La dolcezza che scosse il mondo
24-26 Settembre 2008: In occasione delle giornate dedicate ad Albino Luciani, a 30 anni dal Pontificato di Giovanni Paolo I
Lo stile originale di comunicazione di Albino Luciani
Tra
le ragioni della grande attenzione riservata
verso la figura di Albino Luciani
c’è l’esclusivo, e a suo modo rivoluzionario,
sistema di comunicazione e trasmissione dei messaggi evangelici. La sua
voce flebile, quel fraseggiare confidenziale e tipicamente popolano, se
a prima vista potevano apparire proprie d’una figura fragile e
trasparente, appartenevano invece a un uomo di fede dalla
personalità articolata e tenace, impregnata di profonda cultura,
animata da una grande spiritualità e permeata di saggezza. La
modestia, non solo esteriore, rappresenta una cifra importante del suo
carattere: essa pervase la sua intera vita, da prete come da pontefice.
Conosciuta
l’infanzia tribolata che aveva vissuto, molti si sono chiesti da
dove Albino Luciani traesse la forza per il suo schietto
e bonario carisma, decisamente allergico al crudo
cerimoniale, alieno dalla raffinata arte della
diplomazia, libero dai dettami dell’ufficialità
più paralizzante, in sintesi
quell’austerità che alla fine allontana
la gente più umile. Ancor oggi tante persone
si chiedono quale intrinseca energia riuscisse ad animare
incessantemente le sue parole, a suscitare la stessa autentica
emozione che scosse l’animo dei fedeli di
tutto il mondo tra l’agosto e il settembre di 30 anni fa. Albino
Luciani, esperto catechista, era ben conscio che il messaggio
cristiano, se chiaro e ben veicolato, può facilmente ed
efficacemente raggiungere l’animo dell’ascoltatore. Egli
stesso, quand’era ancora vicario di Belluno, in un capitolo della
sua “Catechetica in briciole” aveva scritto:
“La chiarezza: poche idee, ma colorite e incisive;
meglio poco e bene che tanto e confuso; parole
facili, che i fanciulli già conoscono e capiscono,
concrete e, se possibile, accompagnate da immagini”.
Grazie
a una prodigiosa memoria fotografica, Luciani risultava
un’inesauribile miniera di riflessioni, aneddoti, riferimenti e
meditazioni contemplative, ed era chiamato per molti incontri e
convegni anche fuori della diocesi di competenza. Sorprendeva sempre
gli ascoltatori per l’esposizione tanto semplice quanto profonda,
con una elevata capacità di sintetizzare efficacemente gli
interventi citando a memoria lunghi brani scritturistici. La sua era
una comunicativa mai invadente che disponeva ad un simpatico ed
immediato approccio. Stabiliva facilmente rapporti con la gente comune:
gli era usuale ricorrere all’aneddoto, instaurando in tal modo
più facilmente un dialogo. A Venezia, inizialmente, i suoi
collaboratori vissero con disagio i viaggi in vaporetto. Luciani,
infatti, cominciava per primo a parlare con chiunque. Interpellava
preferibilmente i bambini e le mamme. Alla fine, quando i suoi
accompagnatori sentivano di precisare “E’ il
patriarca”, queste persone si stupivano felici; ancor più,
secondo le testimonianze, egli agiva così durante le visite
pastorali, o quando visitava le famiglie, gli anziani e i malati.
Luciani
sentiva molto l’esigenza sia di curare la comunicativa sul piano
pastorale sia di mantenere una costante formazione della propria
spiritualità, indicando ciò prima di tutto a sé
stesso. Amava molto la letteratura. Era abbonato a numerose riviste
internazionali, soprattutto francesi (leggeva in questa lingua con
estrema disinvoltura), di spiritualità, patristica, teologia. A
Belluno, dove pensava che sarebbe trascorsa tutta la sua vita, aveva
donato i suoi libri al Seminario. Divenuto vescovo di Vittorio Veneto,
cominciò a ricostruire una biblioteca secondo il suo gusto. A
Venezia continuò ad acquistare libri della letteratura
conosciuta in giovinezza, che citava nelle omelie o durante i dialoghi
con i ragazzi della catechesi. Di questa si trova traccia nei suoi
scritti sul “Gazzettino” e sul “Messaggero di S.
Antonio”: Dickens, Tolstoj, i grandi classici della letteratura
mondiale.
Il
suo stile narrativo preferito appare come un flusso ininterrotto di
pensieri e riflessioni intarsiati da molti ricordi personali,
un’illustrazione robustamente sostenuta dall’inserimento di
episodi esplicativi. Luciani sapeva conferire vigore alle parole: ogni
concetto veniva efficacemente esposto con l’accortezza di
riferirsi in prima persona all’ascoltatore per lo più dal
livello culturale modesto. L’io narrante accompagnava
naturalmente i suoi gesti: solo così, attraverso il discorrere
sempre dolce e familiare, giungeva come effetto complementare il
sorriso con cui egli si conquistò un posto perenne nella memoria
popolare. L’immagine di “Papa del sorriso” passata
alla storia non deve dunque essere intesa come segno di timidezza,
imbarazzo, inadeguatezza, o quale indice esteriore di ingenuità:
il sorriso, che gli veniva spontaneo, era “semplicemente”
un altro modo di manifestarsi, mostrarsi e restare in mezzo agli altri.
Luciani
raggiungeva il cuore perchè sapeva emozionare, accarezzare i
sentimenti più dolci, le speranze più forti
dell’animo umano, il senso di pace, di carità, i pudichi
ardori e amori, facendo riscoprire all’ascoltatore il suo mondo
interiore con lo stesso stupore dei fanciulli. La semplicità
dell’essere, del pensare, dell’agire, del mostrarsi
costituisce una concreta testimonianza di quanto la reale
semplicità evangelica sia essenza e trasparenza. Quella di
Luciani era la vera sapienza del cuore rivolto a Dio e al prossimo. Il
suo pontificato, pur brevissimo, fu sufficiente per proporre al mondo
il carisma cristiano della semplicità che nasconde una grande
forza interiore, ed è bello ascoltare ancor oggi le sue parole
avvolte nella semplicità e trasparenza, riscoprendo intatte la
loro freschezza ed attualità.