Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Cinzia Agostini

 

Nella primaria Giovanni XXIII i venti insegnanti credono nella funzione sociale del loro lavoro e nel rinnovamento

L’integrazione si impara a scuola

Per i bambini la classe è luogo anche di crescita personale

Giulietta Poli non cela la soddisfazione, mentre racconta l’aneddoto (vero) che le è capitato incontrando una sua ex alunna di origini africane, ora studentessa modello in un liceo classico della città. Di fronte ai complimenti per gli ottimi risultati raggiunti anche in materie “ostiche” come il greco e il latino, si è sentita dire dalla ragazzina: «Continuerò a impegnarmi al meglio: altrimenti rimango solo un’abbronzata».

Basterebbe questo per rispondere a uno dei quesiti che tante volte sono stati rivolti agli insegnanti della Giovanni XXIII, scuola primaria alle spalle della chiesa di San Pio X e poco distante da via Anelli, una zona famosa per la presenza di immigrati: «Ma multietnicità ed eccellenza educativa possono coesistere?».

Venti educatori al dialogo tra diversità

La chiave la fornisce Maria Assunta Varotto nel libro La “scuola di via Anelli”. Esperienze di integrazione all’ombra del muro, scritto insieme alle colleghe Monica Galuppo, Giulietta Poli e Roberta Scalone (nella foto in alto). «Offrire a tutti – afferma l’insegnante – le stesse opportunità di raggiungere un livello elevato di istruzione, adeguato alla nascente società globalizzata e tecnologizzata, si traduce, nella pratica didattica, nel progettare percorsi che, all’interno di un quadro normativo definito, permettano a ogni allievo di trasformare, con le sue caratteristiche uniche, il sapere offerto a tutti in conoscenze e competenze personali».

Ecco allora che questi venti insegnanti di frontiera («Siamo solo dei professionisti che credono nel loro lavoro e nella sua rilevante funzione sociale» precisa Monica Galuppo), prendendo di petto e a cuore l’ambiente in cui si sono trovati a operare («Due soltanto sono le cose: o si accetta la realtà e la si vive, o non la si accetta, ci si continua a porre domande destinate a non ottenere risposta e si rimane fermi, senza fare nulla» continua Galuppo), hanno frequentato corsi di facilitazione linguistica e rinforzo disciplinare, hanno letto numerosi testi di antropologia e di avvicinamento alle altre culture, e soprattutto si sono fatti forza e hanno lavorato insieme, proprio come i loro alunni. «Un’educazione interculturale – continuano le docenti nel loro volume – è qualcosa di più ampio della conoscenza di stili di vita e tradizioni diverse dalle proprie. Essa dovrebbe mirare al dialogo tra le diversità attraverso percorsi che educhino alla consapevolezza critica rispetto al gruppo di appartenenza ed esercitino la capacità di vivere in contesti culturali mobili, aperti al nuovo che si affaccia».

A scuola si vivono le fasi del fenomeno migratorio

Le quattro autrici del testo, con alle spalle dai nove ai quindici anni di servizio in questa scuola, hanno visto crescere e cambiare il fenomeno migratorio nel quartiere, hanno conosciuto le fasi difficili e famose delle rivolte nel ghetto di via Anelli, e il dopo sgombero. «Nei primi anni – spiega Roberta Scalone – ospitavamo soprattutto bambini serbi, scappati con le loro famiglie dalle guerre nei Balcani, e cinesi. Poi sono arrivati gli albanesi, i marocchini, per ultimi i romeni. Un arrivo che dipende dai periodi: c’è stato un momento in cui erano molti i cingalesi, poi sono aumentati i nordafricani, quindi i romeni e i moldavi. In realtà i bambini che abitavano nei palazzi di via Anelli sono sempre stati poco numerosi nella scuola, perché la grande maggioranza dei residenti nei palazzi era costituita da persone adulte o ragazzi più grandi».

La presenza di stranieri? Risorsa per rinnovarsi

La Giovanni XXIII è una scuola in cui lo standard è la diversità e che conta due primati agli antipodi: una percentuale molto alta di studenti veneti (11 per cento) e una, altrettanto alta, di stranieri (40 per cento).

Tra questi ultimi si è però rallentato l’arrivo di alloglotti per motivi di ricongiungimento familiare, per lo più si tratta di seconde generazioni di immigrati. «Quasi tutti, dunque, “masticano” già l’italiano – sottolinea Giulietta Poli – Alcuni bambini scontano naturalmente delle difficoltà, molto dipende dalla lunghezza del processo migratorio della famiglia che, se breve, poco è volto all’inserimento scolastico. Altrettanto, ma questo vale anche per i bambini italiani, dipende da quanto i genitori tengono alla scuola: per alcuni il successo scolastico dei figli diventa una sorta di riscatto familiare, consapevoli che è una possibilità per i bambini di avere poi successo nella vita».

La presenza di alunni stranieri, quindi, vista come risorsa per puntare al rinnovamento della scuola, nodo strategico per la costruzione di una nuova cittadinanza. Ma può causare un rallentamento per i compagni di banco italiani? «Nella progettazione del lavoro in classe – precisa Maria Assunta Varotto – è compito degli insegnanti adeguare i percorsi per il raggiungimento degli obiettivi descritti nella normativa alle caratteristiche del gruppo e dei singoli. Sappiamo che questo modo di procedere non è sempre facile, ma è possibile attuarlo con successo. Si cerca di individualizzare i percorsi di apprendimento in modo che i più capaci abbiano adeguati stimoli, senza deprimere i più deboli, ma mantenendo alta per tutti la motivazione allo studio e alla conoscenza».

Visitare le classi dell’istituto è un po’ come fare il giro del mondo. Risulta difficile immaginare una classe formata tutta e soltanto da ragazzi stranieri. «È metodologicamente e didatticamente sbagliato – concludono coralmente le docenti – togliere il bambino che deve imparare una lingua dal contesto in cui la lingua è parlata.

Il linguaggio dei bambini è unico ed essi parlano tra loro. Con l’esperienza abbiamo capito che, inseriti nella classe, creano subito delle relazioni, piano piano acquistano i loro spazi. Altro è il lavoro di rafforzo delle competenze linguistiche: noi abbiamo creato per questo l’aula accoglienza, dove una facilitatrice linguistica, a volte con il supporto di mediatori culturali, approfondisce l’insegnamento dell’italiano per i ragazzi stranieri più in difficoltà. Ma è un lavoro in più e diverso… Togliere dalla classe significa togliere dalla vita».

Lo scambio didattico  aiuta l’esperienza

Un libro scritto per raccontare cosa si fa in questa scuola “diversa”, per spiegare come si lavora al di là degli stereotipi e dei pregiudizi. E poi per mettere alcuni puntini sulle “i”, su cos’è la scuola in generale, particolarmente in questo periodo di confusione.

«Non c’è solo ottimismo – sottolineano le autrici – analizziamo anche i problemi per aiutare altri ad affrontarli serenamente e consapevolmente. Speriamo che le scuole ci contattino, che possa essere un caso di studio: vorremmo metterci in relazione con esperienze, simili e differenti».

Il libro si avvale dei contributi delle quattro autrici, di approfondimento e analisi di diverse problematiche e di un’appendice su alcune esperienze didattiche.

La “Scuola di via Anelli”. Esperienze di integrazione all'ombra del muro, a cura di Roberta Scalone, Il Prato, 2008, pp. 157, euro 12,00

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