"Libera" La mafia si vince Liberare.
Liberarsi. Libertà. Parole dette e ridette, in tutte le salse.
Spesso abusate, svuotate di significato e di valore. Parole di cui
riempirsi la bocca per impedire nel frattempo alla mente di pensare, al
cuore di desiderare. Perché
se alla libertà si lascia la sua dignità, se alla
libertà si appiccicano due ali di coraggio e di ardimento, beh,
allora anche se vola pesa. Diventa così pesante che schiaccia,
se non ci stai attento. In ogni caso non puoi restare indifferente. C’è
un gruppo che si chiama “Libera”: è un aggettivo che
connota senza lasciare spazio a compromessi, ed è al contempo
un’esortazione, un monito. “Libera. Associazioni, nomi e
numeri contro le mafie” (questo è il nome per esteso)
è nata il 25 marzo 1995 per sollecitare la società civile
alla lotta contro le mafie e promuovere legalità e giustizia.
Mica ce n’è solo una, di mafia. Attualmente Libera
è un coordinamento di oltre 1.500 associazioni, gruppi, scuole,
realtà di base, impegnate sul territorio per costruire sinergie
politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura
della giustizia. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati
alle mafie, l’educazione alla legalità democratica,
l’impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia,
i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura:
ecco, questi sono alcuni percorsi di lavoro di Libera, che è
stata riconosciuta come associazione di promozione sociale dal
Ministero della Solidarietà Sociale. Nel 2008 è stata
inserita dall’Eurispes tra le eccellenze italiane. Per informazioni www.libera.it.
L’intervista a don Luigi Tellatin LA SPERANZA NON MUORE Don
Luigi Tellatin è il coordinatore regionale per il Veneto di
Libera. L’abbiamo incontrato nella canonica della sua parrocchia,
a Facca, appena fuori Cittadella, “facendoci strada” tra
pile di libri ammonticchiati ovunque, dalle mensole al pavimento. Amico
da sempre di don Luigi Ciotti, leader di Libera, che viene a fargli
visita ogni anno il mercoledì santo. Conosce bene Rita
Borsellino, Giancarlo Caselli, Raffaele Cantone, e molti tra coloro che
si oppongono alla mafia. «Vorrei
che non si usasse più la parola “opporsi”, quando si
parla di mafia. La mafia si deve vincere». Ma si può vincere la mafia? «Sì.
Se si rompono i suoi legami con la politica e l’economia, facendo
crescere tra la gente la cultura dei diritti e dei doveri, in
contrapposizione a quella del privilegio e
dell’omertà». Perché è nata Libera? «Per
due motivi principali. In primo luogo, riflettendo sul tema della
droga. Dopo Falcone e Borsellino le mafie (tra le quali la
‘ndrangheta è la più terribile, anche perché
è la più diffusa all’estero) si erano buttate
accanitamente sul commercio della droga. L’intervento non va
demandato solo alle Forze di Polizia: non è una questione di
guardie e ladri. Le mafie si combattono con la convergenza, con
l’impegno della società in tutte le sue sfaccettature, in
special modo la scuola. Ci vuole un cambiamento sostanziale: da
società civile a società corresponsabile». «Secondo.
L’Italia è un Paese che dimentica in fretta. Anche la
tensione emotiva su Falcone e Borsellino si è smorzata presto,
nella sua efficacia di sprone. Libera vuole mantenere viva la memoria,
per difendere le vittime della mafia. Quelle morte ma anche quelle
vive. Falcone diceva che si muore quando si è soli». «Una
delle prime azioni è stata la raccolta di firme per la confisca
dei beni mafiosi. Ne abbiamo messe insieme un milione e le abbiamo
portate all’allora presidente della Camera Irene Pivetti. Ne
è nata (riprendendo la legge Rognoni-La Torre dell’82) la
legge 109 del ’96: stabilisce che il maltolto sia riassegnato
alla società civile. Da qui sono partiti i progetti di Libera
Terra, un’estensione di Libera: gestisce quattro cinque
cooperative che operano proprio sulle terre portate via alla mafia.
Ogni anno migliaia di ragazzi da ogni parte del mondo chiedono di
venire a lavorare per le cooperative di Libera: solo nel 2008 abbiamo
ricevuto 5.000 richieste».«Adesso stiamo agendo
affinché sia fatta una revisione della legge per accelerare i
tempi tra il sequestro e l’assegnazione e perché siano
quantificabili anche i beni mobili delle mafie». «Alla
mafia interessano primo il potere, secondo il denaro. Colpirle sui beni
è la strada per ridurle all’impotenza. Le mafie Spano
hanno un bilancio dai 130 ai 150 miliardi di euro annui: praticamente
l’8/10% del Pil». Perché è forte la mafia? «Perché
nelle Regioni cardine la mafia dà come privilegio ciò che
lo Stato dovrebbe dare come diritto. Perché oggi le mafie si
dividono le competenze e il lavoro: si sono specializzate. Controllano
mercati come quelli dei videopoker, del doping utilizzato ampiamente
nelle nostre palestre, della prostituzione e della tratta. L’83%
dei clandestini arrivati in Italia come regolari turisti viene gestito
dai meccanismi delle agenzie della tratta. La mafia è oggi
l’azienda che ha più liquidità: con la molla
economica riesce a entrare nel tessuto buono dell’economia». Cosa non abbiamo ancora capito? «Che
il potere della mafia, come ho già detto, innesca una questione
prima di tutto culturale ed educativa. Se si crea e si coltiva un
terreno di rispetto della dignità umana, lì la mafia non
attecchisce». «E
non abbiamo ancora capito che la mafia non è un problema del
Sud, ma dell’Italia. Entra in alcune Regioni del Nord con il
riciclaggio, l’usura, i saccheggi ambientali, gli investimenti.
Nel Veneto, per esempio, ha due modi di distruggere le aziende: creando
il vuoto attorno o insinuandosi all’interno, annientandole da
dentro. Aziende sane diventano luoghi di riciclo». «Le
banche dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza, a questo
proposito: tanta colpa dell’usura è dei loro tassi
esagerati». «Per
fortuna qui tiene ancora il tessuto sociale, ma mostriamo subito il
fianco sul terreno della prostituzione, della droga, del doping, delle
dipendenze dal gioco, del lavoro nero, coi sistemi del caporalato, di
appalti e subappalti. Gli ultimi rapporti di Legambiente collocano il
Veneto tra i primi posti per abusi contro l’ambiente. I dati del
CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro,
evidenziano che l’usura, in Veneto, è un fenomeno
importante». Cosa ne pensa di Roberto Saviano? La mafia ha paura dei libri? «Conosco
bene Roberto, sono stato uno dei primi a portarlo qui al Nord. Lui
quelle cose le diceva da anni. Il problema si pone quando un libro va
in mano a milioni di persone. Adesso Roberto ha risolto la sua vita
sotto il profilo economico. Solo che non può viverla».
«Non è accettabile che ci sia gente che deve vivere sotto
scorta, magari da venti trent’anni, per poter fare il suo
lavoro». Che cosa ha fatto nascere in lei questo carisma? «La
volontà di vivere seriamente il vangelo. Cristo, uno che ne
sapeva qualcosa, ci ha dato ben due beatitudini sulla giustizia. La
giustizia e la pace sono il sogno di ogni credente. E nel momento in
cui tu, in prima persona, ti “sporchi” le mani, da credente
diventi credibile». Un augurio di Natale. «Continuare
a piantare alberi e a costruire altalene. La speranza che non muore
vince la morte attraversando pienamente l’umanità».
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