Carnevale di ieri, Carnevale di oggi
La grande differenziazione tra ordinario e straordinario sopravvive nei paesi di montagna
«E’
un festa straordinaria che il popolo offre a se stesso». Lo
scrisse Johann Wolfgang Ghoete, nel suo “Viaggio in
Italia”. Lo scrittore incappò nel Carnevale due volte,
entrambe a Roma. La prima provò fastidio, non capì nulla,
la seconda se ne innamorò e scrisse cinquanta pagine
meravigliose.
Sono
le contraddizioni del Carnevale: l’ordine contro il disordine, le
regole contro la trasgressione, l’inversione di ruoli tra povero
e nobile, tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere.
Ma,
ha ancora senso, oggi, parlare di Carnevale? «Ha senso dal punto
di vista funzionale – spiega Luciano Morbiato, docente di storia
della tradizione popolare all’Università di Padova -. Il
problema è che oggi, soprattutto i giovani, si divertono tutti i
giorni. Se al Carnevale viene tolta la “ragion
d’essere” festa, si perde cioè il gusto
dell’infrazione, non ha più significato. La grande
differenziazione tra ordinario e straordinario oggi rimane nelle aree
isolate; nei paesi di montagna, nel bellunese, ad esempio a Sappada, in
Piemonte, Valle D’Aosta, o a Bagolino (BS), in Lombardia.
C’è la dialettica tra ordinato e confuso,
l’esasperazione dei contrasti, c’è la maschera bella
del signore che si scontra con quella del boscaiolo, del povero. In
Sardegna, poi, ci sono i carnevali pastorali, la civilizzazione sfida
la natura, l’essere selvaggio, e viceversa. In pianura, nelle
iniziative organizzate da Comuni e Proloco - carri mascherati e
incontri in piazza -, la gente non è protagonista, si limita a
guadare e ad essere guardata. Lo stesso accade Venezia»
spiega Morbiato.
Le
origini del Carnevale risalgono alla Roma pre-cristiana: la
“festa dei Saturnali”, in onore del Dio Saturno,
rappresenta il mondo alla rovescia: niente divisioni sociali, nei
banchetti gli schiavi erano serviti dai padroni.
Prima di essere ordinata nelle maschere locali, la festa ebbe il suo
pieno sviluppo tra il ‘400 e il ‘700, coinvolgendo tutta la
città. I nobili si rinchiudevano in sontuosi palazzi, mentre il
popolo si ritrovava in piazza per essere qualcosa di diverso, per
denunciare la società, per sfogare la rabbia e la condizione
giornaliera, per sentirsi libera. «Lo spettacolo più
amato dal volgo era la caccia al toro, una specie di corrida popolare
in piazza – racconta Morbiato -. Spesso avvenivano disordini,
omicidi. Interveniva la polizia, molti venivano puniti, e ogni
tanto si sospendevano i festeggiamenti. Nessuna regola valeva,
bisognava spezzare il ritmo quotidiano. Marin Snudo, storico e politico
veneziano vissuto nel ‘500, nei suoi diari racconta divinamente
lo sfarzo dei ricchi e la trasgressione dei poveri. Come
l’artista vicentino-padovano Pietro Bertelli, che incide maschere
che spaziano dall’uomo selvatico, al contadino, testimoni di
grandi libertà e fantasia».
Da
sempre la piazza è un luogo in cui si celebra la libertà.
«A Padova centinaia di ragazzi si ritrovano per bere lo spritz,
schiamazzano, infastidiscono i residenti. Siamo, nonostante tutto,
dentro al contenitore della creatività. Questo non avviene in
tutte le piazze d’Italia, ma credo, tuttavia, che questo luogo
non abbia perso il suo ruolo di centro di aggregazione».
Oggi decine di tedeschi si recano a Venezia indossando abiti da
centinaia di migliaia di euro. Si fanno fotografare, e forse cercano di
provare quello che sentivano i nobili del ‘700 sotto pesanti
vesti colorate. «Mi viene da sorridere, ma è lo spirito di
adesso – continua il docente -. I bambini si travestono da
supereroe per sentirsi forti, per fingere di essere tali. Lo stesso
Clark Kent di giorno fa il giornalista e, per diventare superman, deve
mascherarsi».
Le
feste non muoiono mai. Il Carnevale non tollera di essere troppo
ordinato. «Se viene bloccato da una parte – conclude
Morbiato - si sfoga da un’altra. E’ il caso di Halloween,
festa che viene da lontano, tanto amata oggi dai giovani. Si preparano
i vestiti, camminano in centro, e possono infastidire le ragazzine.
Massima espressione di libertà».
Il
Carnevale da sempre ha un legame fortissimo con la Quaresima.
«Uno dei significati della parola carnevale – conclude
Morbiato – è “carnem levare”, ovvero
“levare la carne”, tradizione medievale di consumare un
banchetto di “addio alla carne”, la sera precedente il
mercoledì delle Ceneri, saziandosi prima dei digiuni
quaresimali».