Speciale "volti di Salizzole"
Cultura. Nato a Engazzà, non aveva mai dimenticato il fascino della pianura.
Il suo "ufficio" alla libreria Dante fu un cenacolo per generazioni di intellettuali.
Il Beltramini rabdomante di veronesita'
El
profe, un vulcano di creatività. La rivista Vita Veronese e la
casa editrice pubblicarono classici e lanciarono talenti.
Gino
Beltramini, per tutti a Verona semplicemente El Profe, è stato
un originale factotum della cultura veronese per gran parte del
Novecento. Lasciata giovanissimo la Bassa –era nato a
Engazzà di Salizzole nel 1908- una volta approdato a Verona non
ha passato un solo giorno della sua vita senza un'occasione
gratificante per formare un raro tessuto di sensibilità: una
rete di scrittori, uomini di cultura e poeti dialettali, artisti di
più svariate provenienze, giornalisti ed editori, docenti e
neolaureati. Tanti fili intrecciati in sintonia con il suo ideale, un
amalgama di talenti come proiezione della sua natura multiforme e
poliedrica in una parola sola: veronesità. Così dal
"canton del profe", un angolino in fondo a via Mazzini nella scomparsa
libreria Dante che ogni giorno con lui si animava, è passato il
fior fiore delle menti illuminate cittadine. Puntuali erano gli amici
del cenacolo di poesia, tra cui Angelin Sartori, Tolo Da Re, Gianni
Faè, Bepi Sartori, Fragiocondo (Giulio Cesare Zenari); ma poi le
sue conoscenze erano ben più larghe, dal profondo legame con
l'insigne latinista Giovanni Battista Pighi all'umile rapporto con il
santo sacerdote Giovanni Calabria, non dimenticando le
personalità fuori Verona, che si facevano attrarre volentieri
dalla città di Giulietta, rapiti dalla celebrazione cittadina
che lui perpetuava. "Un anno andammo al Premio Campiello", racconta la
figlia Silvana, "e mio padre, presentandosi con il suo solito modo
cordiale, non artefatto e lontano dall'etichetta, si intrattenne a
conversare con Bassani, Soldati, De Chirico e altri. Mi sembrava
impossibile che avesse un così grande feeling con intellettuali
della loro caratura, non molto frequentati ma forse vicini per
affinità". Insomma, la veronesità era per lui una carta
d'identità, un distintivo da mostrare a chiunque, non solo per
aprire porte utili alla sua professione di rabdomante della cultura, ma
proprio come statuto morale che definisse una precisa
disponibilità di carattere, in una ricerca instancabile di
persone di buona volontà. "Aveva uno spirito di collaborazione",
aggiunge la figlia. "Non gli mancavano modi anche decisi di affrontare
la vita, soprattutto nella nostra famiglia, dove s'era trovato presto
vedovo e con tre figli a carico; ma il suo carisma l'ha portato
lontano, proprio per la passione che sempre l'ha accompagnato". Era
attento alla città ma anche alla provincia, con tanta nostalgia
verso la pianura che con il fiume Tartaro scende ai cari luoghi
dell'infanzia, Isola della Scala, Salizzole e Nogara; ha creato vari
premi letterari, concorsi di poesia, eventi culturali, incontri
d'autore, convinto che anche fuori città la cultura dovesse
avere un proprio spazio vitale. Non a caso oggi, la nativa Salizzole ha
sia la biblioteca che un premio letterario a lui dedicati. Ma altri
ricordi sono seminati nella Bassa, dai vivaci incontri con gli studenti
in varie scuole alle collaborazioni culturali, come la segreteria del
premio Castello di Sanguinetto, dove si avvicinò a Lionello
Fiumi, Giulietto Accordi, Paride Piasenti e Giulio Nascimbeni. Tra
studi lessicali e toponomastici, compilazioni storiche e semplici guide
su Verona, collaborazioni al quotidiano L'Arena e a varie riviste, il
capolavoro indiscusso è rimasto in ogni caso il progetto dato
alla luce nel 1948 con Emilio Giacometti e Lanfranco Vecchiato: la
rivista Vita Veronese. Per farla vivere, in tempi in cui non c'erano
affatto guadagni né per editori né per scrittori, ha dato
anima e corpo promovendo numerosissime pubblicazioni. "Controllava con
cura il materiale che arrivava, ma accoglieva un po' tutti, tanto
l'erudito ricercatore quanto il brillante neolaureato", ricorda la
figlia. "Gli sottoponevano i testi e mio padre aveva una parola buona
per tutti. Ha condotto la rivista da pioniere e un po' da eroe, lontano
da ogni affare; davano un sostegno la banca, poche aziende locali, vari
amici e un assegno arrivava persino dal Ministero della Pubblica
istruzione. Ma la pubblicazione era sempre un'impresa, frutto dei suoi
sacrifici; in sua memoria noi figli abbiamo voluto mantenere ancora il
marchio Vita Veronese, regolarmente depositato". La rivista se
n'è dunque andata con lui, rimanendo aperta fino alla sua morte,
avvenuta nel 1983 per le complicazioni della broncopolmonite. Da
vulcano di idee qual era, sono rimasti in sospeso alcuni lavori: una
guida sentimentale di Verona, note di storia dell'arte, un'antologia di
poesia dialettale, commenti sulle visite scaligere di Dante e persino
un paio di soggetti per il cinema. Tra i motivi di interesse della sua
attività, inoltre, l'attenzione rivolta al poeta Berto Barbarani
–la sua biografia è entrata nella rosa del prestigioso
Premio Marzotto- e il dizionario veronese/italiano con scopo
divulgativo. La figlia Silvana segnala poi alcune centinaia di lettere
con varie personalità: un epistolario di sicuro valore per
capire i fermenti culturali locali dagli anni Trenta agli Ottanta del
Novecento. Ma sulla grandezza del Profe Beltramini è notevole il
ritratto fatto dall'amico Giovanni Battista Pighi, esposto nel 25°
anniversario di Vita Veronese: "Insegnaci come si fa ad essere nemico
di nessuno e amico di tutti i buoni; a lavorare, senza il minimo
compenso, solo per il bene degli altri, a dare a tutti solo quel bene
che non si consuma e non invecchia; ad avere l'autorità,
migliore d'ogni altra, della semplicità, della modestia, della
parola sincera, dell'entusiasmo che trascina, della risata che
rasserena, della vita senza macchia. Tu, per 25 anni, ci hai chiamato a
raccolta; hai fatto che l'uno ascoltasse la voce dell'altro: artisti e
poeti, storici e cronisti; il passato e il presente della nostra
città sono passati sulle pagine che tu ordinavi e stampavi. E
un'altra cosa hai fatto: sei stato un missionario della nostra poesia;
insieme con alcuni tuoi amici, l'hai portata per paesi e campagne; hai
scosso anime intorpidite, commosso cuori che si ritenevano duri,
rivelato l'intimo loro sentimento a uomini che n'erano prima
inconsci".