Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Stefano Vicentini

 

Speciale "volti di Salizzole"

Cultura. Nato a Engazzà, non aveva mai dimenticato il fascino della pianura.

Il suo "ufficio" alla libreria Dante fu un cenacolo per generazioni di intellettuali.

Il Beltramini rabdomante di veronesita'

El profe, un vulcano di creatività. La rivista Vita Veronese e la casa editrice pubblicarono classici e lanciarono talenti.

Gino Beltramini, per tutti a Verona semplicemente El Profe, è stato un originale factotum della cultura veronese per gran parte del Novecento. Lasciata giovanissimo la Bassa –era nato a Engazzà di Salizzole nel 1908- una volta approdato a Verona non ha passato un solo giorno della sua vita senza un'occasione gratificante per formare un raro tessuto di sensibilità: una rete di scrittori, uomini di cultura e poeti dialettali, artisti di più svariate provenienze, giornalisti ed editori, docenti e neolaureati. Tanti fili intrecciati in sintonia con il suo ideale, un amalgama di talenti come proiezione della sua natura multiforme e poliedrica in una parola sola: veronesità. Così dal "canton del profe", un angolino in fondo a via Mazzini nella scomparsa libreria Dante che ogni giorno con lui si animava, è passato il fior fiore delle menti illuminate cittadine. Puntuali erano gli amici del cenacolo di poesia, tra cui Angelin Sartori, Tolo Da Re, Gianni Faè, Bepi Sartori, Fragiocondo (Giulio Cesare Zenari); ma poi le sue conoscenze erano ben più larghe, dal profondo legame con l'insigne latinista Giovanni Battista Pighi all'umile rapporto con il santo sacerdote Giovanni Calabria, non dimenticando le personalità fuori Verona, che si facevano attrarre volentieri dalla città di Giulietta, rapiti dalla celebrazione cittadina che lui perpetuava. "Un anno andammo al Premio Campiello", racconta la figlia Silvana, "e mio padre, presentandosi con il suo solito modo cordiale, non artefatto e lontano dall'etichetta, si intrattenne a conversare con Bassani, Soldati, De Chirico e altri. Mi sembrava impossibile che avesse un così grande feeling con intellettuali della loro caratura, non molto frequentati ma forse vicini per affinità". Insomma, la veronesità era per lui una carta d'identità, un distintivo da mostrare a chiunque, non solo per aprire porte utili alla sua professione di rabdomante della cultura, ma proprio come statuto morale che definisse una precisa disponibilità di carattere, in una ricerca instancabile di persone di buona volontà. "Aveva uno spirito di collaborazione", aggiunge la figlia. "Non gli mancavano modi anche decisi di affrontare la vita, soprattutto nella nostra famiglia, dove s'era trovato presto vedovo e con tre figli a carico; ma il suo carisma l'ha portato lontano, proprio per la passione che sempre l'ha accompagnato". Era attento alla città ma anche alla provincia, con tanta nostalgia verso la pianura che con il fiume Tartaro scende ai cari luoghi dell'infanzia, Isola della Scala, Salizzole e Nogara; ha creato vari premi letterari, concorsi di poesia, eventi culturali, incontri d'autore, convinto che anche fuori città la cultura dovesse avere un proprio spazio vitale. Non a caso oggi, la nativa Salizzole ha sia la biblioteca che un premio letterario a lui dedicati. Ma altri ricordi sono seminati nella Bassa, dai vivaci incontri con gli studenti in varie scuole alle collaborazioni culturali, come la segreteria del premio Castello di Sanguinetto, dove si avvicinò a Lionello Fiumi, Giulietto Accordi, Paride Piasenti e Giulio Nascimbeni. Tra studi lessicali e toponomastici, compilazioni storiche e semplici guide su Verona, collaborazioni al quotidiano L'Arena e a varie riviste, il capolavoro indiscusso è rimasto in ogni caso il progetto dato alla luce nel 1948 con Emilio Giacometti e Lanfranco Vecchiato: la rivista Vita Veronese. Per farla vivere, in tempi in cui non c'erano affatto guadagni né per editori né per scrittori, ha dato anima e corpo promovendo numerosissime pubblicazioni. "Controllava con cura il materiale che arrivava, ma accoglieva un po' tutti, tanto l'erudito ricercatore quanto il brillante neolaureato", ricorda la figlia. "Gli sottoponevano i testi e mio padre aveva una parola buona per tutti. Ha condotto la rivista da pioniere e un po' da eroe, lontano da ogni affare; davano un sostegno la banca, poche aziende locali, vari amici e un assegno arrivava persino dal Ministero della Pubblica istruzione. Ma la pubblicazione era sempre un'impresa, frutto dei suoi sacrifici; in sua memoria noi figli abbiamo voluto mantenere ancora il marchio Vita Veronese, regolarmente depositato". La rivista se n'è dunque andata con lui, rimanendo aperta fino alla sua morte, avvenuta nel 1983 per le complicazioni della broncopolmonite. Da vulcano di idee qual era, sono rimasti in sospeso alcuni lavori: una guida sentimentale di Verona, note di storia dell'arte, un'antologia di poesia dialettale, commenti sulle visite scaligere di Dante e persino un paio di soggetti per il cinema. Tra i motivi di interesse della sua attività, inoltre, l'attenzione rivolta al poeta Berto Barbarani –la sua biografia è entrata nella rosa del prestigioso Premio Marzotto- e il dizionario veronese/italiano con scopo divulgativo. La figlia Silvana segnala poi alcune centinaia di lettere con varie personalità: un epistolario di sicuro valore per capire i fermenti culturali locali dagli anni Trenta agli Ottanta del Novecento. Ma sulla grandezza del Profe Beltramini è notevole il ritratto fatto dall'amico Giovanni Battista Pighi, esposto nel 25° anniversario di Vita Veronese: "Insegnaci come si fa ad essere nemico di nessuno e amico di tutti i buoni; a lavorare, senza il minimo compenso, solo per il bene degli altri, a dare a tutti solo quel bene che non si consuma e non invecchia; ad avere l'autorità, migliore d'ogni altra, della semplicità, della modestia, della parola sincera, dell'entusiasmo che trascina, della risata che rasserena, della vita senza macchia. Tu, per 25 anni, ci hai chiamato a raccolta; hai fatto che l'uno ascoltasse la voce dell'altro: artisti e poeti, storici e cronisti; il passato e il presente della nostra città sono passati sulle pagine che tu ordinavi e stampavi. E un'altra cosa hai fatto: sei stato un missionario della nostra poesia; insieme con alcuni tuoi amici, l'hai portata per paesi e campagne; hai scosso anime intorpidite, commosso cuori che si ritenevano duri, rivelato l'intimo loro sentimento a uomini che n'erano prima inconsci".     

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