Minoranze,
una lunga storia. Le vicende degli insediamenti Greco-Ortodossi,
protestanti ed ebraici in Veneto. La Serenissima fu ponte verso altre
culture.
La
storia delle minoranze è sempre affascinante, perché
è in parte anche la storia della lotta dell’uomo per
preservare e conservare la propria identità. A questo riguardo
il volume Insediamenti greco-ortodossi, protestanti, ebraici edito
dalla Gregoriana, 11° uscita della ormai storica collana
“Storia religiosa del Veneto”, indaga sulla presenza delle
altre comunità religiose nella regione italiana cattolica per
antonomasia. Cattolica sì ma, fin dal medioevo, complice la
fortuna della repubblica veneziana, tutt’altro che estranea ai
grandi movimenti di merci, persone e quindi culture.
Un
esempio importante è costituito dalla comunità
greco-ortodossa, la cui presenza risale fino agli albori della
Serenissima, nata proprio come colonia bizantina. Il rapporto si
rovescia con la decadenza di Costantinopoli e l’estendersi del
dominio della repubblica nel Mediterraneo; il 29 maggio 1453 Bisanzio
cade definitivamente in mano ai turchi e una massa di artigiani,
intellettuali, prelati e gente comune si riversa a occidente. Venezia,
la città più “orientale” d’Italia,
diventa in poco tempo uno dei centri culturali dell’ortodossia:
qui per diversi anni risiede il metropolita di Filadelfia; sempre nella
città lagunare si continua a stampare la maggior parte dei libri
in greco mentre nel 1573, dopo 34 anni di lavori e a più di un
secolo dalle prime richieste, viene finalmente inaugurata la chiesa di
San Giorgio dei greci. Da allora in avanti la comunità diviene
sempre più un elemento essenziale della vita della città
e del melting pot veneziano. I problemi semmai arriveranno a partire
dal 1797, con la fine della repubblica e l’inizio delle
dominazioni straniere: Napoleone sopprime la confraternita greca,
confiscandone i beni, mentre gli austriaci saranno sempre restii a
concedere all’ormai piccola comunità ortodossa
l’autonomia che questa aveva avuto nei secoli precedenti.
Oggi
soprattutto con le migrazioni dai paesi dell’Est, Romania e
Moldavia in testa, la comunità ortodossa – anche se non
più prevalentemente di lingua greca – conosce un
importante revival; in questo le relazioni storiche del Veneto con
l’ortodossia sono state riconosciute e rinsaldate, visto che
proprio la chiesa di San Giorgio dei greci è stata scelta dal
1991 come sede della metropolia d’Italia.
Così
come quella greco-ortodossa, anche la presenza ebraica affonda
profondamente le radici nella storia veneta: la Serenissima fu infatti
anche un fiorente centro ebraico, tra i più famosi e prosperi in
Europa. Non a caso proprio nella città lagunare Shakespeare alla
fine del Cinquecento ambienta il suo Mercante di Venezia; proprio qui
nel 1516 era anche nato il primo ghetto (il toponimo deriva
probabilmente da una o più fonderie, geto o getto, che erano
nelle vicinanze), che darà il nome tutti i quartieri analoghi
che da allora sorgeranno in Europa. Il protestantismo, infine, conosce
il momento di maggior diffusione nel corso degli ultimi due secoli: se
in principio la controriforma era riuscita ad arginarne la diffusione
nel nostro paese, soprattutto dopo la presa di Roma del 1870 questa
professione conosce un certo successo, soprattutto tra le classi alte.
Numerose nell’Ottocento sono le iniziative della piccola
comunità protestante, soprattutto nel campo delle opere
benefiche: è il caso ad esempio della cucine popolari a Padova
che, prima di passare alla diocesi, furono fondate nel 1882 dalla
protestante Stefania Omboni, al fine di soccorrere le vittime
dell’alluvione di quell’anno.
Fino
ai Patti lateranensi del 1929, a causa del non expedit pontificio, i
cattolici erano di fatto esclusi dalla vita pubblica e le minoranze,
oltre all’emancipazione, conobbero un momento di insperata
fortuna: tra il 1905 e 1911, ad esempio, alla guida del paese si
succedettero quasi senza soluzione di continuità un primo
ministro protestante, l’anglicano di origini ebraiche Sidney
Sonnino, e due ebrei, Alessandro Fortis e il veneziano Luigi Luzzatti,
che proprio a Padova insegnava diritto costituzionale. Sempre a Padova
nello stesso periodo erano in molti a dire che è il vescovo
«l’unico cattolico a contare in città», spesso
in contrapposizione con l’amministrazione comunale, guidata dal
sindaco Giacomo Levi-Civita. Si trattava del culmine di quella che
è stata definita “l’età d’oro degli
ebrei padovani”, in cui i vari Wollenborg, Trieste,
Romanin-Jacur, Viterbi, Da Zara, Treves de Bonfili, Luzzatti e tanti
altri assursero ai massimi gradi della vita politica, economica e
intellettuale della città, in un cammino che sarà
interrotto solo dalle leggi razziali del 1938. Oggi la comunità
ebraica, anche se decimata dalla persecuzione subita durante
l’ultima guerra e dall’emigrazione, mantiene un ruolo
importante nel salvaguardare la memoria della città. Il
protestantesimo dal canto suo è in crescita, alimentato dai
nuovi gruppi evangelici ma soprattutto dall’immigrazione.
L ’ I N T E R V I S T A
Nello scambio un arricchimento reciproco
Renato D’Antiga, ortodosso - tra i curatori del volume
Ortodosso
di nazionalità italiana, specializzato in storia e
spiritualità dell’Oriente cristiano, Renato D’Antiga
svolge attività teologica presso la metropolìa ortodossa
d’Italia, appartenente al patriarcato ecumenico di
Costantinopoli. È tra i curatori del volume della Gregoriana.
Cosa imparare oggi dalla storia delle minoranze religiose?
«Quello
che ho voluto mettere in luce, parlando soprattutto dei rapporti con il
mondo ortodosso, è la dimensione di scambio e arricchimento
reciproco. A partire dal culto di san Teodoro, primo protettore della
città, soprattutto a Venezia l’influsso ortodosso è
evidente: in riti, spiritualità, e financo nell’arte e
nell’iconografia. Anche i rapporti tra cristiani ed ebrei furono
proficui: la comunità ebraica di Venezia è stata un punto
di riferimento per tutto l’ebraismo d’occidente, anche
perché erano presenti le principali correnti, dalla sefardita
all’askenazita. Qui gli ebrei erano apprezzati non solo come
prestatori, ma anche come professionisti, soprattutto medici. Una
presenza luterana risale all’inizio del Cinquecento, al fontego
dei tedeschi, ma si afferma soprattutto a fine Ottocento».
Come mai questo fiorire delle minoranze religiose sotto la Serenissima: Venezia era una città laica?
«Non
era certamente laica nel senso che oggi diamo al termine; direi
piuttosto che aveva una “chiesa nazionale”, nata bizantina,
con una politica di forte autonomia rispetto al papato. Questo spiega
molte cose, come ad esempio l’affaire di fra Paolo Sarpi e
l’interdetto del 1606. Non bisogna inoltre dimenticare che
Venezia estendeva il suo dominio sul Mediterraneo orientale, con oltre
200 mila sudditi greci, doveva applicare per forza una politica di
mediazione».
Significa che il Veneto non ha un’identità religiosa monolitica?
«Occorre
distinguere: certamente un pluralismo c’è stato, ma non si
può disconoscere il valore della chiesa nella formazione della
cultura e della società veneta. La nuova civiltà nata con
le invasioni barbariche è essenzialmente cattolica; basta
considerare l’importanza che assumono nella rinascita delle
città il culto di santi e martiri: Teodoro e poi Marco a
Venezia, Giustina a Padova, Zeno a Verona...».