Laguna blu
Insieme ad un moderno Caronte,
col sorriso sulle labbra, in viaggio verso l’‘Isola
della Morte’ di Venezia.
Percorrendo
le sale del Metropolitan Museum of Art di New York ci si può
imbattere nella più celebre e simbolica rappresentazione di un
mestiere che è collegato alle più recondite paure
dell’uomo. L’opera, del visionario artista svizzero Arnold
Böcklin, è intrisa di un drammatico silenzio: un vogatore
spinge verso un’isola rocciosa, attraversando delle acque nere e
dense come fosse pece, un esile battello, alla cui prua spunta una
figura candida. Questo vogatore rappresenta il mestiere di Marco
Busetto: trasportare le persone decedute, con mezzi più moderni,
sino all’“Isola della Morte” di Venezia, ovvero sino
al cimitero dell’isola di San Michele.
Un
lavoro, al servizio della società veneziana Ivep, al quale
è arrivato quasi per caso, ma che comporta una predisposizione
per superare veri e propri traumi, anche emotivi. “Quando sono
stato assunto non mi sono fatto illusioni perché questo non
è un mestiere adatto a tutti: per chi si rende conto che non ce
la fa, è meglio lasciarlo subito”. Le tumefazioni, i corpi
degli annegati, possono inibire al di là di ogni senso del
dovere: superarli, senza perdere la capacità di sorridere,
è l’evidenza di una innata professionalità.
“Ero alla ricerca di una vita più regolare, dopo esser
stato per anni, di giorno e di notte, a bordo dei pescherecci di
Pellestrina: un lavoro faticoso per il quale mi è rimasta, ad
anni di distanza, una grande passione”.
Oggi
la routine e l’abitudine sono in grado di soverchiare ogni
turbamento. Le chiamate si susseguono durante il giorno, così
come gli itinerari attraverso la laguna: entrare sottovoce negli
appartamenti, nelle camere mortuarie degli ospedali, nelle tante chiese
della città, sino all’ultima meta: il camposanto.
A
Venezia le imbarcazioni del trasporto funebre, così come le
divise degli operatori, sono contraddistinte da un colore blu, denso,
diverso dal nero o dalle grevi tonalità di grigio che
caratterizzano il servizio nelle altre località; sembra quasi
anch’esso un modo, in questa città così
scaramantica, per esorcizzare i timori e verniciare di normalità
quello che altrove è oscuro ed ignoto.
Partecipare
ai riti legati alla morte consente inoltre, a Venezia, un incontro
ravvicinato con le abitudini e i costumi delle diverse comunità
religiose che da secoli popolano la città, come quella ortodossa
o gli ebrei dell’antico Ghetto. Come spiega Marco, “il
funerale ebraico è profondamente diverso da quello cattolico,
non solo per l’accurata preparazione della salma e perché
la cerimonia dura pochi minuti, ma anche per l’apparente distacco
con cui l’evento viene vissuto”.
Un
velo di tristezza emerge ancora, rivela Marco, quando è
costretto a lavorare in fretta, quasi di nascosto, quasi ci si dovesse
vergognare di qualcosa, per prelevare il corpo dell’ospite di un
albergo inaspettatamente spirato, o la salma di un viaggiatore colto da
un improvviso malore durante una festosa crociera di passaggio al porto
di Venezia. “Albergatori e agenzie cercano sempre di nascondere
la morte agli occhi dei turisti, per non correre il rischio di rovinare
– sottolinea Marco – il loro soggiorno da favola a
Venezia”.
Marco
abita su di un’altra isola, Murano, conosciuta per i colori
gioiosi degli oggetti in vetro che vi vengono prodotti; nel tragitto
per raggiungere il posto di lavoro deve affiancare e superare,
beffardamente, l’Isola di San Michele. Per chi vi giunge durante
certe giornate autunnali, nelle quali la città intera è
immersa nella foschia, le sue mura in pietra e i suoi cipressi
rimandano al quadro di Böcklin. Lo scenario è suggestivo ma
non trasuda la medesima oscura atmosfera onirica per chi valica ogni
giorno queste acque di pece.