Veneti negli USA
La
prima frequentazione veneta nel sub-continente nordamericano? In un
libro del 1558 Nicolò Zeno il Giovane, veneziano, narra che un
suo antenato ed omonimo, valente navigatore, nel 1382, durante una
traversata per raggiungere l’Inghilterra e le Fiandre, si
imbatté in un terribile fortunale, naufragando presso
l’isola di Frislandia, le attuali Färöer. I marinai
trovarono soccorso ed accoglienza presso le popolazioni locali ed in
seguito lo Zeno, apprezzato per le sue competenze marinare, fu
addirittura assunto a servizio dal signore dell’isola.
Nell’arco di pochi mesi, Nicolò si fece raggiungere dal
fratello Antonio ed è proprio Antonio, in una lettera inviata ad
un altro fratello, a far menzione di un paese ancor più lontano,
in direzione Garbino (sud-ovest), chiamato “Drogio”,
descrivendolo come “grandissimo e quasi un nuovo mondo, ma di
gente roza e priva di ogni bene, perché vanno
nudi…” Di questa presunta scoperta dell’America
prima di Colombo e di altre numerosissime curiosità e notizie ci
parla il nuovo lavoro di Ulderico Bernardi “Veneti negli Stati
Uniti d’America”, pubblicato dalla Longo Editore di Ravenna
in collaborazione con la Regione Veneto (269 pp., 24 euro). Le origini
antiche ed illustri dell’emigrazione veneta nel Nord-America non
finiscono certo qui. Nel 1496, ad esempio, un altro navigatore
veneziano, Giovanni Caboto, lasciò Venezia per mettersi a
disposizione del re d’Inghilterra. L’anno dopo, a bordo
della “Matthew”, piccolo veliero con venti uomini
d’equipaggio, attraversò l’Atlantico toccando terra
probabilmente presso l’attuale Stato del Maine. Nel prendere
possesso di quel territorio, Caboto piantò nella sabbia una
croce, il vessillo di Sua Maestà Britannica e, dulcis in fundo,
la bandiera “de San Marco, per essere lui Venetiano”.
Compiendo un ardito salto nei secoli, nel 1805 ritroviamo tra le strade
di Manhattan Lorenzo Da Ponte, il geniale librettista di Mozart, veneto
di Ceneda (oggi Vittorio Veneto), ivi giunto da Londra in fuga dai
creditori. Nella “Grande Mela” si arrangiò aprendo
una bottega di generi alimentari, distillando liquori, smerciando libri
e lavorando la terra. Morì da emigrante il 17 agosto del 1838 e
della sua tomba non conserviamo traccia.
In
generale non possiamo considerare gli Stati Uniti d’America tra
le mete privilegiate dai grandi flussi di emigrazione veneta (nel 1907
solo il 6,1% degli emigranti veneti raggiunse gli U.S.A), il che non
toglie che, tra l’Ottocento ed il Novecento, numerose furono le
personalità della nostra regione ad offrire al Nuovo Mondo il
loro contributo di intelligenza e lavoro. Personaggi avventurosi come
il conte bellunese Carlo Camillo di Rudio, patriota e cospiratore
risorgimentale, attentatore di Napoleone III, galeotto evaso dalla
Guyana, che combatté al fianco del generale Custer contro Toro
Seduto e Cavallo Pazzo nella leggendaria battaglia del Little Bighorn.
Oppure il valoroso avvocato degli immigranti, il veronese Gino Speranza
che descrisse così la difficile condizione umana degli italiani
negli Stati Uniti: “La vita dell’italiano in America
è necessariamente una lotta; ciò è vero di ogni
emigrante, ma in special modo dell’emigrante italiano il quale
deve lottare contro la lingua, i costumi, il genio stesso del nuovo
paese, contro i pregiudizi delle masse e la prepotenza degli
ignoranti”. Ed è da menzionare anche l’opitergino
Amedeo Obici che nel 1895, diciottenne, cominciò a vendere a 5
centesimi il sacchetto bagigi sbucciati, tostati e leggermente salati
divenendo nel tempo “The Peanut’s King”, il re delle
noccioline, un vero titano dell’industria d’oltreoceano. Si
giunge ai nostri giorni con la storia del vicentino Federico Faggin,
classe 1941, scienziato di rilevanza planetaria, attivo nella Silicon
Valley e considerato unanimemente tra i padri del computer. Altri
tempi, altre motivazioni: “Mi piace come si lavora in
America” – spiega Faggin – “Ci sono certe cose
che mi piacciono di più in Italia, certo, ma questo è un
posto che dà delle opportunità difficili da trovare in
Italia”.