Cultura
VERONA — «Vede, questa Madonna con Bambino alle mie spalle?
E’ del Morone. Era una delle opere esposte l’anno
scorso alla grande mostra del Mantegna, in Gran Guardia. E’
stato un evento a cui abbiamo fortemente creduto. Avevamo avuto
ragione». Carlo Fratta
Pasini alza al cielo quel paio di occhi piccoli ma pungenti,
sparati su un sorriso altrettanto sottile. «La Madonna.. - dice
mentre si pianta davanti al quadro - ne abbiamo sempre
bisogno». Non è uno che ha l’aria di aver
passato l’ultimo anno come una passeggiata. La fusione, le
svalutazioni delle partecipazioni, le turbolenze del settore
finanziario, le polemiche ma anche i risultati. «Siamo diventati
il quarto gruppo bancario italiano. Sembrerà paradossale
ma c’è chi pensa che tutto sia piovuto per caso e non si
rende conto di che colosso ha in casa». Il presidente del
Banco Popolare richiude l’abbondante cartella da cui spuntano
tabelle e prospetti e la sposta in fondo al tavolo di vetro.
«Lasciamo stare i numeri, misuriamoci con il
pensiero». L’avvocato sterza lo sguardo e lancia
un’occhiata oltre la finestra. «Al di là delle
preoccupazioni, delle ansie, della fatiche, io penso che dovremmo tutti
avere più serenità, guardare lontano, alle volte
rinunciando all’oggi per avere di più domani, come
insegnano le leggi del risparmio. Credo che dovremmo, tutti,
essere più flessibili sugli interessi e invece tenaci difensori
dei valori. Devo constatare che nel modo di procedere oggi spesso
accade il contrario».
Parla da presidente di una banca? «Parlo
da professionista prestato alla banca, da cittadino veronese, che cerca
di portare avanti quanto appreso dai suoi predecessori, in primis dal
professor Zanotto. In tutto ciò che abbiamo tentato di
fare, siamo stati mossi dal principio del servizio.
Prossimità nelle relazioni, rapidità e chiarezza nelle
decisioni, fiducia. Questo è stato e rimarrà
l’impronta della nostra matrice cooperativa e della nostra
vocazione localistica. Questo significa per noi
territorialità. Ma è un percorso in entrata e in
uscita. La chiusura del cerchio è un processo di
reciprocità». Cosa intende con questo? «Potremmo
essere la migliore della banche ma se non partecipassimo alla vita
delle città, in particolare Verona, di cui ci sentiamo parte
integrante, beh, avremmo fallito. Per evitarlo occorre prima di
tutto comprendere i processi che hanno cambiato la città stessa,
e noi con loro. Oggi fare sintesi è estremamente
più difficile. Ma questo non è una sindrome di
Verona come molti invece pensano..» La città castrense che fatica a fare sistema.. «No,
è il quadro complessivo che è mutato. La
frantumazione degli interessi non è un fenomeno locale.
Questo accade perché in genere il sistema politico, sindacale,
rappresentativo, si è frantumato. I vari soggetti sono
più portati a difendere gli interessi degli organizzati
piuttosto che ad esprimere progetti orientati al bene comune. Non
mi sento di mettere sopra la città una croce che non le
appartiene. Detto questo, da veronese, osservo: ognuno per la sua
parte deve e può fare di più. Mai restare
inchiodati all’immediato». Lei parla della fatica della progettualità. E' anche un problema di classe dirigente? «Io
penso che Verona presa nel suo talento complessivo sul piano delle
eccellenze è in grado di esprimere oggi un livello che
certamente non sfigura con le altre città del Nord. Non mi
riconosco in certe analisi che ci dipingono ricchi nei consumi, poveri
nel pensiero. Capannoni e ignoranza. E’ un modo che
io trovo offensivo ed è un approccio ideologico di descrivere
una comunità che ha alle spalle una tradizione di storia, di
umanesimo, di civiltà. Su queste basi,
un’autocritica sul piano delle individualità culturali
però la dobbiamo fare». Si riferisce alla classe intellettuale? «Dico
solo che se vogliamo andare a cercare espressioni alte di pensiero
nella cultura dobbiamo andare ben al ritroso nel passato. Ci
sentiamo forti del retaggio dei Maffei, degli Aleardi, dei Messedaglia,
dei Zamboni, ma chi sono oggi i loro eredi? Si vede che oggi non
siamo fatti per le individualità». Un problema di individualità o di humus, di cultura.. «Nella
sua opera poetica Angelin Sartori sapeva cogliere un aspetto profondo
del nostro essere veronesi. Capaci dell’acutezza
dell’ironia e dell’autoironia, orgogliosi - forse troppo -
della propria provincialità, intelligenti nel prendersi in giro
e in qualche maniera portati a livellarsi. E' la Verona
rassicurante e democratica del tono medio. Chi vola un po’
più alto rischia di rompere un equilibrio, di far troppo rumore,
e allora viene bonariamente ripreso. "Sta chieto". Eppure
è una città a cui non mancano e non sono mancati cuore e
coraggio. Nella cultura così come nel sociale, i santi
dell’Ottocento, ad esempio, non sono nati e non hanno operato per
caso a Verona. Forse non abbiamo riflettuto abbastanza sulla
ricchezza che ha espresso in termini di volontariato, di
solidarietà, di mondialità la nostra terra. E
probabilmente ancor oggi non ne siamo sufficientemente
orgogliosi. Forse dovremmo scavarci più a fondo, nel
nostro corpo sociale, per ritrovarne dei figli. I successori di
Don Calabria da San Zeno in Monte continuano ancora oggi a sviluppare
nel mondo l’opera avviata dal fondatore. Ma se guardiamo a
livello nazionale le iniziative più eclatanti i don Mazzi e i
don Verzè le hanno realizzate fuori Verona». Solidarietà e cultura, lei insiste molto su questi due binari.. «Solidarietà
perché la missione sociale è l’espressione del
nostro essere sul territorio ma anche fuori. Come accompagniamo i
nostri imprenditori e le nostre aziende all’estero, lo stesso
facciamo con i volontari e i loro progetti. Sono le due facce
della stessa Verona». Tra
le tante iniziative che ha fatto o finanziato, una che non è
finita sui giornali ma che per lei è stata umanamente più
grande «Potrei
citare diversi esempi relativi alle iniziative di sostegno al
microcredito o antiusura. Ma la cosa che nella sua
semplicità mi è rimasta più dentro è
apparentemente più normale. L’assunzione di una
ragazzo affetto da sindrome di down nella sede centrale.
Fortemente voluta e vissuta ogni giorno con determinazione ed
entusiasmo dai suoi colleghi. Nulla di straordinario se non il
fatto di aver creduto che anche in Banca si può e si deve
rimanere persone». Dal sociale alla cultura.. «Anche
qui, potremmo percorrere insieme un lungo elenco di monumenti rinati
con il concorso della Banca. Tra questi voglio però solo
ricordare che dopo molti interventi sul complesso abbaziale, fra pochi
giorni partiremo con la facciata di San Zeno. Poi continuano i
lavori a Sant'Anastasia..» Lei
cita una serie di interventi mirati, ma il Banco oltre a dare i soldi
non può esprimere anche una sua idea di progetto culturale? «Siamo
una banca non una fondazione di origine bancaria. Queste ultime
sono soggetti giuridici a cui è stato attribuito il patrimonio
pubblico che fu delle Casse di risparmio e che hanno beneficiato della
privatizzazione ed "aziendalizzazione" di questi enti già
pubbblici. Abbiamo ruoli, possibilità, prerogative
diverse». Si era parlato in passato di dar vita a una Fondazione della Popolare. «Progetto
che dopo la fusione con Bpi e la nascita della Banca Popolare di Verona
San Geminiano e San Prospero Spa non è più ritenuta
attuale, anche in considerazione delle attività già
assolte dalla Fondazione Zanotto. Quanto alla
progettualità, certamente noi non rinunciamo a dare il nostro
contributo di idee. Ma spetta ad altre istituzioni la
responsabilità delle decisioni per la collettività». Uno
dei progetti è stato ad esempio la partecipazione come socio
fondatore alla nascita della Fondazione Arena. Perché
siete usciti dal consiglio di amministrazione? Vi siete insomma,
chiamati fuori.. «Non
ci siamo chiamati fuori, abbiamo assicurato il nostro sostegno per
quattro anni alla Fondazione nella prospettiva che, in ogni logica
aziendalista, questa potesse produrre profitti, non debiti.
Avevamo proposto in questo senso un percorso: la creazione di un unico
ente lirico regionale che mettesse insieme Verona e Venezia, una grande
istituzione culturale che concentrasse l’attività estiva
in Arena e quella invernale alla Fenice. Ci è stato
risposto che il progetto incontrava difficoltà politiche.
Ne abbiamo tratto le conclusioni». Se le due fondazioni accettassero di discutere questo progetto sareste disposti a rientrare? «Saremmo
disposti a dare il nostro contributo per farlo nascere perché
continuiamo a credere che sia la strada da seguire». Dalla lirica alle mostre, perché avete accettato l’anno scorso di sostenere il progetto Mantegna? «Martedì
a Firenze presenteranno l’avanzamento dei lavori di restauro
della Pala. Lavori in parte finanziati anche grazie agli incassi
della mostra in Gran Guardia. Questa è una logica
intelligente». Siete favorevoli alla politica culturale della grandi mostre con i musei internazionali? «Ci
sono stati anni in cui l’offerta dei nostri musei era al passo
con l’enorme potenziale turistico attrattivo della città
d’arte. I successi delle rassegne di Picasso, piuttosto che
di Magritte, così come delle grandi mostre sulla pittura
veronese del gotico e del rinascimento, ne sono stati un esempio.
Poi, questa spinta si è affievolita, mi pare una constatazione
oggettiva». E poi è arrivato Goldin… «Certamente
l’operazione Goldin avrebbe contribuito con il Louvre a dare una
scossa a un panorama istituzionale in questo momento non
particolarmente vitale. La proposizione e divulgazione di grandi
eventi ha sicuramente l’effetto di creare curiosità.
Anche se va detto che da sola non può sostituire la crescita
culturale della città che deve alimentarsi dal proprio
territorio. Goldin oggi può esserci, domani no.
L’optimum sarebbe coniugare grande evento e territorio». Il Banco era disposto a dare un contributo finanziario alla mostra con le opere del Louvre? «Per
quest’anno avevamo altre priorità, per esempio
l’evento alle Scuderie del Quirinale sull’arte figurativa
dell’800». E se fosse riproposto un evento nel 2009, con il Louvre piuttosto che con Boston? «Un
conto è dare un sostegno a un’iniziativa pubblica i cui
effetti hanno un ritorno pubblico, come è stato per esempio con
il Mantegna, un conto il sostegno a un’iniziativa i cui eventuali
guadagni andrebbero totalmente o principalmente a soggetti
privati. Il sostegno può essere riconosciuto in entrambi i
casi ma si tratta di ipotesi che il nostro Istituto considererebbe con
una diversa propensione». Risposta
chiarissima. Un'ultima domanda, con il senno di poi, morto il
Polo finanziario, cosa può dirsi Verona: meglio così? «Per
Verona sicuramente no, non è meglio così. Il
Banco? Se nel breve periodo, considerata la fase complessa e
faticosa che ha dovuto affrontare, ha un problema da risolvere in meno,
nel medio-lungo termine ha perso un’opportunità.
Quella di riuscire a "delocalizzare" la finanza in provincia, ma vicino
al territorio in cui sono storicamente allocati soci e clienti». Perché è saltato tutto? «Costruire
una struttura su un’area dove esisteva il parcheggio di
un’altra attività essenziale per l’economia
cittadina non è stato lungimirante. Al momento della
scelta è stata sottovalutata, anche da noi, la
problematica. La nuova amministrazione ha ritenuto preferibile
eliminare il problema del tutto piuttosto che affrontare gli ingenti
oneri, tempi e costi di una sua soluzione». Non esistono secondo lei alternative? «Ogni
progetto è figlio del momento ma anche di chi l’ha
promosso. Nella circostanza storica in cui è nato tra i
soci finanziari erano in atto strategie e prospettive di sinergia che
oggi sono cambiate. E allora tutti e tre i soggetti privati
sentivano l’esigenza di un’allocazione finanziaria
logistica e l’opportunità di un’iniziativa
comune. Ora la situazione è cambiata e il progetto non
sarebbe più coerente. Certamente non escludo che possa
essere ripreso in futuro in un quadro nuovo, magari da soli o - in
tutto o in parte - con altri compagni di viaggio».
torna indietro |