Isola Certosa Cesare Scarpa
“Ogni
giorno vengo qui a leggere il giornale in questo posto, in mezzo a
loro. E’ la mia oasi di tranquillità”. Loro sono le
capre tibetane che popolano l’isola, lui è Cesare Scarpa:
si direbbe il riposo del guerriero, dopo anni di battaglie in difesa
della Certosa. In realtà non è un riposo poi così
trionfale: la battaglia è vinta, certo, perché
l’isola-discarica, con poligono di tiro in mezzo alla laguna,
oggi è tornata a vivere. C’è il centro velistico di
Alberto Sonino, c’è Cesare Scarpa che si occupa della
guardania, eppure… “Eppure sento che non abbiamo vinto del
tutto. Si deve ancora da lottare, perché quest’isola sia
patrimonio di tutti, non solo di chi ci arriva in barca a vela”.
Dentro
l’ufficio di Scarpa si capisce meglio il senso delle sue parole.
Ogni oggetto parla delle battaglie fatte, ci sono le vedute aeree
dell’isola, vecchie foto, progetti… Persino il
“machete” posato sul tavolo ha un valore storico, oltre che
tradire una certa passione di Cesare per le armi, pur essendo un
pacifista dichiarato: “Con questo – mostra il coltellaccio
– abbiamo cominciato a liberare la Certosa dalla giungla che
l’aveva invasa”.
Parla
al plurale, Scarpa, perché negli anni ’80 a portare avanti
un’azione politica in favore della Certosa furono gli attivisti
di un partito, Democrazia Proletaria: “Dp univa la politica e
l’ambiente e qui cercammo un luogo simbolo. La Certosa lo era per
il suo potenziale ambientale, ma anche in chiave di battaglia pacifista
contro il poligono di tiro”. Si cominciò facendo conoscere
l’isola, che negli anni era diventata la discarica privilegiata
dei veneziani: “Qualche spiritoso ci ha persino portato un
salotto intero, arredato come fosse in casa, con tavolino lampada e
tutto”. E poi, dal 1985, cominciò l’era dei
“Certosa Day”, giornate dedicate alla pulizia
dell’isola, durante le quali negli anni sono passati migliaia di
veneziani. Manifestazioni non autorizzate ma tollerate, tanto che il
comandante dei carabinieri, racconta Scarpa, era arrivato a salutarlo
dicendogli “Anche quest’anno un’altra denuncia
eh?”.
Ma
Scarpa non è solo un attivista. Per 17 anni è stato
membro della Commissione regionale che sovrintende i beni demaniali
militari e i poligoni di tiro, come dire, l’uomo giusto al posto
giusto. E’ proprio lavorando nella commissione che gli riesce,
nel 1997, di far chiudere il poligono di tiro: per anni si ritroveranno
bossoli e proiettili tra le sterpaglie.
Con
gli anni ’90 la campagna di sensibilizzazione arriva a toccare le
corde giuste e a trovare nella prima giunta Cacciari il sostegno che
serve. Si trovano persino dei fondi europei (“destinati alle
aziende tessili in crisi, non sappiamo neanche noi
perché”) e cominciano i lavori di recupero, lo scavo del
canale, il marginamento, la ristrutturazione degli edifici. Intanto
Scarpa entra nel cda della cooperativa sociale il Cerchio e organizza
la guardania: “Arrivammo qui nel 2000 che non c’erano
né luce né gas, ma organizzammo subito il servizio e la
cura del verde”. Perché le isole sono così: basta
lasciarle sole un attimo e tornano all’incuria e al degrado.
Mancava però la destinazione, perché la Certosa avesse
un’anima e infatti Scarpa si ritrova “per quattro anni a
fare la vigilanza al nulla”. Finché non parte il progetto
di Vento di Venezia. “Progetto validissimo, per carità, ma
non era la nostra ipotesi. Noi pensavamo a un centro cantieristico, per
le barche tradizionali e quelle storiche”. Nelle parole di Scarpa
c’è una punta di amarezza. Lui, che di mestiere è
grafic designer e divide la sua giornata tra il lavoro – quello
vero – e la passione per l’isola, gira per la Certosa e
pensa al futuro: “Qui si potrebbe recuperare il percorso
archeologico, qui ci sarebbe l’ingresso del parco della laguna.
Qui invece si potrebbe realizzare un ponte per unirci alle
Vignole”. Guarda di traverso il tappeto d’erba trapiantato
e ben tosato dello Ied, il centro di grafica sorto da un anno. Poi
guarda le capre, quelle che ogni mattina gli fanno compagnia, quando
viene a nascondersi nel posto più lontano e impervio
dell’isola. E si capisce che medita ancora battaglia.
SCHEDA ISOLA DELLA CERTOSA
Ha
una superficie di 24 ettari, di cui 18000 metri quadri edificati, ed
è situata nel lato est di Venezia tra Sant’Elena e le
Vignole.
Anticamente la Certosa era costituita da due piccole isole divise da un canale, interrato nel 1199.
Alla
fine del XII secolo il vescovo di Castello affidò l'isola a
Domenico Franco, sacerdote della chiesa di Santa Sofia di Venezia,
perchè vi erigesse un tempio ed un monastero agostiniano in
onore di Sant'Andrea Apostolo, da cui inizialmente prese nome l'intera
isola.
Abbandonata
dagli agostiniani nel 1419, nel 1422, su consiglio di San Bernardino da
Siena, si insediarono i Certosini di Firenze: da allora l'isola venne
chiamata "di San Bruno", dal nome del fondatore dei Certosini in
Francia, o più comunemente "della Certosa" o "La Certosa".
Destinata
a luogo di sepoltura di alcune famiglia patrizie veneziane,
l’isola venne abbandonata dai padri Certosini nel 1806 e, con la
soppressione degli ordini religiosi, destinata da Napoleone a uso
militare e spogliata delle sue opere d'arte.
L’esercito
italiano nella prima metà del Novecento utilizzò
l’isola come stabilimento per la lavorazione degli esplosivi. Con
la chiusura dello stabilimento nel 1958 e poi delle altre installazioni
militari, nel 1968 l’isola cadde in un profondo stato di degrado.
Fino al 1997 la zona est viene usata come poligono di tiro dal battaglione dei Lagunari della vicina caserma Sant’Andrea.
La
rinascita dell’isola inizia nel 1985 con un gruppo di volontari
che dà vita al "Comitato Certosa", che lavora ad un progetto di
parco.
Nel
1997 iniziano i lavori di recupero, finanziati da Unione europea, Legge
speciale e dal Comune di Venezia, che ne ottiene la concessione
novantanovennale dal Demanio.
Il
complesso restaurato viene assegnato nel 2004 a Vento di Venezia,
società composta da giovani imprenditori appassionati di nautica
che insediano un Polo nautico, compatibile con la nascita del Parco
della Laguna, attualmente in fase di sviluppo.
Isole Lazzareto nuovo Fazzini
La
storia, che insegnava a scuola, non gli bastava. “Ero alla
ricerca di qualcosa che mi potesse dare la dimensione concreta degli
avvenimenti storici, qualcosa di vivo”. Gerolamo Fazzini nella
storia ci voleva proprio entrare. Ecco perché si è
appassionato all’archeologia, la scienza che fa toccare con mano,
in senso letterale, quel che la storia deposita nei secoli. E lui, una
ventina d'anni fa, ha cominciato a mettere le mani tra la melma e le
pietre dell'isola del Lazzaretto Nuovo. “Un'isola che continua a
dare grandi soddisfazioni”: dice adesso, parlandone quasi come un
innamorato che ancora si stupisce, dopo tanto tempo, della passione che
lo lega all'amata.
L'isola,
in effetti, è uno scrigno di tesori archeologici, monete -
tantissime di tutte le epoche e provenienze – suppellettili,
iscrizioni, antiche sepolture.
All'inizio,
però, l'isola era ben diversa. “Era stata ottenuta in
concessione nel 1977 dall'Ekos Club, il primo ad occuparsene fu Sandro
de Martin – ricorda Fazzini – che, in accordo con i
militari, aveva cercato di salvare il salvabile dai saccheggi, allora
purtroppo molto frequenti”.
I
primi anni servono soprattutto a recuperare l'isola, a sottrarla al
degrado, a ristrutturare edifici come le tese e il tezòn. E
intanto a proseguire con le attività di scavo archeologico. Quel
gruppo di appassionati trovò il giusto appoggio in Margherita
Asso, la “soprintendente di ferro” di quegli anni:
“Ci prese in simpatia. Una volta mi chiese, in modo molto
diretto: ‘Ma voi lì, fate sul serio?’. C'era infatti
la possibilità di ottenere dei fondi”.
E
l'isola, racconta Fazzini, cominciò a rispondere “alla
grande”. Le oltre 400 monete emerse ne fanno uno dei siti
più importanti per questo tipo di ritrovamenti. “E poi
sono affiorate le testimonianze della storia marinara antica, grazie
alle scritte lasciate sui muri da chi sbarcava qui dalle navi, per la
quarantena. Testimonianze affascinanti”.
Se
in epoche lontane passarono di qua migliaia di marinai, in questi
ultimi 20 anni migliaia gli appassionati di archeologia, provenienti da
tutto il mondo, al Lazzaretto hanno trascorso settimane intere
partecipando ai campi estivi di scavo. Gli scavi più recenti
stanno portando alla luce le sepolture del campo santo che accolse le
vittime della pestilenza del 1576: uno studio antropologico
restituirà l’identikit dei veneziani di mezzo millennio fa.
Campi
di scavo a parte, Fazzini in isola ci sta più tempo che
può, dice. “Sono andato in pensione
dall’insegnamento 15 anni fa e da allora è stato il mio
impegno principale. All’inizio era un inferno, una vera e propria
giungla di vegetazione fitta. Fino a quattro anni fa, poi, non
c’era la luce, ma eravamo collegati con un cavo che correva
sott’acqua a un contatore a Sant’Erasmo. Quante volte
– sospira – quel cavo è stato tranciato dai
pescatori e siamo rimasti al buio”. E ha coinvolto in questa
passione anche le figlie Giorgia e Laura che, pur facendo tutt'altro
mestiere e vivendo lontane, d'estate si trasferiscono al Lazzaretto.
Ma, quando erano un po’ più piccole, seguivano il padre
tutto l’anno: “La gente ci guardava partire con la barca,
d’inverno, intabarrati, e ci dicevano che eravamo matti”,
ricorda la figlia Giorgia. Proprio con la gente, con il popolo della
laguna, ogni tanto ci sono incomprensioni: “Non è sempre
facile far capire che l’isola è sì del Demanio, ma
è stata data in concessione e quindi ci sono delle persone che
la occupano, la curano e, per le visite, hanno fissato degli orari.
Qualcuno arriva con la barca e se noi non gli apriamo si
arrabbia”. Tra le visite avvenute fuori orario, una va certamente
ricordata: “Sentiamo suonare al campanello e al citofono
rispondiamo che è chiuso. L’uomo dall’altra parte,
molto timidamente, ci dice che lui è Piero Angela e che stava
facendo un giro in laguna…”.
Oggi
Fazzini guarda oltre il Lazzaretto Nuovo: “Questa isola è
recuperata e ha una sua destinazione. Ci sono altre realtà,
già recuperate, ma dove la destinazione ancora non
c’è. Credo che si dovrebbe pensare a una rete di isole per
offrire itinerari ambientali e di interesse
storico-antropologico”.
Intanto
continua a curare la “sua” isola, a coccolarla: “E
lei ricambia alla grande – ecco la passione di innamorato che
torna – e non finisce mai di stupirmi”.
SCHEDA LAZZARETTO NUOVO
Ha una superficie di 87.000 metri quadri, di cui 3600 edificati. E’ situata a Est di Murano.
L’isola
è citata per la prima volta in un atto di donazione del 1015 nel
quale viene chiamata “Vigna Murada”, riferendosi a un vasto
vigneto.
Nel
1107 il terreno divenne di proprietà dei frati del monastero di
S. Giorgio maggiore che la conservarono fino alle soppressioni
napoleoniche. Nel corso dei secoli il monastero affittò spesso
l'isola a vari privati.
Tra il XIV e il XV secolo furono edificati un piccolo ospizio ed una chiesetta dedicata a S. Bartolomeo.
Nel
1468 il Senato decretò l'edificazione di un lazzaretto con
compito di prevenzione dal contagio: qui si tenevano in quarantena le
navi in arrivo a Venezia. Venne detto “Novo” per
distinguerlo da quello “Vecchio” presso il Lido dove erano
ricoverati i casi di contagi conclamati. La struttura era quadrilatera
e suddivisa in piccole abitazioni autonome. Con la pestilenza del 1576,
anche qui furono condotti i malati di peste e i corpi sepolti nel
cimitero dell’isola, dove ora si sta scavando.
Nel
1793 la Serenissima aprì il Lazzaretto nuovissimo a Poveglia e
l’isola cadde in un progressivo degrado, che le soppressioni
napoleoniche non fecero che acuire.
Nell’Ottocento
l'isola divenne zona militare e fu trasformata prima in deposito di
polveri e poi fortificata con terrapieni e bastioni esterni al recinto
sorico.
Il
Lazzaretto viene dismesso dai militari solo nel 1975, anno in cui
l’isola è affidata all’associazione di volontari
Ekos Club che ne hanno garantito il recupero e la conservazione.
A
metà degli anni ’90 la Soprintendenza ai Beni
architettonici e ambientali di Venezia ha curato il restauro dei due
caselli da polveri cinquecenteschi.
Da
20 anni l’Archeoclub Italia con il Centro internazionale di
Ricerche archeologiche organizza campi estivi di scavo in
collaborazione con la Soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto.
Vengono inoltre organizzate visite guidate all’isola e al suo patrimonio archeologico.
Isole Sacca Sessola della Toffola
Chi
non l’ha sognato almeno una volta nella vita. Andare a vivere in
un’isola deserta, lontani dal mondo, soli con se stessi, il mare
e la natura. Non necessariamente occorre rifugiarsi in un atollo
polinesiano, per coronare questo sogno:c’è chi l’ha
fatto in laguna di Venezia, andando a vivere in una delle isole
abbandonate che circondano la città. “Era una scommessa
con me stessa”, racconta Cristina Della Toffola che per tre anni
ha vissuto, quasi in solitaria, a Sacca Sessola. Una scelta di vita che
ancora oggi, tornata alla “civiltà”, si porta
dentro: “Sì, mi manca ancora. Mi mancano quelle giornate
tutte per me”. Non che lì, a Sacca Sessola, ci fosse di
che annoiarsi. Ex sanatorio, per decenni ospedale per la cura della
tubercolosi, l’isola fino a pochi anni fa aveva ancora delle
strutture funzionanti per l’Ulss, e l’azienda negli anni
’90 aveva affidato a una società esterna la guardania:
“Vinsi il bando e con due soci e alcuni collaboratori
organizzammo il lavoro. Era una custodia che richiedeva molto impegno.
Non c’era solo da impedire agli estranei di avvicinarsi”.
C’era infatti da garantire l’accesso alle strutture
dell’Ulss così come al centro di ricerche di tecnologie
marine che aveva ancora in concessione una piccola parte
dell’isola. “Questo voleva dire tenere puliti dalla
vegetazione i vari accessi. Io mi trasferii nella ex casa del
direttore. Molto bella, con una vista fantastica sulla laguna, ma con
parecchi problemi soprattutto d’inverno, perché il
riscaldamento praticamente non funzionava”. Il lavoro di custodia
comportava “giri in moto ogni ora lungo il perimetro, per
impedire attracchi e far sempre vedere che l’isola era
sorvegliata” e poi varie attività di disboscamento e
pulizia dalla fitta vegetazione che aveva invaso il grande parco
attorno alla struttura sanitaria.
La
vita quotidiana era impegnativa: “Non c’era tempo per
annoiarsi. Dal punto di vista pratico con la barca mi spostavo a
Venezia ogni tanto per procurarmi quel che serviva. Avevo imparato a
non aspettare mai l’ultimo momento per un acquisto o una
commissione, perché spostarsi in barca, anche se il tragitto
è breve, può sempre riservare degli imprevisti.
D’inverno soprattutto, quando c’è il maltempo o la
nebbia, è meglio non muoversi. L’acqua rappresenta
certamente una barriera, ma non lo è più se ci si adatta
ai suoi ritmi”. C’è nostalgia nel racconto di
Cristina. “Non ho mai avuto paura, avevo con me un grosso cane
che avvisava appena si avvicinava qualcuno. E non ho neppure sofferto
di solitudine: c’erano i colleghi e poi tante persone che
venivano a trovarmi. Da lì ho apprezzato meglio i rapporti con
le persone, perché erano più veri. Chi arrivava lo faceva
perché aveva davvero piacere di incontrarmi, c’era
più intensità”.
E’
quasi scontato dire che i tre anni a Sacca Sessola hanno rivoluzionato
la vita di Cristina Della Toffola, ma è davvero così:
“Ho fatto per dodici anni la logopedista, poi la mia passione per
il mare e le barche mi aveva portata a Brindisi a insegnare in una
scuola di vela. E quindi è arrivata questa opportunità a
Sacca Sessola. Non mi interessava in sé il lavoro di custodia,
ma ero affascinata dall’idea di andare a vivere là. Devo
dire che si stava bene. Anzi, purtroppo siamo andati via proprio quando
si cominciava a stare bene sul serio. Avevamo liberato parecchie aree,
avevamo un orto che ci garantiva grande autonomia. Essendo
l’isola creata con terreno di riporto, con fanghi della laguna,
il terreno era molto ricco, le verdure crescevano
magnificamente”. E poi c’era il contatto con la natura,
ancora incontaminata: “C’erano piante splendide, ulivi,
cedri, e poi si fermavano uccelli migratori. Devo dire che si viveva in
un posto bello. Potrei paragonare la mia scelta a quella di chi decide
di andare a vivere in campagna. Certo, bisogna saper stare da soli, non
farsi prendere dall’ansia. Ma devo dire che quelle giornate di
tranquillità oggi mi mancano”.
Oggi,
dopo che Sacca Sessola è stata ceduta ai privati, Cristina
è tornata a vivere a Venezia. Ma la passione per la laguna
è ancora la sua ragione di vita: con la cooperativa Terra e
Acqua organizza itinerari tra le isole a bordo del suo bragozzo,
un’imbarcazione tipica, comprata proprio ai tempi di Sacca
Sessola: “All’inizio mi muovevo con barche piccole, ma non
erano molto sicure. Così ho preso questo bragozzo”.
Diversi
altri attrezzi, invece, sono rimasti là, insieme a tanti ricordi
e a un certo rimpianto. “Alla fine – conclude Cristina
– in quell’isola ho lasciato un pezzo della mia
vita”.
SACCA SESSOLA
E’ situata a sud della Giudecca, ha un’estensione di 160.269 metri quadri, di cui 13.457 edificati
Venne
creata artificialmente tra il 1860 e il 1870 con terre di riporto dagli
scavi dei canali della stazione marittima. Inizialmente di
proprietà della Regia Amministrazione venne ceduta al Comune di
Venezia il 2 luglio 1875; l'Ente adibì l'area a capannoni per il
Deposito Generale dei Petroli. Questa attività venne dismessa
nel 1892.
Iniziò
il progetto per stabilire a Sacca Sessola un ospedale per malattie
contagiose endemiche. In seguito alla fine dell'epidemia di colera del
1911 si decise di cambiare la destinazione della struttura: nel 1914
venne inaugurato l'Ospedale San Marco per la cura della tubercolosi
polmonare.
Nel 1921 venne edificata la chiesa in stile neo-romanico; nel 1923 viene costruito il padiglione ricreativo.
Nel
1927 il Comune donò l'isola ad un ente statale (il futuro Inps)
affinché vi costruisse un nuovo ospedale da 300 posti. I lavori
iniziarono nel 1931.
Nel
1936 venne inaugurato da re Vittorio Emanuele III l'ospedale
pneumologico De Giovanni. Intorno ai padiglioni si realizzarono il
grande parco, la centrale termica, i depositi, le officine, il
dopolavoro col cinematografo e la torre idrica.
Nel 1979 l'Ospedale cessa la sua attività ed inizia un lento processo di abbandono e di degrado.
Nel
1981 la proprietà dell'isola è trasferita al Comune con
il vincolo della destinazione del bene all’azienda sanitaria.
Nel
1992 parte dell'isola viene affidata all'associazione Venice
International Center for Marine Sciences of Tecnologies che svolge
ricerche nel campo della scienza e tecnologia marina.
L’isola
resta assegnata all’Ulss fino al 1999, quando viene acquistata
dalla Cit, la Compagnia italiana turismo che ristruttura il complesso
per realizzarvi un maxi albergo di lusso, con centro congressi,
piscine, campi da tennis e da golf. Ma i guai finanziari della Cit, che
portano la Compagnia al commissariamento, bloccano l’avanzare del
progetto. La Cit viene acquistata nel 2007 all’asta da Soglia e
da Aaeral Bank: è proprio l’istituto di credito tedesco ad
acquisire in particolare Sacca Sessola per 85 milioni di euro. I lavori
di restauro sono ripresi in quest’ultimo periodo.
Isole San Giacomo Vianello
Di
notte guida i motoscafi, quelli che le onde le sollevano per forza di
cose. Di giorno è in isola a scrutare con occhio torvo i
colleghi che sfrecciano a pochi metri dalle sponde appena restaurate:
“E già si vedono i primi danni”, borbotta. Quasi una
contraddizione biografica, quella di Dario Vianello, pilota di mezzi di
linea e referente nazionale dei Vas per l’isola di San Giacomo in
Paluo: “E’ vero, anch’io contribuisco al moto ondoso,
ma le onde le faccio mio malgrado. Il sistema del trasporto e i tempi
frenetici del turismo ti costringono a correre. Poi, è vero, ci
sono anche i maleducati…”. Lui invece è uno che sta
attento, sensibile alle tematiche ambientali. Tanto sensibile da
prendersi a cuore le sorti dell’isola di San Giacomo e di
andarci, lui di Favaro, quasi ogni giorno. “C’è
sempre da fare. Basta fermarsi un attimo e crescono le
sterpaglie”.
La
storia del recupero di San Giacomo si intreccia con
l’ambientalismo attivo dei Vas e con l’archeologia. Guarda
caso, le due passioni di Vianello. “Mi ero avvicinato ai Vas
perché proponevano un ambientalismo non integralista, ma
rapportato alla società in cui viviamo, come dice la stessa
sigla, ‘Verdi Ambiente e Società’.
L’associazione venne contattata intorno agli anni ’70
dall’Evr, l’Equipe veneziana di ricerca, un gruppo di
appassionati archeologi, i primi a segnalare i problemi di San
Giacomo”. Anche Vianello si era avvicinato all’archeologia,
partecipando ad alcuni corsi: “E’ così che sono
entrato in contatto con l’isola”.
Intanto
i Vas cominciano a studiare un piano di recupero: “L’idea
era quella di creare un centro studi ambientali sulla laguna”. Ed
è un’idea che permane, ma prima occorreva restaurare le
strutture. Mentre i Vas ottengono la concessione dal Demanio nel 1999,
iniziano i lavori del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia
Nuova. Lavori che non nascono sotto una buona stella. “Ci furono
contestazioni sui metodi di recupero, che rallentarono di molto le
tempistiche tanto da terminare solo nel 2006, cioè cinque anni
dopo l’inizio”, ricorda Vianello. Il momento più
cupo fu il fattaccio del crollo del muro di recinzione. Ancora gli si
corruga la fronte quando ripensa a quel sabato, “proprio alla
vigilia di un’iniziativa in isola dei Vas. Fu traumatico.
Chissà cosa sarebbe successo se fosse crollato mentre
c’era la gente”. Il crollo del muro di cinta, antico di
secoli, portò alla sospensione dei lavori per un anno. Di fatto
si doveva decidere se ristrutturare con i materiali originali (come
voleva la Soprintendenza) o ricostruire ex novo: il crollo del muro
fece optare per la seconda ipotesi. Altra scelta dolorosa fu quella di
non procedere con gli scavi archeologici sui bassi fondali di fronte al
pontiletto, sul quarto lato dell’isola. “C’erano dei
reperti romani, ma si sarebbe dovuto seccare tutto. Il Magistrato alle
acque decise di andare avanti con il marginamento”. In isola
l’archeologia ha portato alla luce antichi resti e pure le
sepolture dei frati: “Ricordo l’emozione quando gli
archeologi trovarono il primo scheletro. Lo chiamammo frate
Giacomino”, sorride Vianello.
Da
due anni San Giacomo è a tutti gli effetti recuperata, nei
marginamenti e negli edifici. Ora sta pian piano trovando
un’anima. “Oltre alle iniziative dei Vas, organizziamo
visite guidate, vengono qui le scuole e stiamo progettando il centro
ambientale: l’isola potrebbe diventare la porta d’accesso
del Parco della Laguna, valorizzando gli aspetti naturalistici e
archeologici. Se poi l’Actv mettesse una fermata, ci piacerebbe
creare una scuola di voga veneta, perché di fronte
all’isola c’è una barena che crea un’area
tranquilla, difesa dal moto ondoso”. Eccolo, il cruccio che
torna: “Qui davanti passano a tutta velocità e non
rallenta nessuno. Già si vedono i primi danni, le prime
sgretolature dei muri”. Ma lo sguardo corrucciato di Vianello si
illumina in un sorriso appena guarda la “sua” isola tornata
a vivere: “E’ venuto a trovarci Gino Strada, così
come alla presentazione del progetto di recupero era venuta Rita Levi
Montalcini, presidentessa onoraria del Green Cross Italia”. La
gioia più grande però non sono i “vip” in
isola: “Sono le decine di barche che si sono fermate da noi
durante la Vogalonga per una grigliata. Le barche di quelli che si
gustano la laguna”. E non fanno onde.
SCHEDA
Ha una superficie di 12.496 metri quadri, di cui 11.896 edificati. Si trova a nord-est di Murano.
Nel
1046 il doge Orso Badoer concesse l’isola a Giovanni Trono di
Mazzorbo per erigervi un monastero dedicato a San Giacomo Maggiore che
desse accoglienza a viandanti e pellegrini.
Nel
1238 il convento passò alle monache cistercensi, che ampliarono
il perimetro dell’isola. Nel 1440 esse abbandonarono il monastero
trasferendosi nell'abbazia di Santa Margherita di Torcello. Durante la
pestilenza del 1456 San Giacomo fu utilizzato temporaneamente come
lazzaretto. Dopo un periodo di abbandono nel XVI secolo vi si
insediarono i frati minori conventuali. I francescani vi costruirono,
una chiesetta un nuovo piccolo convento e una foresteria.
Tuttavia
l'isola si trovò spesso a combattere contro la decadenza e
soprattutto l'erosione degli argini e più volte i monaci furono
sollecitati dalla Serenissima a restaurare il complesso.
Nel 1810 gli editti napoleonici soppressero il monastero, che fu demolito.
Tra
la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX
l’isola divenne sede di un ridotto e di un presidio militare: vi
furono installate tre polveriere e altri edifici a servizio della
guarnigione.
Nel 1961 l’isola fu abbandonata dai militari.
Nel
1993 il Magistrato alle Acque ha restaurato la cavana e il muro di
cinta, che è però presto nuovamente degradato.
Nel 1999 è stata affidata in concessione ai Vas.
Dal 2001 al 2006 il Magistrato alle Acque ha realizzato i lavori di recupero del muro perimetrale e degli edifici interni.
L’associazione
Vas vi realizza visite guidate, laboratori didattici in collaborazione
con le scuole e sta progettando la realizzazione di un centro di
educazione ambientale e di documentazione archeologica.