Nella primaria Giovanni XXIII i venti insegnanti credono nella funzione sociale del loro lavoro e nel rinnovamento L’integrazione si impara a scuola Per i bambini la classe è luogo anche di crescita personale Giulietta
Poli non cela la soddisfazione, mentre racconta l’aneddoto (vero)
che le è capitato incontrando una sua ex alunna di origini
africane, ora studentessa modello in un liceo classico della
città. Di fronte ai complimenti per gli ottimi risultati
raggiunti anche in materie “ostiche” come il greco e il
latino, si è sentita dire dalla ragazzina:
«Continuerò a impegnarmi al meglio: altrimenti rimango
solo un’abbronzata». Basterebbe questo per rispondere
a uno dei quesiti che tante volte sono stati rivolti agli insegnanti
della Giovanni XXIII, scuola primaria alle spalle della chiesa di San
Pio X e poco distante da via Anelli, una zona famosa per la presenza di
immigrati: «Ma multietnicità ed eccellenza educativa
possono coesistere?». Venti educatori al dialogo tra diversità La
chiave la fornisce Maria Assunta Varotto nel libro La “scuola di
via Anelli”. Esperienze di integrazione all’ombra del muro,
scritto insieme alle colleghe Monica Galuppo, Giulietta Poli e Roberta
Scalone (nella foto in alto). «Offrire a tutti – afferma
l’insegnante – le stesse opportunità di raggiungere
un livello elevato di istruzione, adeguato alla nascente società
globalizzata e tecnologizzata, si traduce, nella pratica didattica, nel
progettare percorsi che, all’interno di un quadro normativo
definito, permettano a ogni allievo di trasformare, con le sue
caratteristiche uniche, il sapere offerto a tutti in conoscenze e
competenze personali». Ecco allora che questi venti
insegnanti di frontiera («Siamo solo dei professionisti che
credono nel loro lavoro e nella sua rilevante funzione sociale»
precisa Monica Galuppo), prendendo di petto e a cuore l’ambiente
in cui si sono trovati a operare («Due soltanto sono le cose: o
si accetta la realtà e la si vive, o non la si accetta, ci si
continua a porre domande destinate a non ottenere risposta e si rimane
fermi, senza fare nulla» continua Galuppo), hanno frequentato
corsi di facilitazione linguistica e rinforzo disciplinare, hanno letto
numerosi testi di antropologia e di avvicinamento alle altre culture, e
soprattutto si sono fatti forza e hanno lavorato insieme, proprio come
i loro alunni. «Un’educazione interculturale –
continuano le docenti nel loro volume – è qualcosa di
più ampio della conoscenza di stili di vita e tradizioni diverse
dalle proprie. Essa dovrebbe mirare al dialogo tra le diversità
attraverso percorsi che educhino alla consapevolezza critica rispetto
al gruppo di appartenenza ed esercitino la capacità di vivere in
contesti culturali mobili, aperti al nuovo che si affaccia». A scuola si vivono le fasi del fenomeno migratorio Le
quattro autrici del testo, con alle spalle dai nove ai quindici anni di
servizio in questa scuola, hanno visto crescere e cambiare il fenomeno
migratorio nel quartiere, hanno conosciuto le fasi difficili e famose
delle rivolte nel ghetto di via Anelli, e il dopo sgombero. «Nei
primi anni – spiega Roberta Scalone – ospitavamo
soprattutto bambini serbi, scappati con le loro famiglie dalle guerre
nei Balcani, e cinesi. Poi sono arrivati gli albanesi, i marocchini,
per ultimi i romeni. Un arrivo che dipende dai periodi:
c’è stato un momento in cui erano molti i cingalesi, poi
sono aumentati i nordafricani, quindi i romeni e i moldavi. In
realtà i bambini che abitavano nei palazzi di via Anelli sono
sempre stati poco numerosi nella scuola, perché la grande
maggioranza dei residenti nei palazzi era costituita da persone adulte
o ragazzi più grandi». La presenza di stranieri? Risorsa per rinnovarsi La
Giovanni XXIII è una scuola in cui lo standard è la
diversità e che conta due primati agli antipodi: una percentuale
molto alta di studenti veneti (11 per cento) e una, altrettanto alta,
di stranieri (40 per cento). Tra questi ultimi si è
però rallentato l’arrivo di alloglotti per motivi di
ricongiungimento familiare, per lo più si tratta di seconde
generazioni di immigrati. «Quasi tutti, dunque,
“masticano” già l’italiano – sottolinea
Giulietta Poli – Alcuni bambini scontano naturalmente delle
difficoltà, molto dipende dalla lunghezza del processo
migratorio della famiglia che, se breve, poco è volto
all’inserimento scolastico. Altrettanto, ma questo vale anche per
i bambini italiani, dipende da quanto i genitori tengono alla scuola:
per alcuni il successo scolastico dei figli diventa una sorta di
riscatto familiare, consapevoli che è una possibilità per
i bambini di avere poi successo nella vita». La presenza
di alunni stranieri, quindi, vista come risorsa per puntare al
rinnovamento della scuola, nodo strategico per la costruzione di una
nuova cittadinanza. Ma può causare un rallentamento per i
compagni di banco italiani? «Nella progettazione del lavoro in
classe – precisa Maria Assunta Varotto – è compito
degli insegnanti adeguare i percorsi per il raggiungimento degli
obiettivi descritti nella normativa alle caratteristiche del gruppo e
dei singoli. Sappiamo che questo modo di procedere non è sempre
facile, ma è possibile attuarlo con successo. Si cerca di
individualizzare i percorsi di apprendimento in modo che i più
capaci abbiano adeguati stimoli, senza deprimere i più deboli,
ma mantenendo alta per tutti la motivazione allo studio e alla
conoscenza». Visitare le classi dell’istituto
è un po’ come fare il giro del mondo. Risulta difficile
immaginare una classe formata tutta e soltanto da ragazzi stranieri.
«È metodologicamente e didatticamente sbagliato –
concludono coralmente le docenti – togliere il bambino che deve
imparare una lingua dal contesto in cui la lingua è parlata. Il
linguaggio dei bambini è unico ed essi parlano tra loro. Con
l’esperienza abbiamo capito che, inseriti nella classe, creano
subito delle relazioni, piano piano acquistano i loro spazi. Altro
è il lavoro di rafforzo delle competenze linguistiche: noi
abbiamo creato per questo l’aula accoglienza, dove una
facilitatrice linguistica, a volte con il supporto di mediatori
culturali, approfondisce l’insegnamento dell’italiano per i
ragazzi stranieri più in difficoltà. Ma è un
lavoro in più e diverso… Togliere dalla classe significa
togliere dalla vita». Lo scambio didattico aiuta l’esperienza Un
libro scritto per raccontare cosa si fa in questa scuola
“diversa”, per spiegare come si lavora al di là
degli stereotipi e dei pregiudizi. E poi per mettere alcuni puntini
sulle “i”, su cos’è la scuola in generale,
particolarmente in questo periodo di confusione. «Non
c’è solo ottimismo – sottolineano le autrici –
analizziamo anche i problemi per aiutare altri ad affrontarli
serenamente e consapevolmente. Speriamo che le scuole ci contattino,
che possa essere un caso di studio: vorremmo metterci in relazione con
esperienze, simili e differenti». Il libro si avvale dei
contributi delle quattro autrici, di approfondimento e analisi di
diverse problematiche e di un’appendice su alcune esperienze
didattiche. La “Scuola di via Anelli”. Esperienze di
integrazione all'ombra del muro, a cura di Roberta Scalone, Il Prato,
2008, pp. 157, euro 12,00
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