L'ultima passeggiata del Sergente
L'anniversario.
Un anno fa moriva nella sua Asiago lo scrittore Mario Rigoni Stern.
Nell'autunno del 2007 aveva dato il suo addio al bosco dove aveva
ambientato tanti dei suoi racconti.
Una
passeggiata che diventa congedo silenzioso. Nessun testimone, nessuna
compagnia. Soltanto lui e l'Altipiano. Così, uno degli ultimi
giorni dell'autunno 2007, Mario Rigoni Stern aveva deciso di salutare
il bosco per eccellenza. Quello del Kaberlaba, una mezzora a piedi dal
centro di Asiago. Qui - dove ancora si vedono lepri, caprioli, galli
forcelli e se sei fortunato anche il “re” cedrone - erano
ambientati tanti dei suoi racconti. Abitava già nel suo corpo
quel male che giusto un anno fa, lunedì 16 giugno 2008, lo ha
ucciso. Alvise Basso, che sul Kaberlaba lavora nell'albergo di
famiglia, tiene caro quel ricordo: «Era stato qui con un gruppo
di persone nella primavera del 2007 - racconta -. Ci spiegò che
si trattava di un sopralluogo per sistemare alcune targhe con citazioni
dai suoi libri più famosi». È il percorso I luoghi
della memoria e dell'ispirazione nella letteratura di Mario Rigoni
Stern voluto dalla Regione del Veneto nel 2006 per celebrare i suoi 85
anni: un itinerario naturalistico e letterario guidato dai suoi
scritti. «Nell'autunno di quell'anno - continua Basso - è
ritornato. Ha osservato le targhe e poi, senza dire una parola, si
è addentrato nel bosco, dove ha camminato a lungo».
Un'intimità cercata per tutta la vita, e voluta con più
forza proprio quando l'esistenza si stava avvicinando al tramonto.
Ancora una volta, confondere le proprie tracce con quelle del lepre,
forse anche immedesimarsi ancora una volta - come ai tempi della
Ritirata di Russia - con il capriolo inseguito da uno dei bracconieri
rimasti sotto quei cieli carichi di pioggia e di azzurro. Ma tra i
ricordi legati a Mario Rigoni Stern, Alvise Basso ne conserva anche di
più sereni. Suo suocero, Giacomo “Barba” Mosele
(«Ma non è lui quello delle Stagioni di Giacomo»,
precisa), era uno degli amici storici dello scrittore. E proprio ai
cani da caccia della famiglia Mosele, Alba e Franco, è dedicato
uno dei racconti che compongono Il bosco degli urogalli, il volume che
nel 1962 confermò che Il sergente della neve non sarebbe rimasto
l'unica testimonianza della sua grandezza. «Mario veniva
quassù a trovare il Barba - ricorda Basso - quattro, cinque
volte l'anno. Erano amici dai tempi della scuola, quel genere di
amicizie che non hanno bisogno di troppe parole». Qualche
battuta, il ricordo d'un viso o di un fatto, l'immancabile immersione
nel bosco verde di primavera o immacolato di gennaio. Ora sulla sua
tomba nel cimitero di Asiago - ancora provvisoria, una croce e un nome
- si accumulano sassi, biglietti, fiori. Piccoli segni
d'immortalità.