Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Marta Randon

 

Carnevale di ieri, Carnevale di oggi

La grande differenziazione tra ordinario e straordinario sopravvive nei paesi di montagna

«E’ un festa straordinaria che il popolo offre a se stesso». Lo scrisse Johann Wolfgang Ghoete, nel suo “Viaggio in Italia”. Lo scrittore incappò nel Carnevale due volte, entrambe a Roma. La prima provò fastidio, non capì nulla, la seconda se ne innamorò e scrisse cinquanta pagine meravigliose.

Sono le contraddizioni del Carnevale: l’ordine contro il disordine, le regole contro la trasgressione, l’inversione di ruoli tra povero e nobile, tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere.

Ma, ha ancora senso, oggi, parlare di Carnevale? «Ha senso dal punto di vista funzionale – spiega Luciano Morbiato, docente di storia della tradizione popolare all’Università di Padova -. Il problema è che oggi, soprattutto i giovani, si divertono tutti i giorni. Se al Carnevale viene tolta la “ragion d’essere” festa, si perde cioè il gusto dell’infrazione, non ha più significato. La grande differenziazione tra ordinario e straordinario oggi rimane nelle aree isolate; nei paesi di montagna, nel bellunese, ad esempio a Sappada, in Piemonte, Valle D’Aosta, o a Bagolino (BS), in Lombardia. C’è la dialettica tra ordinato e confuso, l’esasperazione dei contrasti, c’è la maschera bella del signore che si scontra con quella del boscaiolo, del povero. In Sardegna, poi, ci sono i carnevali pastorali, la civilizzazione sfida la natura, l’essere selvaggio, e viceversa. In pianura, nelle iniziative organizzate da Comuni e Proloco - carri mascherati e incontri in piazza -, la gente non è protagonista, si limita a guadare e ad essere guardata. Lo stesso accade Venezia» spiega  Morbiato.

Le origini del Carnevale risalgono alla Roma pre-cristiana: la “festa dei Saturnali”, in onore del Dio Saturno, rappresenta il mondo alla rovescia: niente divisioni sociali, nei banchetti gli schiavi erano serviti dai padroni.  

  Prima di essere ordinata nelle maschere locali, la festa ebbe il suo pieno sviluppo tra il ‘400 e il ‘700, coinvolgendo tutta la città. I nobili si rinchiudevano in sontuosi palazzi, mentre il popolo si ritrovava in piazza per essere qualcosa di diverso, per denunciare la società, per sfogare la rabbia e la condizione giornaliera, per sentirsi libera.  «Lo spettacolo più amato dal volgo era la caccia al toro, una specie di corrida popolare in piazza – racconta Morbiato -. Spesso avvenivano disordini, omicidi.  Interveniva la polizia, molti venivano puniti, e ogni tanto si sospendevano i festeggiamenti. Nessuna regola valeva, bisognava spezzare il ritmo quotidiano. Marin Snudo, storico e politico veneziano vissuto nel ‘500, nei suoi diari racconta divinamente lo sfarzo dei ricchi e la trasgressione dei poveri. Come l’artista vicentino-padovano Pietro Bertelli, che incide maschere che spaziano dall’uomo selvatico, al contadino, testimoni di grandi libertà e fantasia».

Da sempre la piazza è un luogo in cui si celebra la libertà. «A Padova centinaia di ragazzi si ritrovano per bere lo spritz, schiamazzano, infastidiscono i residenti. Siamo, nonostante tutto, dentro al contenitore della creatività. Questo non avviene in tutte le piazze d’Italia, ma credo, tuttavia, che questo luogo non abbia perso il suo ruolo di centro di aggregazione».

  Oggi decine di tedeschi si recano a Venezia indossando abiti da centinaia di migliaia di euro. Si fanno fotografare, e forse cercano di provare quello che sentivano i nobili del ‘700 sotto pesanti vesti colorate. «Mi viene da sorridere, ma è lo spirito di adesso – continua il docente -. I bambini si travestono da supereroe per sentirsi forti, per fingere di essere tali. Lo stesso Clark Kent di giorno fa il giornalista e, per diventare superman, deve mascherarsi».

Le feste non muoiono mai. Il Carnevale non tollera di essere troppo ordinato. «Se viene bloccato da una parte – conclude Morbiato - si sfoga da un’altra. E’ il caso di Halloween, festa che viene da lontano, tanto amata oggi dai giovani. Si preparano i vestiti, camminano in centro, e possono infastidire le ragazzine. Massima espressione di libertà».

Il Carnevale da sempre ha un legame fortissimo con la Quaresima. «Uno dei significati della parola carnevale – conclude Morbiato – è “carnem levare”, ovvero “levare la carne”, tradizione medievale di consumare un banchetto di “addio alla carne”, la sera precedente il mercoledì delle Ceneri, saziandosi prima dei digiuni quaresimali».  

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