci finanziari erano in atto strategie e prospettive di sinergia che oggi sono cambiate.  E allora tutti e tre i soggetti privati sentivano l’esigenza di un’allocazione finanziaria logistica e l’opportunità di un’iniziativa comune.  Ora la situazione è cambiata e il progetto non sarebbe più coerente.  Certamente non escludo che possa essere ripreso in futuro in un quadro nuovo, magari da soli o - in tutto o in parte - con altri compagni di viaggio».

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