Andrea
Emo, profeta dell’angoscia. Moriva 25 anni fa un filosofo
nichilista padovano alla ricerca di Dio. In un armadio colmo di
quaderni il pensiero di tutta una vita.
Venticinque
anni fa, gli ultimi giorni del 1983, moriva a Roma Andrea Emo, un
filosofo vissuto nel nascondimento e riscoperto solo di recente.
Discendente da una delle più illustri famiglie veneziane, era
nato a Battaglia Terme il 14 ottobre 1901; nel 1905, a soli quattro
anni, aveva perso la madre, morta dando la luce la sorellina. I due
fratelli, grazie soprattutto alle amorevoli cure del padre, vivranno
comunque un’esistenza serena tra Roma, dove trascorrono i mesi
invernali, e le ville sui colli Euganei (quella di Battaglia e quella
di Rivella a Monselice nella foto), dove la famiglia si ritira durante
l’estate. A diciott’anni il giovane s’iscrive alla
facoltà di lettere e filosofia dell’università di
Roma, dove rimane folgorato dalle lezioni di Giovanni Gentile: in
questo periodo inizia a maturare la sua vocazione per la ricerca
filosofica e, soprattutto, a scrivere i suoi Quaderni, opera che
proseguirà fino alla morte. Abbandonata
l’università e sposatosi, Emo, grazie anche alle cospicue
sostanze familiari, conduce un’esistenza appartata e schiva,
concentrata soprattutto sugli affetti familiari e su un ristretto giro
di amici, tra cui il musicista e scrittore veneziano Ernesto Rubin de
Cervin; unica concessione a una parvenza di vita pubblica la
candidatura, senza esito, alle elezioni politiche nel 1953. Andrea Emo
era un uomo riservato, a cui piaceva passare i giorni assorto nella
lettura, prigioniero della propria libreria; quale sorpresa quando alla
morte fu scoperto un armadio contenente 398 quadernoni fittamente
scritti, per un totale di 38 mila pagine: il frutto di oltre 64 anni di
riflessione, di continuo interrogarsi sull’esistenza. Certo, in
famiglia e tra gli amici si sapeva che Emo scriveva ogni giorno;
nessuno però, durante la sua vita, ebbe mai il privilegio di
poter leggere il frutto delle sue fatiche; la stessa figlia Marina, che
ricevette in eredità le sue cose più care, e cioè
i libri, ebbe la disposizione di non permettere la pubblicazione dei
suoi scritti. Eppure, quelle pagine piene di una scrittura chiara ma
nervosa si rivelavano subito interessanti: non un semplice diario
– mancano totalmente i riferimenti a qualsiasi fatto personale o
pubblico – bensì un continuo interrogarsi
sull’esistenza e il suo significato, un pensare scribendum che
fluisce ininterrotto per oltre un milione e 140 mila righe. Emo scrive
essenzialmente per sé stesso: «Noi siamo i soli che
possiamo leggere i nostri scritti – recita una pagina del 1960
– Ogni uomo ripiegandosi su se stesso, facendosi assolutamente
privato, riducendosi ai suoi affetti, può provare a essere
l’assoluto».
Dopo
la morte, a poco a poco la fama dei Quaderni di Emo ha cominciato a
uscire dalla cerchia dei conoscenti più diretti; le pagine
iniziarono a essere studiate e pubblicate, il suo pensiero viene sempre
più apprezzato da studiosi laici come Massimo Cacciari, Giulio
Giorello ed Emanuele Severino, ma anche da pensatori cattolici come
Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e uno dei teologi più
stimati dai due ultimi papi. Certo, il pensiero di Emo si pone
sostanzialmente in linea con il filone del nichilismo novecentesco:
questo assoluto, alla ricerca del quale egli dedica tutta la sua vita,
alla fine viene paradossalmente trovato nel nulla. Scrive
l’autore nel 1965: «Tutta la malinconia della vita è
il vano tentativo di salvarci dal nulla che tutto sommerge; del nulla
in cui siamo perduti, perdizione suprema. Il nulla che rende tutto vano
». Una visione pessimistica, nella quale uno dei pochi rifugi
è offerto proprio dalla scrittura; l’unica salvezza viene
in definitiva a coincidere con la rinuncia alla stessa: «La
salvezza è la meditazione del nulla; noi conosciamo il nulla
perché lo siamo. L’attualità è presenza e
nulla, perciò presenza di nulla. Il nulla è il
denominatore comune di tutte le cose e di tutti gli esseri e di tutte
le vite».
Si
tratta di una posizione radicale che sconcerta, ma che non può
fare a meno di interrogare anche il cristiano: «È quasi
terrificante sentire queste parole – dice Bruno Forte – Ma
prima di scandalizzarci, prima di rifiutarle, fermiamoci un istante a
pensare: non è forse Emo la voce di tanti dei nostri dubbi, di
tante delle nostre solitudini? Chi di noi non ha sentito almeno un
attimo l’abisso dell’angoscia, alzi la mano.
L’angoscia ci tocca tutti prima o poi. Emo, il profeta del nulla,
è il profeta dell’angoscia».
Durante
tutto il suo percorso umano, Andrea Emo si misurò costantemente
con la fede e il problema di Dio; spesso le sue parole risuonano dure e
senza speranza, a volte invece sfumano in una vera e propria preghiera
laica al Dionulla: «Concedici, o Signore, i paradisi del nulla, i
giardini della tua primavera. Signore che fai della notte un mattino,
il mattino che paghiamo con le monete luminose degli astri, astri della
notte, guida degli erranti, degli erranti verso l’infinito, che
cos’è il cielo se non l’infinita via verso il nulla?
E che è il nulla, se non un ritorno, il Tuo ritorno? Che
cos’è l’infinito se non un ritorno?».
Andrea
Emo smise di scrivere i suoi quaderni il 1° marzo 1983 quando,
pochi mesi prima di morire, venne definitivamente colto dalla malattia:
«Queste pagine daranno un po’ di luce, quando saranno
bruciate», aveva appuntato qualche anno prima in uno dei suoi
Quaderni.
L’ I N T E R V I S TA
Il suo “pensiero negativo” cerca nella scrittura il significato della vita
Laura Sanò, studiosa dell’opera di Andrea Emo
Laura
Sanò, studiosa di filosofia, svolge attività di ricerca
al dipartimento di filosofia dell’università di Padova e
all’opera di Andrea Emo ha dedicato diverse monografie, tra cui
Un daimon solitario. Il pensiero di Andrea Emo, curando inoltre la
pubblicazione di alcuni Quaderni emiani, sotto il titolo Il monoteismo
democratico: religione, politica e filosofia nei Quaderni del 1953.
Qual è l’importanza di Andrea Emo?
«Sicuramente
si tratta un personaggio di eccezionale talento intellettuale, profondo
ma anche esigente, difficilmente collocabile all’interno di una
filosofia prestabilita. Il suo è un pensiero originale e,
nonostante la struttura dei Quaderni, fortemente sistematico: né
meramente idealista, né niciano, e nemmeno platonico, anche se
dimostra l’influenza di Gentile, Nietzsche e Platone. Forse la
migliore definizione di Emo è quella di un daimon (uno spirito,
ndr) solitario, rimasto sempre fedele a sé stesso. Proprio
questo gli ha impedito di identificarsi in questa o in quella
posizione, anche se il mio lavoro tende a collocarlo all’interno
del cosiddetto pensiero negativo: una corrente di pensiero che muove da
Plotino, fino a Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger ».
Perché questo atteggiamento di isolamento durante tutta la sua vita ?
«Emo
non scrive per partecipare al mondo culturale della sua epoca,
bensì per un’esigenza di chiarimento personale: tutta la
sua esistenza è permeata dal bisogno di trovare, attraverso la
scrittura, il significato della vita. Eppure il suo percorso non
è esente da contraddizioni, perché sfocia
fondamentalmente in un abisso nichilista, di fronte al quale non
c’è speranza di redenzione, se non la contemplazione del
nulla. C’è inoltre un altro aspetto: questo bisogno di Emo
di creare silenzio attorno a sé nasce anche dallo sconcerto che
lui stesso prevedeva potesse essere destato dalle sue posizioni».
Quali sono i rapporti tra Emo e il cristianesimo?
«Il
Dio di Emo è innanzitutto il Dio cristiano, ed è da
questa “figura storica” che egli necessariamente prende
inizio e ispirazione; egli si concentra non tanto sul problema
scolastico dell’esistenza o meno di Dio, quanto piuttosto sul
vangelo, e specialmente sul concetto della morte di Dio. A suo avviso
la chiesa post-tridentina ha la colpa di aver eliminato la morte di
Cristo, concentrandosi sulla risurrezione. Il Dio di Emo è
questo nucleo negativo, che deve uccidersi, scomparire e annullarsi per
esistere. Può allora riconquistare se stesso come altro da
sé, come conseguenza di una sorta di doppia negazione. Dio
stesso, per esistere, deve morire; il vero significato
dell’esistenza, nel nichilismo emiano, è la morte».