Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Saverio Mirjiello

 

La dolcezza che scosse il mondo

24-26 Settembre 2008: In occasione delle giornate dedicate ad Albino Luciani, a 30 anni dal Pontificato di Giovanni Paolo I

Lo stile originale di comunicazione di Albino Luciani

Tra le ragioni  della  grande  attenzione  riservata verso  la  figura  di  Albino Luciani c’è l’esclusivo, e a suo modo rivoluzionario, sistema di comunicazione e trasmissione dei messaggi evangelici. La sua voce flebile, quel fraseggiare confidenziale e tipicamente popolano, se a prima vista potevano apparire proprie d’una figura fragile e trasparente, appartenevano invece a un uomo di fede dalla personalità articolata e tenace, impregnata di profonda cultura, animata da una grande spiritualità e permeata di saggezza. La modestia, non solo esteriore, rappresenta una cifra importante del suo carattere: essa pervase la sua intera vita, da prete come da pontefice.

Conosciuta l’infanzia tribolata che aveva vissuto, molti si sono chiesti da dove Albino Luciani traesse la forza per il suo  schietto  e  bonario  carisma, decisamente allergico al crudo cerimoniale,  alieno  dalla  raffinata arte della diplomazia, libero dai dettami dell’ufficialità  più  paralizzante,  in sintesi quell’austerità  che alla fine allontana  la  gente  più  umile. Ancor oggi tante persone si chiedono quale intrinseca energia riuscisse ad animare incessantemente le sue parole, a  suscitare la stessa autentica emozione  che  scosse  l’animo  dei fedeli di tutto il mondo tra l’agosto e il settembre di 30 anni fa. Albino Luciani, esperto catechista, era ben conscio che il messaggio cristiano, se chiaro e ben veicolato, può facilmente ed efficacemente raggiungere l’animo dell’ascoltatore. Egli stesso, quand’era ancora vicario di Belluno, in un capitolo della sua “Catechetica  in  briciole” aveva scritto: “La  chiarezza:  poche idee, ma colorite e incisive; meglio  poco  e  bene  che tanto e confuso; parole facili, che i fanciulli già  conoscono e capiscono, concrete e, se possibile, accompagnate da immagini”.

Grazie a una prodigiosa memoria fotografica, Luciani risultava un’inesauribile miniera di riflessioni, aneddoti, riferimenti e meditazioni contemplative, ed era chiamato per molti incontri e convegni anche fuori della diocesi di competenza. Sorprendeva sempre gli ascoltatori per l’esposizione tanto semplice quanto profonda, con una elevata capacità di sintetizzare efficacemente gli interventi citando a memoria lunghi brani scritturistici. La sua era una comunicativa mai invadente che disponeva ad un simpatico ed immediato approccio. Stabiliva facilmente rapporti con la gente comune: gli era usuale ricorrere all’aneddoto, instaurando in tal modo più facilmente un dialogo. A Venezia, inizialmente, i suoi collaboratori vissero con disagio i viaggi in vaporetto. Luciani, infatti, cominciava per primo a parlare con chiunque. Interpellava preferibilmente i bambini e le mamme. Alla fine, quando i suoi accompagnatori sentivano di precisare “E’ il patriarca”, queste persone si stupivano felici; ancor più, secondo le testimonianze, egli agiva così durante le visite pastorali, o quando visitava le famiglie, gli anziani e i malati.

Luciani sentiva molto l’esigenza sia di curare la comunicativa sul piano pastorale sia di mantenere una costante formazione della propria spiritualità, indicando ciò prima di tutto a sé stesso. Amava molto la letteratura. Era abbonato a numerose riviste internazionali, soprattutto francesi (leggeva in questa lingua con estrema disinvoltura), di spiritualità, patristica, teologia. A Belluno, dove pensava che sarebbe trascorsa tutta la sua vita, aveva donato i suoi libri al Seminario. Divenuto vescovo di Vittorio Veneto, cominciò a ricostruire una biblioteca secondo il suo gusto. A Venezia continuò ad acquistare libri della letteratura conosciuta in giovinezza, che citava nelle omelie o durante i dialoghi con i ragazzi della catechesi. Di questa si trova traccia nei suoi scritti sul “Gazzettino” e sul “Messaggero di S. Antonio”: Dickens, Tolstoj, i grandi classici della letteratura mondiale.

Il suo stile narrativo preferito appare come un flusso ininterrotto di pensieri e riflessioni intarsiati da molti ricordi personali, un’illustrazione robustamente sostenuta dall’inserimento di episodi esplicativi. Luciani sapeva conferire vigore alle parole: ogni concetto veniva efficacemente esposto con l’accortezza di riferirsi in prima persona all’ascoltatore per lo più dal livello culturale modesto. L’io narrante accompagnava naturalmente i suoi gesti: solo così, attraverso il discorrere sempre dolce e familiare, giungeva come effetto complementare il sorriso con cui egli si conquistò un posto perenne nella memoria popolare. L’immagine di “Papa del sorriso” passata alla storia non deve dunque essere intesa come segno di timidezza, imbarazzo, inadeguatezza, o quale indice esteriore di ingenuità: il sorriso, che gli veniva spontaneo, era “semplicemente” un altro modo di manifestarsi, mostrarsi e restare in mezzo agli altri.

Luciani raggiungeva il cuore perchè sapeva emozionare, accarezzare i sentimenti più dolci, le speranze più forti dell’animo umano, il senso di pace, di carità, i pudichi ardori e amori, facendo riscoprire all’ascoltatore il suo mondo interiore con lo stesso stupore dei fanciulli. La semplicità dell’essere, del pensare, dell’agire, del mostrarsi costituisce una concreta testimonianza di quanto la reale semplicità evangelica sia essenza e trasparenza. Quella di Luciani era la vera sapienza del cuore rivolto a Dio e al prossimo. Il suo pontificato, pur brevissimo, fu sufficiente per proporre al mondo il carisma cristiano della semplicità che nasconde una grande forza interiore, ed è bello ascoltare ancor oggi le sue parole avvolte nella semplicità e trasparenza, riscoprendo intatte la loro freschezza ed attualità.

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