Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Alessandro Tortato

 

Veneti negli USA

La prima frequentazione veneta nel sub-continente nordamericano? In un libro del 1558 Nicolò Zeno il Giovane, veneziano, narra che un suo antenato ed omonimo, valente navigatore, nel 1382, durante una traversata per raggiungere l’Inghilterra e le Fiandre, si imbatté in un terribile fortunale, naufragando presso l’isola di Frislandia, le attuali Färöer. I marinai trovarono soccorso ed accoglienza presso le popolazioni locali ed in seguito lo Zeno, apprezzato per le sue competenze marinare, fu addirittura assunto a servizio dal signore dell’isola. Nell’arco di pochi mesi, Nicolò si fece raggiungere dal fratello Antonio ed è proprio Antonio, in una lettera inviata ad un altro fratello, a far menzione di un paese ancor più lontano, in direzione Garbino (sud-ovest), chiamato “Drogio”, descrivendolo come “grandissimo e quasi un nuovo mondo, ma di gente roza e priva di ogni bene, perché vanno nudi…” Di questa presunta scoperta dell’America prima di Colombo e di altre numerosissime curiosità e notizie ci parla il nuovo lavoro di Ulderico Bernardi “Veneti negli Stati Uniti d’America”, pubblicato dalla Longo Editore di Ravenna in collaborazione con la Regione Veneto (269 pp., 24 euro). Le origini antiche ed illustri dell’emigrazione veneta nel Nord-America non finiscono certo qui. Nel 1496, ad esempio, un altro navigatore veneziano, Giovanni Caboto, lasciò Venezia per mettersi a disposizione del re d’Inghilterra. L’anno dopo, a bordo della “Matthew”, piccolo veliero con venti uomini d’equipaggio, attraversò l’Atlantico toccando terra probabilmente presso l’attuale Stato del Maine. Nel prendere possesso di quel territorio, Caboto piantò nella sabbia una croce, il vessillo di Sua Maestà Britannica e, dulcis in fundo, la bandiera “de San Marco, per essere lui Venetiano”. Compiendo un ardito salto nei secoli, nel 1805 ritroviamo tra le strade di Manhattan Lorenzo Da Ponte, il geniale librettista di Mozart, veneto di Ceneda (oggi Vittorio Veneto), ivi giunto da Londra in fuga dai creditori. Nella “Grande Mela” si arrangiò aprendo una bottega di generi alimentari, distillando liquori, smerciando libri e lavorando la terra. Morì da emigrante il 17 agosto del 1838 e della sua tomba non conserviamo traccia.

In generale non possiamo considerare gli Stati Uniti d’America tra le mete privilegiate dai grandi flussi di emigrazione veneta (nel 1907 solo il 6,1% degli emigranti veneti raggiunse gli U.S.A), il che non toglie che, tra l’Ottocento ed il Novecento, numerose furono le personalità della nostra regione ad offrire al Nuovo Mondo il loro contributo di intelligenza e lavoro. Personaggi avventurosi come il conte bellunese Carlo Camillo di Rudio, patriota e cospiratore risorgimentale, attentatore di Napoleone III, galeotto evaso dalla Guyana, che combatté al fianco del generale Custer contro Toro Seduto e Cavallo Pazzo nella leggendaria battaglia del Little Bighorn. Oppure il valoroso avvocato degli immigranti, il veronese Gino Speranza che descrisse così la difficile condizione umana degli italiani negli Stati Uniti: “La vita dell’italiano in America è necessariamente una lotta; ciò è vero di ogni emigrante, ma in special modo dell’emigrante italiano il quale deve lottare contro la lingua, i costumi, il genio stesso del nuovo paese, contro i pregiudizi delle masse e la prepotenza degli ignoranti”. Ed è da menzionare anche l’opitergino Amedeo Obici che nel 1895, diciottenne, cominciò a vendere a 5 centesimi il sacchetto bagigi sbucciati, tostati e leggermente salati divenendo nel tempo “The Peanut’s King”, il re delle noccioline, un vero titano dell’industria d’oltreoceano. Si giunge ai nostri giorni con la storia del vicentino Federico Faggin, classe 1941, scienziato di rilevanza planetaria, attivo nella Silicon Valley e considerato unanimemente tra i padri del computer. Altri tempi, altre motivazioni: “Mi piace come si lavora in America” – spiega Faggin – “Ci sono certe cose che mi piacciono di più in Italia, certo, ma questo è un posto che dà delle opportunità difficili da trovare in Italia”.

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