Speciale "Volti di Sanguinetto"
Carriere. Il giornalista recentemente scomparso aveva iniziato a L'Arena per passare in via Solferino, dove si scherzava sulla sua visione di "Sanguinetto ombelico del mondo"
Dal Castello al trono della terza pagina
Giulio Nascimbeni, re dell'informazione culturale. Al Corriere fu collega e biografo del poeta Montale.
"Ma
cos'è questo Sanguinetto, l'ombelico del mondo?". Lo ripetevano
affettuosamente i grandi giornalisti Guglielmo Zucconi e Gaetano
Afeltra all'amico e collega Giulio Nascimbeni: Zucconi dietro le quinte
del programma "Tuttilibri" -andato in onda sul primo canale Rai tv dal
1967 al 1987 a cura del giornalista veronese scomparso giusto un anno
fa, il 28 gennaio 2008- Afeltra nei corridoi di via Solferino, alla
redazione del Corriere della Sera, dove Nascimbeni ha condotto una
prestigiosa carriera per oltre quarant'anni, dal lontano 1960. Tuttavia
l'altra metà del cuore, oltre a Milano, è rimasta nella
nativa Sanguinetto, dove Nascimbeni tornava spesso negli anni e dove ha
deciso di trascorrere nella propria casa, in pieno centro, gli ultimi
anni della sua vita. Per lui, ricordare ad altri il paese d'origine
significava riviverlo nella memoria, testimoniare un solido amore per
lo spirito genuino di quel microcosmo fatto dell'aria pura della
campagna, dei rapporti sanguigni ma sinceri con la gente, di storie di
vita quotidiane. La sua voce, coltivata in un giornalismo molto
prossimo alla letteratura, ha dato a Sanguinetto un'aura mitica, come
è successo alla Malo di Meneghello, alla Luzzara di Zavattini o
alla guareschiana Brescello. Di sicuro agli amici Nascimbeni ha
raccontato tutto quanto poteva: chi veniva a trovarlo nel Basso
Veronese riceveva certosine informazioni storiche e curiosità,
come da un cicerone: apprendeva le origini dell'antico castello
scaligero, la visita dell'avvocato Goldoni ai nobili Lion che
portò alla composizione della commedia Il feudatario, il gusto
melomane dei sanguinettani, sempre presenti alle opere teatrali in
paese, a memoria del famoso concittadino direttore d'orchestra Gaetano
Zinetti. Ma descriveva pure alcuni sanguinettani d'epoca più
recente, come lo zio Bruno Roghi, già direttore della Gazzetta
dello sport, o il calciatore milanista, giunto in nazionale negli anni
Cinquanta, Gino Pivatelli. Così Nascimbeni è riuscito a
far approdare la sua Sanguinetto all'attenzione nazionale. Una puntata
di "TG3 Italie" andata in onda nel novembre 2001, su Raitré, fu
dedicata proprio al giornalista veronese. Il servizio televisivo aveva
distinto le due realtà, effettivamente diverse: lo sperduto
paese di campagna in contrapposizione alla metropoli cittadina. Ma
Nascimbeni, con la discrezione che sempre gli apparteneva, aveva
sintetizzato gli opposti: "A Milano mi sono creato un piccolo paese, un
borgo come Sanguinetto, diventando amico del barista, del barbiere, del
giornalaio, cioè ricreando quello spirito genuino che ho sempre
amato tra la mia gente, dove ci si conosce tutti e si scambiano due
chiacchiere in dialetto". Anche in due articoli sul Corriere
dell'estate 1997 e 1998, nella Terza Pagina di cui è stato
curatore e magnanimo sovrano, Nascimbeni ha perpetuato la "patria
celebrazione" sul filo della letteratura. Nel racconto "Nuovo cinema
Sanguinetto. La sirena strega il paese", evidente rimando al famoso
film di Tornatore, ha rievocato il piccolo teatro-cinema locale
Politeama Roghi, tra le due guerre. Alla domenica suonava tre volte una
roca sirena in centro per richiamare la gente allo spettacolo: tra gli
attori, si erano esibiti il mattatore Gustavo Salvini, l'istrione
veneto Emilio Zago ed il siciliano Angelo Musco, che a Milano ebbe la
consacrazione del veronese Renato Simoni sul Corriere. Ma diversi
elementi, per Nascimbeni, creavano la vera animazione: giungevano
incapaci compagnie minori –persino un coro modenese di soli
ciabattini-, attori goffi coi più vari copioni, come per esempio
un pedante trombone su cui il custode del teatro fece cadere il sipario
dall'alto, pur di fermarlo, tra l'ilare pubblico. Diventato poi cinema,
al Politeama ci fu ancora da divertirsi: pellicole rotte, i balbettii
della macchina, la luce improvvisamente fioca sulla sala, lo
sgranocchiare delle brustoline (semi di zucca salati). Passava tra la
gente un certo Asma, facile da capire il soprannome, per vendere
caramelle "sportive" con le facce dei campioni Orsi, Nuvolari, Binda,
Cesarini. L'articolo si conclude con un'immagine triste: presto avrebbe
suonato una nuova sirena, non quella del cinema, ma quella di un'altra
guerra. Nascimbeni un anno dopo concede il bis per Sanguinetto sul
quotidiano nazionale. "Una radio in paese: Ha vinto l'Italia!".
Domenica 10 giugno 1934 il piccolo Giulietto era stato costretto dal
caposquadra Maggiorino C. alla marcia balilla dietro al castello,
all'ordine "lu-pi, lu-pi, unò-duè,
unò-duè": ma il pensiero correva a 500 chilometri di
distanza, a Roma, dove Italia e Cecoslovacchia chiudevano il campionato
mondiale di calcio. A Sanguinetto c'erano soltanto tre radio private:
quella di suo zio, Agenore R., titolare del cinema Politeama, era stata
appoggiata alla finestra di casa con un altoparlante per farla sentire
ai sanguinettani. Il dolore del ragazzo costretto a marciare, invece di
correre alla radio, è al centro del racconto. Per fortuna,
però, sul muretto del castello c'era Luigi V., detto "Biii",
capitano della squadra neroverde locale, in grado di dare il risultato
(2-1 con gol di Orsi e Schiavio) e urlare "Siamo campioni del mondo,
Giulietto, ma è stata dura" (dopo i supplementari).
Felicità, ricamata poi da qualche immagine del commissario unico
Vittorio Pozzo esultante, poche foto sui giornali e sbiaditi spezzoni
del cinegiornale Luce: era bastato questo per il piccolo Giulietto, che
in quegli anni giocava con entusiasmo nella squadretta del B.S.A.
(sigla dei tre fondatori Bruno, Silvano, Angelo) con la maglia numero
11 di ala sinistra, pur non essendo mancino.