Orgoglio di Rotzo
Meravigliosa la sua campagna nel mese di maggio che si ricopre di fiori bianchi. A Rotzo, il Comune più antico dell’Altopiano di Asiago, si coltivano delle patate speciali, orgoglio del posto e dei suoi abitanti. Il segreto è il terreno asciutto e sabbioso, al quale si aggiunge un clima sempre fresco e soleggiato.
La “Tin tan nona” delle campane suonava puntuale a meno un quarto a mezzogiorno in questo paesino di montagna, il più antico dell’Altopiano, completamente ricostruito dopo l’uragano della Grande Guerra. Negli Anni Cinquanta tutti i suoi abitanti già coltivavano patate. Anche Cristiano Dal Pozzo si preparava al pranzo: si toglieva la terra dalle mani, appoggiava la vanga e raggiungeva la sua Angelina che l’aspettava a casa con una zuppa di patate calda. Cristiano oggi ha 94 anni; dalla sua casa gialla, immersa nella campagna, alla stessa ora ascolta ancora quel suono del campanile, ed è uno dei primi coltivatori di patate di Rotzo. Rotzo, il paese delle patate. “Sì, perché qui, a circa 850 metri di altitudine, – racconta - le terre a valle del paese, chiamate la “campagna”, sono quanto di meglio possa chiedere il tubero. Il terreno asciutto e sabbioso, al quale si aggiunge un clima sempre fresco e soleggiato con forti escursioni termiche dal giorno alla notte, le rende gustose, con una maggiore concentrazione di amido ed una minore quantità d’acqua rispetto a quelle coltivate in pianura, con, quindi, eccellenti caratteristiche organolettiche”. Per questo la patata di Rotzo, da anni, è un marchio certificato. Ed è inoltre un esempio di economia sostenibile per la montagna. “Un terzo delle famiglie del posto ha un reddito integrativo derivante dalla loro produzione - spiega il Sindaco di Rotzo Matteo Dal Pozzo – I piccoli produttori vendono le patate a clienti privati. Tutto è cominciato proprio negli Anni Cinquanta con le prime villeggiature estive”. “Anch’io – continua – sono un piccolo coltivatore e non mangio patate se non sono le mie”. E con il primo cittadino, a seminare “batate” – così si chiamavano una volta -, ci sono anche Oscar Costa, consigliere comunale, e decine e decine di altri abitanti.
L’origine di questo prezioso bulbo è olandese e a Rotzo ne vengono coltivate tre diverse varietà: la Bintje, detta appunto l’olandese, la più versatile, ottima per gli gnocchi ed il purè, la Desirè a buccia rossa deliziosa per le fritture e la Monalisa, la precoce. La semina dei campi avviene a metà aprile, la “rincalzatura” a maggio. Se la Bintje e la Desirè sono pronte a fine agosto, primi di settembre, la Monalisa viene raccolta prima, a fine luglio.
Oggi a Rotzo la coltivazione della patata ammonta a circa quattromila quintali all’anno ed è affidata a piccole aziende di carattere famigliare riunite nella “Associazione di produttori delle patate di Rotzo”. La più grande è quella della famiglia Zecchinati che copre la metà della produzione totale. Egidio Zecchinati, che rappresenta la terza generazione, da ragazzo le raccoglieva con la zappa. Dal 1993 lo fa per lui la macchina scava-raccogli patate, un grande trattore rosso che in una giornata tira su centinaia di tuberi passando al setaccio gli otto ettari coltivati. Le patate vengono poi riunite in enormi mucchi, dove riposano per 15-20 giorni, per poi essere confezionate in sacchi di rete o juta da 5 o 10 kg. “E’ un impegno enorme - spiega Valentino Zecchinati, figlio di Egidio - ma la patata qui è il nostro orgoglio. E’ una tradizione; c’è un legame fortissimo tra il luogo e la sua coltivazione”.
Il paese, che oggi accoglie seicento abitanti, dal 1976 ogni prima domenica di settembre dedica alla patata un festa. Protagonisti assoluti sono gli gnocchi, preparati con burro, zucchero e cannella, secondo la più antica tradizione. Inoltre Rotzo a maggio mostra il meglio si sè: i campi si coprono di bianco, il colore del fiore della patata.
Qui si riforniscono del prezioso tubero personaggi illustri. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, originario dell’ Altopiano di Asiago, ogni anno, si reca proprio dalla famiglia Zecchinati per farne provvista. Così, come per anni ha fatto Danilo Longhi, indimenticabile manager vicentino.
“Oggi sono andato a fare provviste di patate….I campi al sole, gli orti davanti le case, il bosco che avanza e la montagna dietro le spalle ….” scrive Rigoni Stern in uno dei suoi libri più recenti “Sentieri sotto la neve”.
BOX STORIA
Arrivate dall’America, all’inizio furono confinate nei giardini botanici. Fu il farmacista francese Antoine Augustin Parmentier che scoprì il loro potenziale nutritivo, tanto da diventare la risposta allo stato di fame e carestie delle popolazioni europee. Re Luigi XV ne cambiò il nome: da “batata”, com’era chiamata una volta, in “pomme de terre” (mela di terra), appellativo che conserva ancora in terra francese.
Parmentier sosteneva che i bulbi, cotti nell’acqua o sotto la cenere,conditi con un pizzico di sale, erano una specie di pane, ricco di potassio e vitamina c, utile anche in medicina, tanto da essere usato contro le nevralgie, artriti, ulcere e contro le infiammazioni, una volta tagliato da crudo a fettine.
In Italia il primo a scrivere di patate fu Antonio Pigafetta che, imbarcato insieme a Magellano fra il 1519 e 1522, dichiara nel suo diario di avere trovato questo tubero in zone tropicali, e questo fa pensare che si trattasse di patate americane.
Delle prime coltivazioni di patate a Rotzo si ha traccia nella metà del 1700, nelle “Memorie Istoriche dei 7 Comuni” dell’Abate Agostino Dal Pozzo nelle quali si legge: “…le patate allignano da per tutto, ma fanno meglio in un terreno dolce e sabbionico”. Altra testimonianza è data da Mario Rigoni Stern che nel suo libro “La storia di Tonle” racconta come il protagonista, verso la fine dell’800 portò dall’Ungheria “una razza di patate che poi per tanti e tanti anni diede buoni raccolti e si diffuse tra le nostre montagne”.
Curiosità:
1) La Biblioteca Internazionale “La Vigna” di Vicenza conserva volumi rarissimi sulla patata, la sua coltivazione e i suoi utilizzi.
2) Le patate vanno conservate in locali ben asciutti, aerati e bui. Non vanno conservate con le cipolle che ne favoriscono la germogliatura, vanno invece riposte vicino alle mele che la rallentano.
torna indietro