La “Battarella”
Avete
presente quei gruppetti di bambini che a Venezia, nel giorno di San
Martino, entrano nelle botteghe con mestoli di legno, coperchi e
qualche bomboniera di latta, cantando il ritornello di una questua per
ottenere monete e dolci appositi fatti da fornai e pasticceri? Ebbene,
dietro l’innocente allegria di quei ragazzini, si cela un vero e
proprio rito diffuso in tutta Europa ed ovunque gli europei siano
emigrati, la “battarella”, a cui Marco Fincardi, docente di
Storia dell’Europa contemporanea all’Università
Ca’ Foscari di Venezia, ha dedicato un interessante volume
pubblicato recentemente da Cierre: “Il rito della derisione. La
satira notturna delle battarelle in Veneto, Trentino, Friuli Venezia
Giulia (186 pp., 12 euro).
Della
“battarella” si sono occupati altri studiosi nel passato.
In epoca fascista, ad esempio, Raffaele Corso, illustre antropologo,
nel compilare la voce “battarella” per l’Enciclopedia
italiana, spiegava che “Far le batarele, nel Veronese, è
detto l’uso di accompagnare il vedovo o la vedova, che si
rimarita, con suoni di campani o di corni, con strepiti e rumori di
coperchi e recipienti di latta, di ferro, di rame, con urla e
fischi”. Accanto ad una funzione rituale, vi è anche un
uso “produttivo” della “battarella”. Fin dai
tempi antichi, infatti, gli apicoltori si servirono di tale prassi per
governare le api e provocarne la sciamatura, una consuetudine descritta
anche da Virgilio nelle “Georgiche”. La pratica è
diffusa ancor oggi nelle campagne venete, dove ha assunto il nome di
tambusso, e consiste nel battere l’arnia con martelletti o
bastoni, mentre si emette del fumo per frastornare le api, facendole
uscire dai favi e trasferire in una nuova sede. Claude Lévi
Strauss, in alcuni suoi studi, sostiene che come per tanti secoli la
“battarella” aveva indotto a determinati comportamenti
alcuni animali ai fini della caccia, della pesca, dell’apicoltura
e dell’agricoltura, così, nel campo umano, il rumore fatto
agli sposi serviva a condizionare ed obbligare gli individui a
sottoporsi alle regole imposte dal gruppo che nella comunità
amministrava l’esecuzione di un rituale in nome di valori sociali
stabili o mutabili.
Lo
studio di Fincardi dimostra come sin dal Medioevo, in area veneta non
solo, la gioventù abbia goduto di diritti consuetudinari che le
consentivano di pronunciarsi in modo fragoroso su fidanzamenti o
matrimoni, o di mettere in ridicolo, durante le ore notturne, i
comportamenti sconvenienti del singolo. Sino al Concilio di Trento la
ritualità delle scampanate notturne convisse pacificamente con
la cultura ecclesiastica, ma in epoca successiva, anche nella nostra
regione, la Chiesa assunse un ruolo di punta nel delegittimare tale
usanza che tuttavia mai si estinse. In una fonte ottocentesca, relativa
ad una matrimonio tra vedovi tenutosi a Castelfranco, si legge che:
“Era inalterabile costume che la festa durasse tre notti
successive e che si erigesse un palco dirimpetto alla casa dei bigami.
Non mancava la musica vocale e strumentale…ed il baccano di
certe canzonacce. Al finire di questi canti, i battimenti, gli urli, le
fischiate e il fracasso, che si faceva ad un tempo da migliaja di
bocche, era tale, che ogni fedel cristiano avrebbe dovuto arrestare il
passo per timore che la città se ne andasse a ferro e
fuoco”. Nell’aneddotica veneziana, da una particolare
“battarella” legata al matrimonio di una vecchia
“brutta e zoppa ma danarosa”, si diffuse il costume del
garanghello, la scampagnata in barca con pasto in laguna o sulla
spiaggia. Pare addirittura che durante tali garanghelli abbiano avuto
origine le casse peote. Ed oggi? Trascurando le tradizioni dei
coscritti per il servizio di leva non più obbligatorio, appare
curioso notare come ad inaugurare le proteste per l’allargamento
della base militare Dal Molin di Vicenza, sia stato proprio
l’antico e disordinato rumore di una “battarella”
anche se, come giustamente rileva l’autore, pare difficile
“nell’era della globalizzazione capire se l’uso della
battarella derivi dal permanere di tradizioni locali o
dall’imitazione di comportamenti che in altri contesti sono parsi
efficaci”.