Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Serena Spinazzi Lucchesi

 

Isola Certosa Cesare Scarpa

“Ogni giorno vengo qui a leggere il giornale in questo posto, in mezzo a loro. E’ la mia oasi di tranquillità”. Loro sono le capre tibetane che popolano l’isola, lui è Cesare Scarpa: si direbbe il riposo del guerriero, dopo anni di battaglie in difesa della Certosa. In realtà non è un riposo poi così trionfale: la battaglia è vinta, certo, perché l’isola-discarica, con poligono di tiro in mezzo alla laguna, oggi è tornata a vivere. C’è il centro velistico di Alberto Sonino, c’è Cesare Scarpa che si occupa della guardania, eppure… “Eppure sento che non abbiamo vinto del tutto. Si deve ancora da lottare, perché quest’isola sia patrimonio di tutti, non solo di chi ci arriva in barca a vela”.

Dentro l’ufficio di Scarpa si capisce meglio il senso delle sue parole. Ogni oggetto parla delle battaglie fatte, ci sono le vedute aeree dell’isola, vecchie foto, progetti… Persino il “machete” posato sul tavolo ha un valore storico, oltre che tradire una certa passione di Cesare per le armi, pur essendo un pacifista dichiarato: “Con questo – mostra il coltellaccio – abbiamo cominciato a liberare la Certosa dalla giungla che l’aveva invasa”.

Parla al plurale, Scarpa, perché negli anni ’80 a portare avanti un’azione politica in favore della Certosa furono gli attivisti di un partito, Democrazia Proletaria: “Dp univa la politica e l’ambiente e qui cercammo un luogo simbolo. La Certosa lo era per il suo potenziale ambientale, ma anche in chiave di battaglia pacifista contro il poligono di tiro”. Si cominciò facendo conoscere l’isola, che negli anni era diventata la discarica privilegiata dei veneziani: “Qualche spiritoso ci ha persino portato un salotto intero, arredato come fosse in casa, con tavolino lampada e tutto”. E poi, dal 1985, cominciò l’era dei “Certosa Day”, giornate dedicate alla pulizia dell’isola, durante le quali negli anni sono passati migliaia di veneziani. Manifestazioni non autorizzate ma tollerate, tanto che il comandante dei carabinieri, racconta Scarpa, era arrivato a salutarlo dicendogli “Anche quest’anno un’altra denuncia eh?”.

Ma Scarpa non è solo un attivista. Per 17 anni è stato membro della Commissione regionale che sovrintende i beni demaniali militari e i poligoni di tiro, come dire, l’uomo giusto al posto giusto. E’ proprio lavorando nella commissione che gli riesce, nel 1997, di far chiudere il poligono di tiro: per anni si ritroveranno bossoli e proiettili tra le sterpaglie.

Con gli anni ’90 la campagna di sensibilizzazione arriva a toccare le corde giuste e a trovare nella prima giunta Cacciari il sostegno che serve. Si trovano persino dei fondi europei (“destinati alle aziende tessili in crisi, non sappiamo neanche noi perché”) e cominciano i lavori di recupero, lo scavo del canale, il marginamento, la ristrutturazione degli edifici. Intanto Scarpa entra nel cda della cooperativa sociale il Cerchio e organizza la guardania: “Arrivammo qui nel 2000 che non c’erano né luce né gas, ma organizzammo subito il servizio e la cura del verde”. Perché le isole sono così: basta lasciarle sole un attimo e tornano all’incuria e al degrado. Mancava però la destinazione, perché la Certosa avesse un’anima e infatti Scarpa si ritrova “per quattro anni a fare la vigilanza al nulla”. Finché non parte il progetto di Vento di Venezia. “Progetto validissimo, per carità, ma non era la nostra ipotesi. Noi pensavamo a un centro cantieristico, per le barche tradizionali e quelle storiche”. Nelle parole di Scarpa c’è una punta di amarezza. Lui, che di mestiere è grafic designer e divide la sua giornata tra il lavoro – quello vero – e la passione per l’isola, gira per la Certosa e pensa al futuro: “Qui si potrebbe recuperare il percorso archeologico, qui ci sarebbe l’ingresso del parco della laguna. Qui invece si potrebbe realizzare un ponte per unirci alle Vignole”. Guarda di traverso il tappeto d’erba trapiantato e ben tosato dello Ied, il centro di grafica sorto da un anno. Poi guarda le capre, quelle che ogni mattina gli fanno compagnia, quando viene a nascondersi nel posto più lontano e impervio dell’isola. E si capisce che medita ancora battaglia.

SCHEDA ISOLA DELLA CERTOSA

Ha una superficie di 24 ettari, di cui 18000 metri quadri edificati, ed è situata nel lato est di Venezia tra Sant’Elena e le Vignole.

Anticamente la Certosa era costituita da due piccole isole divise da un canale, interrato nel 1199.

Alla fine del XII secolo il vescovo di Castello affidò l'isola a Domenico Franco, sacerdote della chiesa di Santa Sofia di Venezia, perchè vi erigesse un tempio ed un monastero agostiniano in onore di Sant'Andrea Apostolo, da cui inizialmente prese nome l'intera isola.

Abbandonata dagli agostiniani nel 1419, nel 1422, su consiglio di San Bernardino da Siena, si insediarono i Certosini di Firenze: da allora l'isola venne chiamata "di San Bruno", dal nome del fondatore dei Certosini in Francia, o più comunemente "della Certosa" o "La Certosa".

Destinata a luogo di sepoltura di alcune famiglia patrizie veneziane, l’isola venne abbandonata dai padri Certosini nel 1806 e, con la soppressione degli ordini religiosi, destinata da Napoleone a uso militare e spogliata delle sue opere d'arte.

L’esercito italiano nella prima metà del Novecento utilizzò l’isola come stabilimento per la lavorazione degli esplosivi. Con la chiusura dello stabilimento nel 1958 e poi delle altre installazioni militari, nel 1968 l’isola cadde in un profondo stato di degrado.

Fino al 1997 la zona est viene usata come poligono di tiro dal battaglione dei Lagunari della vicina caserma Sant’Andrea.

La rinascita dell’isola inizia nel 1985 con un gruppo di volontari che dà vita al "Comitato Certosa", che lavora ad un progetto di parco.

Nel 1997 iniziano i lavori di recupero, finanziati da Unione europea, Legge speciale e dal Comune di Venezia, che ne ottiene la concessione novantanovennale dal Demanio.

Il complesso restaurato viene assegnato nel 2004 a Vento di Venezia, società composta da giovani imprenditori appassionati di nautica che insediano un Polo nautico, compatibile con la nascita del Parco della Laguna, attualmente in fase di sviluppo.

Isole Lazzareto nuovo Fazzini

La storia, che insegnava a scuola, non gli bastava. “Ero alla ricerca di qualcosa che mi potesse dare la dimensione concreta degli avvenimenti storici, qualcosa di vivo”. Gerolamo Fazzini nella storia ci voleva proprio entrare. Ecco perché si è appassionato all’archeologia, la scienza che fa toccare con mano, in senso letterale, quel che la storia deposita nei secoli. E lui, una ventina d'anni fa, ha cominciato a mettere le mani tra la melma e le pietre dell'isola del Lazzaretto Nuovo. “Un'isola che continua a dare grandi soddisfazioni”: dice adesso, parlandone quasi come un innamorato che ancora si stupisce, dopo tanto tempo, della passione che lo lega all'amata.

L'isola, in effetti, è uno scrigno di tesori archeologici, monete - tantissime di tutte le epoche e provenienze – suppellettili, iscrizioni, antiche sepolture.

All'inizio, però, l'isola era ben diversa. “Era stata ottenuta in concessione nel 1977 dall'Ekos Club, il primo ad occuparsene fu Sandro de Martin – ricorda Fazzini – che, in accordo con i militari, aveva cercato di salvare il salvabile dai saccheggi, allora purtroppo molto frequenti”.

I primi anni servono soprattutto a recuperare l'isola, a sottrarla al degrado, a ristrutturare edifici come le tese e il tezòn. E intanto a proseguire con le attività di scavo archeologico. Quel gruppo di appassionati trovò il giusto appoggio in Margherita Asso, la “soprintendente di ferro” di quegli anni: “Ci prese in simpatia. Una volta mi chiese, in modo molto diretto: ‘Ma voi lì, fate sul serio?’. C'era infatti la possibilità di ottenere dei fondi”.

E l'isola, racconta Fazzini, cominciò a rispondere “alla grande”. Le oltre 400 monete emerse ne fanno uno dei siti più importanti per questo tipo di ritrovamenti. “E poi sono affiorate le testimonianze della storia marinara antica, grazie alle scritte lasciate sui muri da chi sbarcava qui dalle navi, per la quarantena. Testimonianze affascinanti”.

Se in epoche lontane passarono di qua migliaia di marinai, in questi ultimi 20 anni migliaia gli appassionati di archeologia, provenienti da tutto il mondo, al Lazzaretto hanno trascorso settimane intere partecipando ai campi estivi di scavo. Gli scavi più recenti stanno portando alla luce le sepolture del campo santo che accolse le vittime della pestilenza del 1576: uno studio antropologico restituirà l’identikit dei veneziani di mezzo millennio fa.

Campi di scavo a parte, Fazzini in isola ci sta più tempo che può, dice. “Sono andato in pensione dall’insegnamento 15 anni fa e da allora è stato il mio impegno principale. All’inizio era un inferno, una vera e propria giungla di vegetazione fitta. Fino a quattro anni fa, poi, non c’era la luce, ma eravamo collegati con un cavo che correva sott’acqua a un contatore a Sant’Erasmo. Quante volte – sospira – quel cavo è stato tranciato dai pescatori e siamo rimasti al buio”. E ha coinvolto in questa passione anche le figlie Giorgia e Laura che, pur facendo tutt'altro mestiere e vivendo lontane, d'estate si trasferiscono al Lazzaretto. Ma, quando erano un po’ più piccole, seguivano il padre tutto l’anno: “La gente ci guardava partire con la barca, d’inverno, intabarrati, e ci dicevano che eravamo matti”, ricorda la figlia Giorgia. Proprio con la gente, con il popolo della laguna, ogni tanto ci sono incomprensioni: “Non è sempre facile far capire che l’isola è sì del Demanio, ma è stata data in concessione e quindi ci sono delle persone che la occupano, la curano e, per le visite, hanno fissato degli orari. Qualcuno arriva con la barca e se noi non gli apriamo si arrabbia”. Tra le visite avvenute fuori orario, una va certamente ricordata: “Sentiamo suonare al campanello e al citofono rispondiamo che è chiuso. L’uomo dall’altra parte, molto timidamente, ci dice che lui è Piero Angela e che stava facendo un giro in laguna…”.

Oggi Fazzini guarda oltre il Lazzaretto Nuovo: “Questa isola è recuperata e ha una sua destinazione. Ci sono altre realtà, già recuperate, ma dove la destinazione ancora non c’è. Credo che si dovrebbe pensare a una rete di isole per offrire itinerari ambientali e di interesse storico-antropologico”.

Intanto continua a curare la “sua” isola, a coccolarla: “E lei ricambia alla grande – ecco la passione di innamorato che torna – e non finisce mai di stupirmi”.

SCHEDA LAZZARETTO NUOVO

Ha una superficie di 87.000 metri quadri, di cui 3600 edificati. E’ situata a Est di Murano.

L’isola è citata per la prima volta in un atto di donazione del 1015 nel quale viene chiamata “Vigna Murada”, riferendosi a un vasto vigneto.

Nel 1107 il terreno divenne di proprietà dei frati del monastero di S. Giorgio maggiore che la conservarono fino alle soppressioni napoleoniche. Nel corso dei secoli il monastero affittò spesso l'isola a vari privati.

Tra il XIV e il XV secolo furono edificati un piccolo ospizio ed una chiesetta dedicata a S. Bartolomeo.

Nel 1468 il Senato decretò l'edificazione di un lazzaretto con compito di prevenzione dal contagio: qui si tenevano in quarantena le navi in arrivo a Venezia. Venne detto “Novo” per distinguerlo da quello “Vecchio” presso il Lido dove erano ricoverati i casi di contagi conclamati. La struttura era quadrilatera e suddivisa in piccole abitazioni autonome. Con la pestilenza del 1576, anche qui furono condotti i malati di peste e i corpi sepolti nel cimitero dell’isola, dove ora si sta scavando.

Nel 1793 la Serenissima aprì il Lazzaretto nuovissimo a Poveglia e l’isola cadde in un progressivo degrado, che le soppressioni napoleoniche non fecero che acuire.

Nell’Ottocento l'isola divenne zona militare e fu trasformata prima in deposito di polveri e poi fortificata con terrapieni e bastioni esterni al recinto sorico.

Il Lazzaretto viene dismesso dai militari solo nel 1975, anno in cui l’isola è affidata all’associazione di volontari Ekos Club che ne hanno garantito il recupero e la conservazione.

A metà degli anni ’90 la Soprintendenza ai Beni architettonici e ambientali di Venezia ha curato il restauro dei due caselli da polveri cinquecenteschi.

Da 20 anni l’Archeoclub Italia con il Centro internazionale di Ricerche archeologiche organizza campi estivi di scavo in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto.

Vengono inoltre organizzate visite guidate all’isola e al suo patrimonio archeologico.

Isole Sacca Sessola della Toffola

Chi non l’ha sognato almeno una volta nella vita. Andare a vivere in un’isola deserta, lontani dal mondo, soli con se stessi, il mare e la natura. Non necessariamente occorre rifugiarsi in un atollo polinesiano, per coronare questo sogno:c’è chi l’ha fatto in laguna di Venezia, andando a vivere in una delle isole abbandonate che circondano la città. “Era una scommessa con me stessa”, racconta Cristina Della Toffola che per tre anni ha vissuto, quasi in solitaria, a Sacca Sessola. Una scelta di vita che ancora oggi, tornata alla “civiltà”, si porta dentro: “Sì, mi manca ancora. Mi mancano quelle giornate tutte per me”. Non che lì, a Sacca Sessola, ci fosse di che annoiarsi. Ex sanatorio, per decenni ospedale per la cura della tubercolosi, l’isola fino a pochi anni fa aveva ancora delle strutture funzionanti per l’Ulss, e l’azienda negli anni ’90 aveva affidato a una società esterna la guardania: “Vinsi il bando e con due soci e alcuni collaboratori organizzammo il lavoro. Era una custodia che richiedeva molto impegno. Non c’era solo da impedire agli estranei di avvicinarsi”. C’era infatti da garantire l’accesso alle strutture dell’Ulss così come al centro di ricerche di tecnologie marine che aveva ancora in concessione una piccola parte dell’isola. “Questo voleva dire tenere puliti dalla vegetazione i vari accessi. Io mi trasferii nella ex casa del direttore. Molto bella, con una vista fantastica sulla laguna, ma con parecchi problemi soprattutto d’inverno, perché il riscaldamento praticamente non funzionava”. Il lavoro di custodia comportava “giri in moto ogni ora lungo il perimetro, per impedire attracchi e far sempre vedere che l’isola era sorvegliata” e poi varie attività di disboscamento e pulizia dalla fitta vegetazione che aveva invaso il grande parco attorno alla struttura sanitaria.

La vita quotidiana era impegnativa: “Non c’era tempo per annoiarsi. Dal punto di vista pratico con la barca mi spostavo a Venezia ogni tanto per procurarmi quel che serviva. Avevo imparato a non aspettare mai l’ultimo momento per un acquisto o una commissione, perché spostarsi in barca, anche se il tragitto è breve, può sempre riservare degli imprevisti. D’inverno soprattutto, quando c’è il maltempo o la nebbia, è meglio non muoversi. L’acqua rappresenta certamente una barriera, ma non lo è più se ci si adatta ai suoi ritmi”. C’è nostalgia nel racconto di Cristina. “Non ho mai avuto paura, avevo con me un grosso cane che avvisava appena si avvicinava qualcuno. E non ho neppure sofferto di solitudine: c’erano i colleghi e poi tante persone che venivano a trovarmi. Da lì ho apprezzato meglio i rapporti con le persone, perché erano più veri. Chi arrivava lo faceva perché aveva davvero piacere di incontrarmi, c’era più intensità”.

E’ quasi scontato dire che i tre anni a Sacca Sessola hanno rivoluzionato la vita di Cristina Della Toffola, ma è davvero così: “Ho fatto per dodici anni la logopedista, poi la mia passione per il mare e le barche mi aveva portata a Brindisi a insegnare in una scuola di vela. E quindi è arrivata questa opportunità a Sacca Sessola. Non mi interessava in sé il lavoro di custodia, ma ero affascinata dall’idea di andare a vivere là. Devo dire che si stava bene. Anzi, purtroppo siamo andati via proprio quando si cominciava a stare bene sul serio. Avevamo liberato parecchie aree, avevamo un orto che ci garantiva grande autonomia. Essendo l’isola creata con terreno di riporto, con fanghi della laguna, il terreno era molto ricco, le verdure crescevano magnificamente”. E poi c’era il contatto con la natura, ancora incontaminata: “C’erano piante splendide, ulivi, cedri, e poi si fermavano uccelli migratori. Devo dire che si viveva in un posto bello. Potrei paragonare la mia scelta a quella di chi decide di andare a vivere in campagna. Certo, bisogna saper stare da soli, non farsi prendere dall’ansia. Ma devo dire che quelle giornate di tranquillità oggi mi mancano”.

Oggi, dopo che Sacca Sessola è stata ceduta ai privati, Cristina è tornata a vivere a Venezia. Ma la passione per la laguna è ancora la sua ragione di vita: con la cooperativa Terra e Acqua organizza itinerari tra le isole a bordo del suo bragozzo, un’imbarcazione tipica, comprata proprio ai tempi di Sacca Sessola: “All’inizio mi muovevo con barche piccole, ma non erano molto sicure. Così ho preso questo bragozzo”.

Diversi altri attrezzi, invece, sono rimasti là, insieme a tanti ricordi e a un certo rimpianto. “Alla fine – conclude Cristina – in quell’isola ho lasciato un pezzo della mia vita”.

SACCA SESSOLA

E’ situata a sud della Giudecca, ha un’estensione di 160.269 metri quadri, di cui 13.457 edificati

Venne creata artificialmente tra il 1860 e il 1870 con terre di riporto dagli scavi dei canali della stazione marittima. Inizialmente di proprietà della Regia Amministrazione venne ceduta al Comune di Venezia il 2 luglio 1875; l'Ente adibì l'area a capannoni per il Deposito Generale dei Petroli. Questa attività venne dismessa nel 1892.

Iniziò il progetto per stabilire a Sacca Sessola un ospedale per malattie contagiose endemiche. In seguito alla fine dell'epidemia di colera del 1911 si decise di cambiare la destinazione della struttura: nel 1914 venne inaugurato l'Ospedale San Marco per la cura della tubercolosi polmonare.

Nel 1921 venne edificata la chiesa in stile neo-romanico; nel 1923 viene costruito il padiglione ricreativo.

Nel 1927 il Comune donò l'isola ad un ente statale (il futuro Inps) affinché vi costruisse un nuovo ospedale da 300 posti. I lavori iniziarono nel 1931.

Nel 1936 venne inaugurato da re Vittorio Emanuele III l'ospedale pneumologico De Giovanni. Intorno ai padiglioni si realizzarono il grande parco, la centrale termica, i depositi, le officine, il dopolavoro col cinematografo e la torre idrica.

Nel 1979 l'Ospedale cessa la sua attività ed inizia un lento processo di abbandono e di degrado.

Nel 1981 la proprietà dell'isola è trasferita al Comune con il vincolo della destinazione del bene all’azienda sanitaria.

Nel 1992 parte dell'isola viene affidata all'associazione Venice International Center for Marine Sciences of Tecnologies che svolge ricerche nel campo della scienza e tecnologia marina.

L’isola resta assegnata all’Ulss fino al 1999, quando viene acquistata dalla Cit, la Compagnia italiana turismo che ristruttura il complesso per realizzarvi un maxi albergo di lusso, con centro congressi, piscine, campi da tennis e da golf. Ma i guai finanziari della Cit, che portano la Compagnia al commissariamento, bloccano l’avanzare del progetto. La Cit viene acquistata nel 2007 all’asta da Soglia e da Aaeral Bank: è proprio l’istituto di credito tedesco ad acquisire in particolare Sacca Sessola per 85 milioni di euro. I lavori di restauro sono ripresi in quest’ultimo periodo.

Isole San Giacomo Vianello

Di notte guida i motoscafi, quelli che le onde le sollevano per forza di cose. Di giorno è in isola a scrutare con occhio torvo i colleghi che sfrecciano a pochi metri dalle sponde appena restaurate: “E già si vedono i primi danni”, borbotta. Quasi una contraddizione biografica, quella di Dario Vianello, pilota di mezzi di linea e referente nazionale dei Vas per l’isola di San Giacomo in Paluo: “E’ vero, anch’io contribuisco al moto ondoso, ma le onde le faccio mio malgrado. Il sistema del trasporto e i tempi frenetici del turismo ti costringono a correre. Poi, è vero, ci sono anche i maleducati…”. Lui invece è uno che sta attento, sensibile alle tematiche ambientali. Tanto sensibile da prendersi a cuore le sorti dell’isola di San Giacomo e di andarci, lui di Favaro, quasi ogni giorno. “C’è sempre da fare. Basta fermarsi un attimo e crescono le sterpaglie”.

La storia del recupero di San Giacomo si intreccia con l’ambientalismo attivo dei Vas e con l’archeologia. Guarda caso, le due passioni di Vianello. “Mi ero avvicinato ai Vas perché proponevano un ambientalismo non integralista, ma rapportato alla società in cui viviamo, come dice la stessa sigla, ‘Verdi Ambiente e Società’. L’associazione venne contattata intorno agli anni ’70 dall’Evr, l’Equipe veneziana di ricerca, un gruppo di appassionati archeologi, i primi a segnalare i problemi di San Giacomo”. Anche Vianello si era avvicinato all’archeologia, partecipando ad alcuni corsi: “E’ così che sono entrato in contatto con l’isola”.

Intanto i Vas cominciano a studiare un piano di recupero: “L’idea era quella di creare un centro studi ambientali sulla laguna”. Ed è un’idea che permane, ma prima occorreva restaurare le strutture. Mentre i Vas ottengono la concessione dal Demanio nel 1999, iniziano i lavori del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova. Lavori che non nascono sotto una buona stella. “Ci furono contestazioni sui metodi di recupero, che rallentarono di molto le tempistiche tanto da terminare solo nel 2006, cioè cinque anni dopo l’inizio”, ricorda Vianello. Il momento più cupo fu il fattaccio del crollo del muro di recinzione. Ancora gli si corruga la fronte quando ripensa a quel sabato, “proprio alla vigilia di un’iniziativa in isola dei Vas. Fu traumatico. Chissà cosa sarebbe successo se fosse crollato mentre c’era la gente”. Il crollo del muro di cinta, antico di secoli, portò alla sospensione dei lavori per un anno. Di fatto si doveva decidere se ristrutturare con i materiali originali (come voleva la Soprintendenza) o ricostruire ex novo: il crollo del muro fece optare per la seconda ipotesi. Altra scelta dolorosa fu quella di non procedere con gli scavi archeologici sui bassi fondali di fronte al pontiletto, sul quarto lato dell’isola. “C’erano dei reperti romani, ma si sarebbe dovuto seccare tutto. Il Magistrato alle acque decise di andare avanti con il marginamento”. In isola l’archeologia ha portato alla luce antichi resti e pure le sepolture dei frati: “Ricordo l’emozione quando gli archeologi trovarono il primo scheletro. Lo chiamammo frate Giacomino”, sorride Vianello.

Da due anni San Giacomo è a tutti gli effetti recuperata, nei marginamenti e negli edifici. Ora sta pian piano trovando un’anima. “Oltre alle iniziative dei Vas, organizziamo visite guidate, vengono qui le scuole e stiamo progettando il centro ambientale: l’isola potrebbe diventare la porta d’accesso del Parco della Laguna, valorizzando gli aspetti naturalistici e archeologici. Se poi l’Actv mettesse una fermata, ci piacerebbe creare una scuola di voga veneta, perché di fronte all’isola c’è una barena che crea un’area tranquilla, difesa dal moto ondoso”. Eccolo, il cruccio che torna: “Qui davanti passano a tutta velocità e non rallenta nessuno. Già si vedono i primi danni, le prime sgretolature dei muri”. Ma lo sguardo corrucciato di Vianello si illumina in un sorriso appena guarda la “sua” isola tornata a vivere: “E’ venuto a trovarci Gino Strada, così come alla presentazione del progetto di recupero era venuta Rita Levi Montalcini, presidentessa onoraria del Green Cross Italia”. La gioia più grande però non sono i “vip” in isola: “Sono le decine di barche che si sono fermate da noi durante la Vogalonga per una grigliata. Le barche di quelli che si gustano la laguna”. E non fanno onde.

SCHEDA

Ha una superficie di 12.496 metri quadri, di cui 11.896 edificati. Si trova a nord-est di Murano.

Nel 1046 il doge Orso Badoer concesse l’isola a Giovanni Trono di Mazzorbo per erigervi un monastero dedicato a San Giacomo Maggiore che desse accoglienza a viandanti e pellegrini.

Nel 1238 il convento passò alle monache cistercensi, che ampliarono il perimetro dell’isola. Nel 1440 esse abbandonarono il monastero trasferendosi nell'abbazia di Santa Margherita di Torcello. Durante la pestilenza del 1456 San Giacomo fu utilizzato temporaneamente come lazzaretto. Dopo un periodo di abbandono nel XVI secolo vi si insediarono i frati minori conventuali. I francescani vi costruirono, una chiesetta un nuovo piccolo convento e una foresteria.

Tuttavia l'isola si trovò spesso a combattere contro la decadenza e soprattutto l'erosione degli argini e più volte i monaci furono sollecitati dalla Serenissima a restaurare il complesso.

Nel 1810 gli editti napoleonici soppressero il monastero, che fu demolito.

Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX l’isola divenne sede di un ridotto e di un presidio militare: vi furono installate tre polveriere e altri edifici a servizio della guarnigione.

Nel 1961 l’isola fu abbandonata dai militari.

Nel 1993 il Magistrato alle Acque ha restaurato la cavana e il muro di cinta, che è però presto nuovamente degradato.

Nel 1999 è stata affidata in concessione ai Vas.

Dal 2001 al 2006 il Magistrato alle Acque ha realizzato i lavori di recupero del muro perimetrale e degli edifici interni.

L’associazione Vas vi realizza visite guidate, laboratori didattici in collaborazione con le scuole e sta progettando la realizzazione di un centro di educazione ambientale e di documentazione archeologica.


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