Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Cristina Bellemo

 

L'isola delle bolle

Il diritto di sorridere

«Perché sei un essere speciale e io avrò cura di te»

(La cura, Franco Battiato)

Sono stata in viaggio, all’isola delle bolle.

Non è mica un luogo esotico, dove andare in vacanza.

All’isola delle bolle si gioca alle sardine volanti, e chi riesce a far cadere per ultima la sua vince. All’isola delle bolle ci si può spaparanzare su una poltrona di bottiglie di plastica. Dall’isola delle bolle si spediscono cartoline che hanno disegnati baci e sorrisi faticosi, e nostalgie di casa. All’isola delle bolle per fortuna c’è Tina, la civetta mattutina, che vigila sulle notti e la mattina va a dormire.

L’isola delle bolle è un posto speciale, dove il dolore ha il diritto di abitare accanto a una speranza talvolta difficile, dove la vita è fortissima forse proprio perché costretta ogni istante a guardare in faccia la sua fragilità.

Sono stata in viaggio, all’isola delle bolle. Ci sono entrata in punta di piedi, perché l’isola delle bolle è dentro all’ospedale di Bassano del Grappa, nel reparto di pediatria.

La porta me l’ha spalancata Cristina Regondi, che dell’isola è la custode da tredici anni: era il 2 maggio del 1997 quando l’impegno di portare il Gioco in ospedale fu affidato all’associazione Pungilaluna (oggi presieduta proprio da Cristina), con un progetto pilota finanziato dalla Regione, della durata di sei mesi. Passati i quali, l’Azienda sanitaria decise che, sì, l’isola delle bolle doveva continuare a esistere.

«Il gioco è uno strumento fondamentale nel processo di guarigione, perchè è elemento di normalità e i bambini hanno bisogno di recuperare anche in ospedale una dimensione quotidiana, consueta» dice Cristina.

Oggi Cristina ha un’esperienza così larga e preziosa che spesso le viene chiesto di metterla a disposizione in attività di formazione, curate da lei stessa, in giro per l’Italia.

Non è mica facile, giocare in ospedale. Non è mica una cosa che si possa improvvisare. Le prime volte che ti trovi davanti la disperazione, ti pare di non avere la forza di passare oltre, riuscendo a rielaborarla e a farne “tesoro”. Ma nelle isole, si sa, per chi ci crede, i tesori si possono trovare.

«Il ricovero di un bambino in pediatria è in realtà un ricovero familiare» spiega Cristina, «per questo il nostro spazio e le nostre attività sono aperte e offerte non solo ai piccoli ricoverati, ma anche ai loro genitori, ai fratelli che magari si fermano soltanto per qualche mezz’ora, ai parenti, agli amici. Anche loro, all’isola delle bolle, possono ritrovare spazi per sorridere».

È importante sapere che non si è soli, lungo certe strade, ripide e sconnesse. E che anche un genitore ha il diritto di divertirsi.

La giornata si apre sempre con una riunione, che coinvolge il personale di reparto (medici, caposala, infermieri) e che è preziosa perché ciascuno sia aggiornato sulla situazione di ogni bambino e si possa così garantire interventi il più possibile vicini alle esigenze e dunque efficaci.

«Questo mi consente poi di proporre a ciascun piccolo paziente le attività più adatte a lui: c’è chi non può uscire dalla sua stanza, c’è chi resta in ospedale solo per un breve tempo, c’è chi preferisce un certo tipo di giochi ad un altro, c’è chi vuole giocare con la mamma vicino, c’è chi ha voglia di incontrare gli altri bambini e chi preferisce stare solo: ciascun bisogno va rispettato».

Fondamentale è il momento iniziale dell’accoglienza, che deve essere discreta e non invadente. Bisogna avere quella sapienza umana che consente di trovare la chiave giusta per entrare in sintonia, senza forzature né esagerazioni, e di questa sapienza Cristina s’è fatta un bel bagaglio. «Dobbiamo considerare che colui che abbiamo davanti è un bambino che si sente meno abile sotto il profilo fisico e psicologico. Essenziali sono i piccoli gesti di accompagnamento, quei segni minimi e apparentemente insignificanti, in realtà carichi di significato perché in certi casi potrebbero essere gli ultimi…».

Si possono fare e vivere tante cose, tra quelle pareti variopinte, tra gli scaffali pieni di giochi e di materiali, si possono fare e vivere tante cose anche se si deve rimanere nel proprio letto: giochi non strutturati che il bambino può organizzarsi da solo, tenendo comunque sempre presenti alcune regole di rispetto e di convivenza (non si perde di vista così il risvolto educativo); laboratori, giochi in scatola e da tavolo, puzzle, disegni, cartoline, segnalibri. È curioso telefonare a casa e dire: sto giocando a frisbee in ospedale! E poi tanti, tantissimi libri, selezionati da Cristina con estrema accuratezza: «I libri sono le mie bacchette magiche, sono ponti, sono spazi di libertà in cui il bambino può decidere come impostare la relazione, con me e con l’ambiente dell’ospedale». Ai libri Cristina presta ogni giorno la sua voce.

I bambini (utilizzando peraltro in gran parte materiali di riciclo) si costruiscono giochi e oggetti che poi si portano a casa, e questo è molto importante: l’oggetto assume un valore simbolico e significa non conservare rispetto al ricovero sentimenti negativi o di rifiuto, ma il ricordo prezioso di un’esperienza importante di crescita e di coraggio. Cristina ha disegnato appositamente schede di istruzioni da portare via con sé, una volta dimessi, perché è proficuo poter riprodurre autonomamente quei giochi che hanno assunto significati così profondi.

«Dopo anni mi vengono a trovare ex pazienti del reparto, oggi diventati uomini con la barba, e mi raccontano che custodiscono ancora quegli oggetti sulla scrivania dell’ufficio».

Ma all’isola delle bolle si costruiscono giochi e si fanno disegni e cartelloni anche per altri reparti che ne abbiano necessità, ed è gratificante per bambini che si sentono limitati nelle loro normali funzioni poter fare loro stessi qualcosa per gli altri.

«Mi ritengo una persona molto fortunata» sono le parole di Cristina, e sono parole piene di “storie”, «perché quello che ho ricevuto e ricevo ogni giorno da questi bambini, così coraggiosi nella loro sorprendente consapevolezza, è mille volte più di ciò che do».

I momenti da ricordare non si possono contare. Come quella volta che un bambino, tornato a casa dall’ospedale, si mise in terrazza, in maglietta a mezze maniche, col freddo e la pioggia, perché voleva… ammalarsi di nuovo. O un bimbo di quattro anni che, dopo la permanenza in ospedale, aveva tassativamente deciso che avrebbe sposato Cristina. «Queste cose mi danno la misura di come il ricovero sia stato metabolizzato e rielaborato in positivo, divenendo ricchezza personale e strumento, e di come le relazioni siano state intime e forti, anche se mai esclusive. Con ciascuno di questi pazienti e con le loro famiglie io compio un pezzo di strada. E quando è il momento di andare a casa, è importante per me far sapere loro che sono felice di averli conosciuti».

«Sai, Cristina, ne ho girati tanti di ospedali, ma questo è sempre il più bello» diceva una bambina malata di cancro, ogni volta che tornava a Bassano.

E dopo anni qualcuno continua a capitare lì, regala dei giochi, conserva intatta quella gratitudine speciale che nasce dall’aver condiviso percorsi emotivamente così intensi. Arrivano lettere e messaggi di ringraziamento, moltissimi, e qualcuno che è passato per il reparto come malato, una volta cresciuto, vi ritorna addirittura come volontario. Sono quelle combinazioni speciali tra le diversità delle persone.

«È necessario dare dignità al dolore e alla fatica di ciascuno e, quanto a dignità, per i bambini non esistono malattie più o meno gravi di altre».

Come fa una persona a far fronte a tutto ciò? «È una domanda a cui non so rispondere. Devo compiere un lavoro costante su di me rispetto alla malattia, alla sofferenza, alla morte. Il primo caso di morte di un bambino mi provocò un impatto fortissimo, che mi travolse. Mi sentii inadeguata. Ma ho capito che portare i miei carichi di dolore nel quotidiano dei bimbi non serve a nulla, anzi. In questi casi, la preparazione professionale fa la differenza. E la formazione costante è un pozzo da cui deve sgorgare sempre acqua fresca». «Credo che siano proprio le piccole conquiste raggiunte con i bambini e i genitori a darmi la forza necessaria. Sono il tesoro della mia isola: un tesoro di umanità».

UN LAVORO DI SQUADRA

Stare sul territorio

Il primario della struttura complessa di pediatria dell’ospedale di Bassano, dott. Maurizio Demi, parla con soddisfazione della sua squadra: c’è grande condivisione dello spirito di servizio, dello stile di lavoro, degli obiettivi. «Questo ci garantisce di far fronte alle esigenze di una popolazione che arriva quasi a trentamila bambini». Decisivo è il rapporto di integrazione con il territorio, col quale lo scambio e la collaborazione sono sempre aperti, nella prospettiva di un’assistenza “globale” del bambino. In questo senso, preziosa è la sinergia con i pediatri di base, che hanno libero accesso all’ospedale e il cui contributo è prezioso dal momento che conoscono il bambino al di là del problema contingente.

E a proposito di sintonia col territorio, molti sono i volontari che si mettono a disposizione nell’isola delle bolle, molti coloro che si avvicinano per conoscere questa realtà. Cristina lavora con i ragazzi delle scuole superiori, con i gruppi di scout, con le persone che hanno frequentato i corsi dell’associazione Pungilaluna. È richiesta un’età minima di 17 anni: il volontario si affiancherà a Cristina per capire le sue attitudini. «Sono molto contenta delle ragazze che mi danno una mano».

Il servizio è attivo dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 18.30. Il reparto è stato comunque arredato con cura, in modo che il bambino possa sentirsi il più possibile a suo agio anche quando Cristina ha concluso il suo orario: il clima creato permane anche se non c’è l’operatore, e in questo sono fondamentali il sostegno e il contributo di tutto il personale del reparto. L’attività dell’isola delle bolle consente anche altri servizi. Le famiglie dei bambini diabetici, per esempio, possono partecipare a incontri informativi in ospedale con la tranquillità che i loro bambini saranno accuditi da Cristina. E la sua presenza costante da tredici anni garantisce quella continuità che è essenziale, per un bambino che per problemi di salute frequenta abitualmente l’ospedale, poiché gli dà un senso di sicurezza e di fiducia.

L’isola delle bolle è un fiore all’occhiello dell’ospedale di Bassano del Grappa. Ci spiega Cristina che l’attività di gioco in ospedale, anche in molti grandi ospedali pediatrici sul territorio nazionale, è spesso affidata a volontari, poiché non vi sono operatori dedicati e stipendiati per questo. «Ma il volontariato deve essere un valore aggiunto, non può sostituire un servizio che, alla luce della mia esperienza, ritengo necessario. La struttura sanitaria deve saper occuparsi della persona nella sua interezza».

E a un bambino, per essere intero, serve giocare.

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