Centro culturale Bonotto
Molvena, caput mundi. Molvena, 2.405 abitanti e un'area artigianale che da sola produce un Pil più alto del Lussemburgo. In un fazzoletto di queste colline, che lasciano in lontananza la sontuosa cinta murata di Marostica, si incardinano i quartieri generali di Diesel, Dainese, Bonotto.
Se le prime due esibiscono marchi che hanno fatto della visibilità la ragion d'essere dell'azienda, la terza ha scelto un profilo talmente basso di comunicazione pubblica che il sito internet non ce l'ha, e neanche una segnaletica stradale per la sede. Quando si pensa di essere arrivati, occorre un'attenta ricognizione all'intorno per scoprire la fabbrica, che in realtà è una casa: quella abitata in precedenza dal fondatore.
Eppure dietro questa amena vegetazione che camuffa la facciata della Bonotto, e sotto i tetti che si mimetizzano seguendo il profilo ondulato delle colline circostanti, c'è un frullio di cervelli che è diventato la componente propedeutica ed essenziale delle griffe dell'alta moda più importanti al mondo. Armani, Gucci, Hermès, Versace, Prada, Hugo Boss, Max Mara, prima di ideare le nuove collezioni, si dicono «Andiamo un po' a vedere cosa bolle in pentola da Bonotto». E poi comprano.
Bonotto e la cultura. Bonotto non si può ridurre a un laboratorio aziendale; è anche una famiglia illuminata che ha deciso di investire un bel po' di soldi e di energie per “donare” a Bassano un centro culturale moderno, multi funzione, dal respiro internazionale. In centro alla città, sulla riva destra del fiume Brenta, a mezza via tra i due ponti: il Vecchio ligneo e il nuovo della Vittoria.
Un'operazione filantropica, il che non vuol dire dissennata: la struttura dovrà servire effettivamente al territorio, e dovrà mantenersi. In origine era la sede del macello comunale, in epoca recente era stata occupata dal centro sociale “Stella rossa”. Giuridicamente l'edificio è il regalo dei figli Giovanni e Lorenzo al padre Luigi per ospitare la sua ricchissima collezione d'arte; simbolicamente costituisce un gesto di apertura civica, che conferma come l'arte sia fatta per essere fruita, non occultata, e anzi debba influenzare e rendere migliore il mondo a cui è stata tramandata.
Da un personaggio che giocava a scacchi con Marcel Duchamp, uno dei più influenti pittori e scultori del XX secolo, e che ha sempre ospitato nel suo laboratorio in campagna artisti che creavano di giorno e discutevano con lui d'arte durante la notte… Insomma, da Luigi Bonotto è utile apprendere una forma di mecenatismo molto intelligente. «Ho frequentato le case degli artisti e loro la mia abitazione – racconta – proprio perché tra di noi il rapporto si è sempre basato sullo scambio: loro mi davano la libertà di pensiero che io trasmettevo poi puntualmente nel lavoro. Questo impegno si materializzava nell'aiuto che offrivo loro soprattutto con l'acquisto di documenti e di opere».
L'Archivio Bonotto, ricco di diecimila pezzi di arte contemporanea, non costituisce perciò uno sfizio: la cultura è la radice stessa dell'attività d'impresa, non una questione di “moda”.
Un Centro propulsore. Per i Bonotto, speculazione è la passione per il ragionamento, non una modalità di lucro senza fatica. Tanto che l'acquisizione dell'ex macello di Bassano, uno stabile di architettura industriale, non porterà all'erezione di un alveare di appartamenti, negozi, banche e uffici, bensì è propedeutica all'apertura di un Centro culturale di arte moderna. È anche significativo che questo edificio datato 1848, costruito lungo il Brenta durante i moti risorgimentali italiani e convertito in luogo di uccisione (di animali), “risorga” come sede vitale di impulsi artistici.
«Troverà ovviamente collocazione il poderoso Archivio Bonotto. Ma di un museo non c'è davvero bisogno – spiega Giovanni –, noi desideriamo che il Centro culturale sia vivo, effervescente. Per questo sarebbe bello che ci lavorassero dentro artisti locali con laboratori e performance, collaborando magari con grandi nomi internazionali; indire un premio “Città di Bassano” che individui i lavori dei migliori artisti europei; essere abbonati a certo riviste di arte-cultura-design che chiunque possa consultare liberamente; permettere a un gruppetto locale di incidere la propria musica e di suonarla dal vivo davanti agli amici che sorseggiano un boccale di birra. Sarebbe bello che questo centro riuscisse a “impollinare” il territorio con una serie di virus benefici, e fosse a sua volta l'esito di un miscuglio di tante piccole esperienze».
I primi passi di questo sogno seducente sono stati compiuti: incarico a Pierluigi Sacco, docente universitario di economia dell'arte, per una ricerca sulle modalità di articolazione del progetto affinché si autofinanzi (ristorazione, centro congressi, affitto per eventi…) e non poggi unicamente su entusiasmi personali che potrebbero via via scemare. Il centro multifunzionale, su un'area di circa mille metri quadrati, sarà gestito da una Fondazione in via di costituzione. Quindi, un concorso internazionale darà voce a importanti architetti che indicheranno come sistemare l'area. Ci vorrà qualche anno, però il meccanismo è avviato.
La cultura è un lavoro di lenta tessitura: e chi meglio di Bonotto può dirlo?
«Sarà un polo a disposizione del territorio, che ha senso solo se la gente lo sentirà proprio, ne usufruirà e lo arricchirà di idee. Osservando la piantina di Bassano si nota che questo tratto del Brenta costituisce idealmente la quarta piazza della città; forse siamo troppo ambiziosi, chissà, ma perché non farsi sedurre dalla prospettiva di creare anche da noi una sorta di lungo-Senna parigino?». Già, perché no?
Dire a un imprenditore che ha un'ottima stoffa è un complimento a ogni latitudine, particolarmente gradito qui a Molvena, hinterland bassanese, dove Bonotto i tessuti li fa per davvero. Li costruisce da zero, se li inventa, li abbina, li accoppia, li fonde.
Giovanni Bonotto, occhi limpidi e capelli arruffati, l'art director, mostra un campionario infinito di cotoni, lane, sete, lini, alpache, vigogne, in un assortimento cromatico altrettanto rutilante. Un modo per dire che se i concorrenti si arrangiano con pochi tessuti, quelli che vanno di più, Bonotto ha avuto successo imboccando la direzione diametralmente opposta: uno spreco di varianti, capitali immobilizzati in magazzino per tenere rocchetti che non si sa se verranno impiegati. «La libertà è avere possibilità illimitate. Libertà di essere generosi con il proprio lavoro. Siamo come dei cuochi, che devono poter fare tutto quello che vogliono, quando vogliono. Tutto questo non ha senso dal punto di vista economico, secondo gli altri, ma paga».
I risultati, al solito, sono aridi, buttati lì come nude cifre; se però si pensa che la Bonotto in una dozzina d'anni è passata da 70 a 250 dipendenti in Italia (con un turnover bassissimo) e complessivamente dà lavoro a 2.400 persone, allora vien da dire che quei numeri hanno senso perché sono correlati a un pensiero forte che li precede.
«Non è un mistero per nessuno – commenta Giovanni Bonotto – che il capitalismo è non solo all'apogeo ma ha già imboccato la fase discendente. Noi ragioniamo in maniera molto differente dalle aziende del capitalismo maturo, e forse non è un caso se siamo rimasti quasi gli unici in Italia e fra i pochi al mondo a tenere alta la bandiera del tessile. Grazie a un paio di occhiali diversi, tutti nostri. Noi abbiamo un concetto di qualità che non coincide necessariamente con la preziosità della materia o con il design, il quale finora si è limitato a imbellettare la superficie senza costruire la materia. Qualità non equivale più a generare prodotti validi per come si percepiscono merceologicamente, ma avere una fabbrica che vada lenta, che riscopra tutti i passaggi dove si perde tempo. La qualità è il tempo che ci metti a fare i prodotti. Quindi, non serve cercare di produrre sempre più con lo stesso personale, quanto metterci il tempo giusto. La tecnologia attuale è tarata sulla velocità, e per ottenerla sacrifica tutta una serie di passaggi apparentemente insignificanti. Non è vero che non ci si accorge: la differenza, sommando cento piccole procedure saltate, è palese. Alla fine, è la stessa che corre tra una foto con la luce naturale e una scattata col flash».
Bonotto mostra orgoglioso dieci piccoli telai giapponesi del 1902, tra i più antichi al mondo, che si è procurato avventurosamente. «Rendono un quinto dei telai moderni, e i meccanismi vanno oliati in continuazione. Normalmente un addetto controlla otto telai, qui ce ne vuole uno per ogni telaio: torniamo all'incontro e allo scontro dell'uomo con la macchina. Ma il sapore che esce non è paragonabile a nessun altro, il tessuto è competitivo perché non è fatto con le macchine che tutti hanno. Gli stilisti vengono qui e non sanno capacitarsi».
Sono passati gli anni Novanta, durante i quali il mercato era istericamente sommerso da valanghe di nuove merci, oggi la novità fine a se stessa non vale nulla se è sconnessa dall'identità del prodotto. «Noi – chiarisce Bonotto – intendiamo il design non come mero elemento decorativo ma come attributo di un oggetto che ha una storia, che ha un passato. Ogni prodotto ha una sua carta d'identità poiché il retroterra sedimentato gli attribuisce personalità. È la memoria l'antidoto alle soluzioni standard e alla generale omologazione. Anche il tessuto possiede un'anima, e io preferisco vestirmi con la mia personalità: perché funziono così, non per essere qualcun altro». A.Z.
Con un nonno futurista di seconda generazione – anch'egli Giovanni di nome – e un padre (Luigi) esponente della pop-art americana, è chiaro che il fare impresa assume connotazioni del tutto peculiari per Giovani e Lorenzo.
Luigi Bonotto, oggi sessantacinquenne, fonda assieme al fratello Leonardo il Lanificio Bonotto nel 1972. La famiglia è di Marostica ma possiede un terreno a Molvena e quindi la scelta diventa logica. Luigi è un artista da quando aveva vent'anni e le pareti dell'azienda testimoniano della sua evoluzione attraverso numerosi quadri. Bonotto rielaborava su tela codici numerici della sua attività, a sottolineare come creatività e lavoro si sovrappongano con sufficiente precisione. La medesima impostazione prepara il suo avvicinamento a Fluxus, il movimento che propugna la caduta delle barriere fra vita e arte (la miglior opera d'arte è vivere la vita), di cui detiene la più completa collezione. La collaborazione con Yoko Ono, esponente di punta di Fluxus, non è che la naturale evoluzione di un'amicizia di antico conio.
«Appare chiaro – osserva Giovanni Bonotto – che questo clima ha permesso a noi figli di respirare un'aria internazionale di cultura pur vivendo in un paesino. Ed è altrettanto evidente che questo approccio alla vita ci ha liberato dalla schiavitù dell'arricchirsi: i soldi sono la conseguenza di un certo operare, di sicuro non l'obiettivo primario. E si guadagnano con la manifattura, cioè lavorando con le mani, non tramite la speculazione, immobiliare o finanziaria che sia. Non abbiamo la villa in Sardegna e neanche la barca, questa fabbrica è la nostra villa, la nostra barca, le nostre ferie».
Giovanni, assieme al fratello Lorenzo, è entrato nell'azienda a metà anni Novanta, senza esperienze precedenti nel settore. È stata una fortuna, non si è fatto condizionare. Anche la suddivisione di compiti è giunta naturalmente: il padre e lo zio sono rimasti a ispirare e consigliare. La madre, Domenica Donazzan, è responsabile dell'amministrazione. Giovanni guida, e Lorenzo tiene la rotta. Un'impresa familiare che nel garage, anziché la Porsche, ha uno Schifano: posato a terra, perché non si è trovato ancora il posto idoneo per esporlo.
L'innesto delle giovani leve porta ossigeno, e la Bonotto Spa non solo non fatica a tenere la posizione ma rilancia di continuo: in provincia, oltre a Molvena, stabilimenti a Schio e Vicenza; all'estero sedi operative mediante joint-venture in Portogallo (Oporto) e Sudamerica (Montevideo, capitale dell'Uruguay), e prossimamente una base pure in Asia.
A differenza di altri che hanno scelto la delocalizzazione chiudendo le aziende in patria, l'apertura di Bonotto al mondo ha richiesto una strutturazione sempre maggiore della casa madre, quindi nuove professionalità e un incremento dell'organico.
Della Bonotto si è accorto anche il Premio Guggenheim “Impresa e cultura”: «Il tessuto come materiale industriale che si reinventa nell'arte; la cultura industriale come capacità di promuovere innovazione nella cultura e diffonderne i valori».
Più che una motivazione, una lode al merito.
torna indietro