I giornali per le truppe durante la Grande Guerra: i neologismi di trincea
Durante
la Grande Guerra i giornali di trincea rivestirono particolare
importanza per i soldati. Con il loro linguaggio spesso canzonatorio,
accompagnati da molte illustrazioni e vignette, essi supplivano nelle
lunghe attese in trincea al bisogno di dialogo col mondo civile,
all’interesse per l’informazione e al desiderio di
sdrammatizzare i disagi vissuti quotidianamente: il comune fante si
riconosceva così nelle pungenti caricature, nelle argute
sentenze, perfino nelle mordaci battute e nei proverbiali aneddoti.
E’ un patrimonio ricchissimo che offre uno spaccato interessante
dei cambiamenti della società e della mentalità
dell’epoca.
I
fogli più diffusi e letti tra le truppe italiane traevano i loro
titoli da varie fantasie ispiratrici: se alcuni si ricollegavano ai
luoghi di combattimento (“Il Grappa”,
“L’Astico”, “Il montello”), altri
riproponevano massicciamente simboli virili e militari (“Il
grigio verde”, “Il respiratore”, “La
giberna”, “La giberna dei lettori”, “La
baionetta”, “La bomba a penna”, “La
trincea”, “La potenza”, “La tradotta”),
veementi esortazioni e pronte aderenze alla causa (“Sempre
avanti”, “Signor Sì”) o un piglio
cronachistico e caricaturista (“Gli avvenimenti”, “Il
lapis”, “San Marco”, “La notizia al
fante”, “L’eco caricaturista”, “La
ghirba”, addirittura “La cornata”).
Si
tratta di giornali e ciclostilati dai nomi più o meno
altisonanti e dalle alterne vicende (alcuni uscirono per poco tempo,
altri durarono fino al 1919: erano pubblicazioni giocoforza irregolari,
date le difficoltà del periodo). Le loro tipografie si trovavano
prevalentemente vicine alle zone di guerra (anche
“L’Astico” e “Signor Sì” si
stamparono a Piovene e Vicenza) e gli argomenti trattati non erano
necessariamente superficiali o banali: spaziavano dalla mera propaganda
alle campagne contro l’alcool, dai concorsi d’inventiva tra
combattenti all’umorismo graffiante e ai giochi di svago.
Frequenti
erano anche i neologismi: i fogli di trincea si rivelarono infatti
un’autentica miniera di nuovi vocaboli e forme espressive. Molti
termini e perifrasi, oggi utilizzati abitualmente, nacquero e si
diffusero proprio a quel tempo. Ad esempio, “asso”
(“campione in qualche specialità”) era riferito
specialmente a chi “atterrava” molti aeroplani.
Con
“capocchia” si indicava la testa. Allo stesso modo, fare
una cosa “a capocchia” voleva dire farla senza testa.
“Cappello”, spiegava “L’Astico”,
tra i fogli più letti dai combattenti sulle montagne vicentine,
era “il risentimento prodotto da una lesione alla vanità,
all’ambizione, alla presunzione. Regola militare: chi prende
cappello, paga da bere ai compagni. Quando il risentimento è
molto forte si chiama “prender cilindro”.“Tagliare la
corda”: esattamente come s’intende oggi, significava
scappare. “Fesseria” indicava una minchioneria commessa da
un militare, per cui “fesso” inevitabilmente era il
minchione. “Far fesso qualcuno” significava dunque
imbrogliarlo: “Far fesso il superiore è l’ideale del
cattivo inferiore che finisce col far del male anche a sé stesso
perché l’onestà è la furberia più
sicura”.“Grana” equivaleva a mancanza,
irregolarità, cosa non liscia, una contravvenzione al
regolamento. “Quando il superiore si accorge
dell’irregolarità e ne chiede conto, “pianta la
grana”. Se non ne lascia mai passar una si chiama
“piantagrane”. Per “scoppia la grana” si soleva
intendere quando qualcuno sta per piantarla. Con “passare”
ci si riferiva al trasferimento d’una cosa rubata. Gli artiglieri
dicevano: “è passata in artiglieria”, mentre tra i
fanti era più comune: “è passata in
fanteria”. “Scassato”, termine giunto, per
così dire, “intatto” fino ai nostri giorni,
significava guasto, rotto (“s’è scassato una
gamba”). Così “moka”, il caffè
dei soldati (frase tipica anche sul fronte vicentino: “Non
è ancora venuto su il moka”). Con “pignolo” la
truppa indicava il superiore pedante che si perde in minuzie, mentre
con “ciclamino” veniva bollato l’imboscato “nel
più profondo del bosco”. Esistevano pure neologismi
esilaranti, tra cui “culiferica”: “sulla neve o
sull’erba bagnata” era “il mezzo più rapido
per andar giù”. Bastava infatti “sedersi, e in pochi
minuti si arriva a destinazione. Ma…salutami i
pantaloni!”. Davvero, altri tempi.