Val Zoldana
“Zoldo
non è un paese né una valle che prende il nome dal suo
fiume ma è una dimensione dello
spirito…Un’entità globale che comprende tutto: i
villaggi, il cielo, la gente, le montagne…” A parlare
è Sebastiano Vassalli nel suo straordinario romanzo “Marco
e Mattio”, ambientato in Val Zoldana, un magnifico tappeto di
boschi e prati all’ombra del Pelmo e del Civetta, enormi colossi
dolomitici. La si raggiunge in breve tempo dalla pianura percorrendo
l’autostrada A27 sino a Belluno, proseguendo verso Longarone e
svoltando qui a sinistra per imboccare il “Canal”, oggi
statale 251, un tempo ardita mulattiera, unica via di comunicazione tra
la valle ed il mondo. D’inverno la percorrono ogni domenica
centinaia e centinaia di sciatori diretti a Pecol, punto di partenza
per le numerosissime piste del comprensorio del Civetta. Per secoli
attraverso questa profonda forra giungevano a Venezia i chiodi e gli
altri suppellettili in ferro necessari per costruire le invincibili
imbarcazioni della Serenissima. Tutta la zona era infatti naturalmente
vocata all’attività mineraria e lo testimoniano ancora i
toponimi locali: il centro principale della valle si chiama Forno ed
altre frazioni portano il nome di Fornesighe, Fusine, Fernovo. Ed
è proprio nel “Canal”, a metà strada tra
Longarone e Forno, che i zoldani scrissero una delle pagine più
gloriose della loro storia quando, in piena dominazione asburgica, nel
1848, in 400 fermarono ben 3.000 soldati austriaci che, al comando del
maresciallo Stürmer, stavano salendo verso il Cadore per cogliere
di sorpresa gli insorti di Pietro Fortunato Calvi. L’edificio su
cui è murata la lapide che ricorda l’avvenimento ospita
oggi uno dei migliori luoghi di ristoro della zona, la trattoria
“Da Ninetta” (via Canale 22, tel. 0437.78240), a conduzione
familiare, già aperta nell’Ottocento. Qui si ritrovano
ancora i sapori schietti della montagna bellunese partendo dai primi
piatti: gnocchi con burro e ricotta affumicata, al ragù, di
zucca, paste fatte in casa, minestre, risotti con i funghi, pasta e
fagioli alla zoldana, con patate e zucca. Come secondi cacciagione,
agnello, coniglio, carni alla brace, lo schiz (un formaggio fresco che
cuocendosi rilascia le goccioline di siero facendole
“schizzare”) ed il celebre “pastin”,
l’icona culinaria della provincia di Belluno, un impasto di
salsiccia non insaccato arricchito di spezie ed aromi, a forma di
polpetta schiacciata, cotto e servito con polenta. I dolci sono tutti
fatti in casa. Tornando alla storia della valle non si può
tacere su una vera e propria epopea: quella del gelato. Nella seconda
metà del 1800 la montagna veneta fu colpita da una profonda
crisi economica. Molti zoldani scesero in pianura o attraversarono le
alpi verso nord, abbandonando le miniere per vendere caldarroste e mele
caramellate. Qualcuno ebbe fortuna, come i Colussi, i cui biscotti sono
ancora ai vertici del mercato nazionale. D’estate, però,
il guadagno subiva un drastico calo: serviva qualcosa di diverso,
più leggero, più fresco. Ci si ricordò di un
curioso siciliano che tempo addietro era giunto in valle svelando i
segreti di una crema morbida e dolcissima: il gelato. L’uomo
aveva constatato che Zoldo offriva il meglio per produrlo: latte,
panna, uova, frutti di bosco ma anche neve e ghiaccio. Nasceva
così il leggendario gelato zoldano, preparato in apposite
tinozze, congelato con ghiaccio e sale, travasato in tini di legno
isolati con sacchi e venduto soprattutto in Austria e Germania con quei
tipici carrettini che si possono ancora ammirare in numerose fotografie
e stampe d'epoca. Nel 1894 il comune di Vienna ritirò ai zoldani
la licenza di venditori ambulanti per proteggere i pasticceri locali.
Fu allora che i nostri gelatai cominciarono ad affittare dei piccoli
negozi arredandoli con semplici panche ed una lanterna. Oggi quelle
botteghe sono diventate vere e proprie boutique del gelato e,
soprattutto in autunno e primavera, la val Zoldana è percorsa da
decine di auto tedesche di grossa cilindrata con alla guida i
discendenti di quei pionieri che tornano alla loro terra. Per degustare
l’originale gelato zoldano, senza esagerazione uno dei migliori
d’Italia, ci si rechi a Pecol “al Soler” (via Pecol
119, tel. 0437.789114) senza dimenticare di assaggiare anche le
fantastiche torte e biscotti di farine selezionate. E, ancora sulle
orme degli antichi gelatai di un tempo, da Pecol si salga pure ai 1783
metri della Forcella Staulanza, il valico che mette in comunicazione la
val Zoldana con la val Fiorentina. Ci si segga poi all’esterno
dell’omonimo rifugio (Tel. 0437. 788566 – 338.7900120)
gestito dalla grande guida alpina Marco Sala, da poco tornato da una
trionfale spedizione sull’Everest, e si ammirino le strapiombanti
pareti del Pelmo ed una prospettiva unica del Civetta, tra casunziei
alle rape rosse con semi di papavero, canederli verdi agli spinaci,
späzle allo speck, finferli, chiodini, porcini con polenta, pastin
zoldano, formaggi alla piastra, mirtilli con la panna montata,
macedonia di frutti di bosco allo yogurt naturale, una bella birra e
grappe d’ogni genere. Una meraviglia.