Il tesoro dell'ultimo battiloro
I suoi strumenti sono vecchi di un'ottantina d'anni. La tecnica è addirittura plurisecolare. Gli servono muscoli, ma anche agilità, precisione, sensibilità.
E chi, accanto a lui, prosegue il lavoro di “confezionamento” deve imparare a sincronizzare i gesti col respiro. Un lavoro, quello del battiloro, così particolare che a svolgerlo a Venezia, anzi – non stiamo esagerando – in Europa, è rimasto solo lui.
Lui si chiama Marino Menegazzo ed è l'ultimo battiloro, depositario di un sapere manuale antico che proprio a Venezia conobbe nel passato fasti e splendore.
Le foglie d'oro che escono dal laboratorio del battiloro al termine di una sapiente combinazione di colpi dati con martelli dai pesi differenti, vanno a “dorare” mosaici, icone, statue, intarsi...
Per dire: la croce che risplende sulla cupola della chiesa di Lourdes è rivestita delle foglie d'oro uscite proprio da qui, così come l'angelo che svetta sul campanile di San Marco. Le foglie d'oro sono sottilissime, basta un soffio per farle vibrare (ecco perché è così importante il respiro quando le si manovra). E per arrivare a renderle impalpabili come seta occorre ispirarsi a un sapere artigianale antico.
Un sapere che Menegazzo ha appreso dal suocero, Mario Berta, cui è tuttora intitolata la ditta. Il suo laboratorio è al piano terra di una casa, a pochi passi dalle Fondamente Nuove, già di per sé impregnata di storia: una targa ricorda che qui visse i suoi ultimi anni e poi morì Tiziano Vecellio. E proprio qui, nel 1926, iniziò l'attività dei battiloro Rivani: «Erano i cugini di Mario Berta, mio padre, che iniziò a lavorare per loro», ricorda Sabrina Berta. Un destino tragico, nel 1967, si portò via i titolari, morti in un incidente automobilistico. Berta era il solo rimasto e nel 1969 rilevò l'attività. Intanto la figlia Sabrina, oggi titolare della ditta e impegnata a tempo pieno nel lavoro, conosce Marino Menegazzo: si fidanzano, poi si sposano e intanto lui comincia ad apprendere il mestiere. Fino al passaggio di consegne, avvenuto nel 1992.
Oggi nel laboratorio del battiloro lavorano 10 persone: oltre a Marino e Sabrina, c'è un gruppo di giovani donne che seguono tutte le fasi della preparazione delle lastre d'oro e poi del confezionamento dei libretti: ogni libretto ha 25 fogli e sono questi ad essere venduti ai vari vetrai, artigiani, restauratori...
Per dare un'idea: dieci anni fa, quando vennero dorate la croce e la corona della basilica di Lourdes, furono necessari 1100 di questi libretti. Libretti che sono formati da foglie d'oro alternate a foglietti di una speciale carta.
Nel laboratorio dal pavimento a griglie in legno (per raccogliere ogni scarto del prezioso metallo) vi sono quattro postazioni, dove quattro giovani artigiane stanno lavorando proprio al loro confezionamento.
Per questo mestiere non esiste scuola: «Infatti non chiediamo esperienza. Insegniamo noi il mestiere, che si apprende in circa due anni», spiega Sabrina.
Le artigiane sono chine sul loro tavolo, illuminate da una luce soffusa (un'illuminazione più forte le accecherebbe con i bagliori dell'oro): soffiano sul foglio di carta e poi inseriscono quello d'oro, trattengono il respiro e poi riprendono a “impaginare”.
La carta è di un tipo speciale che arriva dalla Germania, mentre sui tavoli – che sono ancora gli originali del 1926 – poggiano dei cuscini in pelle, sui quali viene passato talco e cenere, contro l'umidità: «Il rischio principale, con l'umidità, è che quando si soffia sulla foglia d'oro questa si arrotoli», spiega Sabrina, che intanto rivela un po' di trucchi e di soluzioni ingegnose inventate in questi anni: ad esempio la cenere, che oggi è più difficile da trovare visto che non ci sono più tanti caminetti, viene recuperata grazie ad amici pizzaioli, che mettono da parte la cenere dei loro forni a legna.
Zampe di lepre, ottime spazzole. E poi ci sono le zampe di lepre... Sembrerà incredibile, ma nell'era delle nanotecnologie e delle plastiche sofisticatissime l'unico materiale davvero valido per trattare i fogli di carta sui quali poggiare le lamine, sono le zampe di lepre: raccolte nei ristoranti specializzati in cacciagione, le zampe vengono opportunamente essiccate e si usano come spazzole per distribuire il gesso e il talco sulle carte dei libretti, perché i fogli non si appiccichino tra loro. «Va bene solo la lepre, le zampe di coniglio no, perché perdono i peli».
Intanto, in un'altra stanza, opportunamente insonorizzata, Marino si appresta a battere l'oro. Seduto su un alto scranno, appoggia su un parallelepipedo di marmo il blocco da pestare. E' un quadrato di 1400 fogli d'oro ancora piuttosto spessi. La fase di lavorazione inizia da un lingottino, che viene fuso in una lastra e poi passato al laminatoio, l'unica macchina meccanica utilizzata nella lavorazione, per produrre un lungo nastro d'oro.
Lo si taglia in riquadri da 15 centimetri di lato che, separati ciascuno da un foglio di carta, vanno a formare il blocco pronto per essere battuto: saranno i colpi ripetuti più e più volte a rendere quei fogli d'oro sottili come un velo.
E qui entra in gioco la tecnica secolare del battiloro: i colpi devono essere omogenei nella forza e uguali nel numero. Vengono assestati con dei martelli di peso diverso (a seconda dello spessore da ottenere) e sono frutto di forza, ma anche di un preciso lavoro di polsi. «Non a caso i colpi si chiamano “polsi”», spiega Marino mentre comincia la serie di questi “polsi”, che sono una sorta di unità di misura perché ogni polso comprende un tot di colpi da dare per ogni lato del blocco.
Ormai Marino riesce ad andare quasi in automatico e continua a chiacchierare mentre tiene il conto dei “polsi” sferrati. Il blocco di foglie d'oro è tenuto insieme da uno spesso foglio di pelle di capra che ben risponde sotto i colpi del martello. Per anni, racconta Marino, «abbiamo invece usato dei fogli di pergamena. E, sembra incredibile, ma ci rifornivamo da un notaio inglese che ci vendeva vecchi testamenti in pergamena». Erano gli unici in tutta Europa a scrivere ancora su pergamena... «Da un po' di tempo abbiamo rinunciato, perché quei fogli ormai rappresentano dei pezzi di antiquariato. Così abbiamo sperimentato la pelle di capra».
La tecnica del battiloro arriva in Europa intorno all'anno Mille da Bisanzio. A Venezia conosce il suo periodo di massimo splendore nel '700, quando i battiloro erano addirittura 300.
C'erano anche i “tiraoro”, quelli che tiravano le lastre, ma oggi quel lavoro si fa a macchina. In realtà a macchina oggi si fa anche quel che il laboratorio “Berta” continua a fare a mano. «Ma c'è una grande differenza tra i fogli battuti a mano e quelli a macchina», spiegano Sabrina e Marino. I vetrai, i gondolieri che dorano i loro “ferri”, i mosaicisti, i restauratori conoscono bene questa differenza. Eppure per l'ultimo battiloro non è facile stare sul mercato. Le fabbriche di foglie d'oro industriali stanno progressivamente delocalizzando, per avere costi ancora più bassi. Anche la qualità è inferiore, ma sembra che conti più che altro il “low cost”.
Una famosissima casa di piastrelle a mosaico, dopo alcuni ordini a Venezia, ha preferito ordinare foglie d'oro prodotte industrialmente in India, perché costano meno. E questo nonostante la qualità sia nettamente inferiore, tanto che viene scartato un quarto del materiale, scarto che con le foglie fatte artigianalmente non si avrebbe.
Così, oggi che il prezzo dell'oro sale, occorre ingegnarsi per trovare nuove fette di mercato. Tra le novità, sono state prodotte foglie d'oro “alimentari”, che gli chef possono spruzzare sui loro piatti ad effetto. Tra mosaici, decorazioni, vetro e sculture, la clientela del battiloro veneziano è sparsa un po' in tutto il mondo, ma non è facile reggere l'urto della concorrenza.
«Noi però – conclude Sabrina con un pizzico di orgoglio – pensiamo che questo mestiere faccia parte del patrimonio culturale di Venezia e ci teniamo a preservarlo».