Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Alessandro Tortato

 

La “Battarella”

Avete presente quei gruppetti di bambini che a Venezia, nel giorno di San Martino, entrano nelle botteghe con mestoli di legno, coperchi e qualche bomboniera di latta, cantando il ritornello di una questua per ottenere monete e dolci appositi fatti da fornai e pasticceri? Ebbene, dietro l’innocente allegria di quei ragazzini, si cela un vero e proprio rito diffuso in tutta Europa ed ovunque gli europei siano emigrati, la “battarella”, a cui Marco Fincardi, docente di Storia dell’Europa contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha dedicato un interessante volume pubblicato recentemente da Cierre: “Il rito della derisione. La satira notturna delle battarelle in Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia (186 pp., 12 euro).

Della “battarella” si sono occupati altri studiosi nel passato. In epoca fascista, ad esempio, Raffaele Corso, illustre antropologo, nel compilare la voce “battarella” per l’Enciclopedia italiana, spiegava che “Far le batarele, nel Veronese, è detto l’uso di accompagnare il vedovo o la vedova, che si rimarita, con suoni di campani o di corni, con strepiti e rumori di coperchi e recipienti di latta, di ferro, di rame, con urla e fischi”. Accanto ad una funzione rituale, vi è anche un uso “produttivo” della “battarella”. Fin dai tempi antichi, infatti, gli apicoltori si servirono di tale prassi per governare le api e provocarne la sciamatura, una consuetudine descritta anche da Virgilio nelle “Georgiche”. La pratica è diffusa ancor oggi nelle campagne venete, dove ha assunto il nome di tambusso, e consiste nel battere l’arnia con martelletti o bastoni, mentre si emette del fumo per frastornare le api, facendole uscire dai favi e trasferire in una nuova sede. Claude Lévi Strauss, in alcuni suoi studi, sostiene che come per tanti secoli la “battarella” aveva indotto a determinati comportamenti alcuni animali ai fini della caccia, della pesca, dell’apicoltura e dell’agricoltura, così, nel campo umano, il rumore fatto agli sposi serviva a condizionare ed obbligare gli individui a sottoporsi alle regole imposte dal gruppo che nella comunità amministrava l’esecuzione di un rituale in nome di valori sociali stabili o mutabili.

Lo studio di Fincardi dimostra come sin dal Medioevo, in area veneta non solo, la gioventù abbia goduto di diritti consuetudinari che le consentivano di pronunciarsi in modo fragoroso su fidanzamenti o matrimoni, o di mettere in ridicolo, durante le ore notturne, i comportamenti sconvenienti del singolo. Sino al Concilio di Trento la ritualità delle scampanate notturne convisse pacificamente con la cultura ecclesiastica, ma in epoca successiva, anche nella nostra regione, la Chiesa assunse un ruolo di punta nel delegittimare tale usanza che tuttavia mai si estinse. In una fonte ottocentesca, relativa ad una matrimonio tra vedovi tenutosi a Castelfranco, si legge che: “Era inalterabile costume che la festa durasse tre notti successive e che si erigesse un palco dirimpetto alla casa dei bigami. Non mancava la musica vocale e strumentale…ed il baccano di certe canzonacce. Al finire di questi canti, i battimenti, gli urli, le fischiate e il fracasso, che si faceva ad un tempo da migliaja di bocche, era tale, che ogni fedel cristiano avrebbe dovuto arrestare il passo per timore che la città se ne andasse a ferro e fuoco”. Nell’aneddotica veneziana, da una particolare “battarella” legata al matrimonio di una vecchia “brutta e zoppa ma danarosa”, si diffuse il costume del garanghello, la scampagnata in barca con pasto in laguna o sulla spiaggia. Pare addirittura che durante tali garanghelli abbiano avuto origine le casse peote. Ed oggi? Trascurando le tradizioni dei coscritti per il servizio di leva non più obbligatorio, appare curioso notare come ad inaugurare le proteste per l’allargamento della base militare Dal Molin di Vicenza, sia stato proprio l’antico e disordinato rumore di una “battarella” anche se, come giustamente rileva l’autore, pare difficile “nell’era della globalizzazione capire se l’uso della battarella derivi dal permanere di tradizioni locali o dall’imitazione di comportamenti che in altri contesti sono parsi efficaci”.

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