Scampo' a Cefalonia a malaria e bombe
SOPRAVVISSUTI . Romeo Piva era militare sull'isola greca dove la guarnigione italiana fu sterminata dai tedeschi: la lasciò con uno degli ultimi voli prima dell'eccidio.
"Io sono un miracolato", racconta il reduce. Sfuggì al caos dell'armistizio e, rientrato a casa, all'occupazione nazista
Romeo Piva di Cerea si ritiene miracolato: era militare a Cefalonia e riuscì a lasciare l'isola prima che la divisione Acqui vi fosse massacrata. A 87 anni Romeo Piva torna a osservare le sue fotografie, ingiallite dal tempo ma ben conservate, e raccontare la propria vicenda di soldato di vent'anni che ha assistito «ai giorni più tristi della nostra storia», come li chiama lui, arruolato nel 17° reggimento fanteria della terza compagnia, divisione Acqui. A Cefalonia, destinata a diventare teatro dell'eccidio, Piva arrivò nel settembre 1941, proveniente dalla caserma Silandro di Merano: la sua mansione era di esploratore, specializzazione in cui aveva dimostrato abilità, ritrovando sulle Alpi una trentina di commilitoni che si erano perduti in esercitazione, ricevendo così un 5 lire di premio. Piva rimase sei mesi nella caserma Mussolini di Cefalonia, quindi passò un anno a Zante, dove «sentivo qualcosa d'italiano nel bellissimo monumento a Ugo Foscolo nella piazza centrale del paese, dove il poeta era nato». Nella primavera 1943, quando si trovava in un'area malarica, il soldato di Cerea fu raggiunto da un telegramma: «Madre fante Piva Romeo versa pericolo vita». Racconta Piva: «Mia mamma, Veronica Davià, era stata ricoverata all'ospedale di Legnago per tifo. Ero molto preoccupato», ricorda Piva. «Un tenente calabrese, che da lì a pochi mesi sarebbe stato ammazzato dai tedeschi, ebbe allora compassione di me e mi raccomandò di raggiungere una sede militare vicina, da dove avevo qualche possibilità di rientrare in patria. Feci cinque chilometri a piedi e a destinazione incontrai un amico, Bruno Veronesi, il quale mi disse che c'era la possibilità di tornare in Italia, perché entro due settimane sarebbe partito un aereo, ma che avrei dovuto pagare il viaggio. Dovevo trovare 7000 dracme, circa 5.000 lire, cinque buoni stipendi di allora: ma di soldi proprio non ne avevo». «L'ennesimo miracolo», continua il reduce, «fu un inaspettato gesto di generosità. Mendicavo i soldi per le vie della cittadina di Argostòli, fino a quando mi venne incontro un graduato di Torino che, prestandomi ascolto, mi fece un importante prestito per tornare a casa e rivedere mia madre. Mi diede alcuni compiti da eseguire in suo nome, e così feci. Finita la guerra, ci tengo a dirlo, gli mandai a Torino un vaglia con l'equivalente in lire del denaro greco che mi aveva prestato, ringraziandolo molto per il suo grande cuore. Quella cifra mi permise di partire in aereo da Corfù e di arrivare a Brindisi». Da lì inizia un'altro viaggio che ha del miracoloso: il soldato infatti risale l'Italia, da Sud a Nord, proprio nella giornata convulsa del 9 settembre 1943, ad armistizio appena annunciato, mentre il re scappa e i tedeschi occupano il Paese. «Cambiai due treni», ricorda il reduce. «A Pescara la gente fuggiva impaurita, mentre a Bologna mi si presentò una stazione totalmente vuota». Finalmente l'arrivo, alla stazione di Nogara, e un pianto liberatorio. «Rividi le piante tipiche della nostra zona, che noi in dialetto chiamiamo i spinaroti; l'emozione fu grande: la mia terra, la mia gente. Tornai nella mia casa di Cerea, in via Oberdan, vicino alla fabbrica Perfosfati, e fui abbracciato da mio padre Giuseppe, che era stato soldato nella prima guerra mondiale e nella campagna di Libia; poi feci visita a mia madre Veronica all'ospedale di Legnago». Intanto i tedeschi facevano strage a Cefalonia, ma Piva, scampato per fortuna a quel pericolo, non poteva saperlo: la notizia sarebbe arrivata solo a guerra finita. Intanto aveva altri pensieri. «In un cantiere tra Asparetto e Sanguinetto, dove oggi c'è la base aeronautica, i tedeschi mi costrinsero a sollevare pesi ai limiti della forza umana. Scappai da lì e per qualche tempo mi nascosi tra i spinaroti nella campagna vicino a casa mia, dove oggi c'è il tiro a segno. Un intreccio d'alte erbe creava per me un rifugio; lì mi portavano da mangiare». I miracoli non erano finiti: «Ricordo che furono sganciate due bombe a 150 metri di distanza in via Oberdan, che annientarono la famiglia vicina a noi di casa; i miei e io rimanemmo incolumi». Piva racconta e continua a ripetere: «Non sono miracoli, questi? L'ultimo graziò mamma Veronica, che tornò a casa dopo poco tempo, guarita del tutto dal tifo». Piva, che a Cerea è conosciuto come pittore e scultore, rivive queste pagine di storia anche nei suoi quadri, pieni di fosche e lugubri tinte. Rievoca a memoria nomi e cognomi di soldati, nonché alcune espressioni in lingua greca imparate a Cefalonia. Ogni compleanno Romeo Piva lo celebra con i ricordi più importanti della sua sofferta giovinezza.
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