Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Passate Edizioni - 2009 - Articoli: Mauro Zanutto

 

La dolce vita di Jesolo

Un filo rosso lega l’attuale capitale del turismo balneare veneto agli anni Cinquanta e Sessanta. E’ la voglia di ritornare ad essere “grande”, come ai tempi in cui ai turisti di Jesolo si regalavano le mitiche 600 della Fiat. Stelle del cinema e della musica o della tv di casa nostra, come Domenico Modugno piuttosto che Alberto Sordi o Corrado, si alternavano tra l'Hotel Bagni Miramare e Le Capannine. Erano gli anni in cui Jesolo aveva persino un suo aeroporto e gli alberghi crescevano come funghi.

Guardare al passato per proiettarsi verso un futuro fatto (anche) di parchi commerciali e torri che richiamano i litorali d’oltreoceano. E’ il movente che ha indotto l’Associazione Albergatori di Jesolo (l’AJA) a ripercorrere i propri cinquant’anni di vita. E’ nato così il libro di Fabrizio Cibin, "L'AJA, mezzo secolo di ospitalità a Jesolo", ritratto della città di mare dipinto con gli occhi dei “facchini del turismo” che la edificarono. E ancora ne sono la spina dorsale.

La storia inizia tuttavia dal 1933, quando il Touring club indicava la presenza  di 300 capanne in spiaggia con tenda e chalet in legno, affittate a 300 lire al mese. La zona del lido accoglieva le prime strutture alberghiere più o meno all’altezza di piazza Brescia, dove sorgeva l’hotel Casa Bianca, seguito da un vero e proprio boom edilizio. Basti pensare che negli anni ’40 si contavano 92 “datori di alloggio”.

Ma è con la fine della Seconda Guerra Mondiale che la località “dei bagni” diventa città turistica, tra “trattorie con stalla annessa” e “ospiti ammalati di reumatismi che si recavano nelle zone di spiaggia non minate” come attesta un documento di Dino Santin. E’ lo stesso storico albergatore a proporre sulle pagine della rivista “Jesolo Stop” uno spaccato che rende bene l’idea di una Jesolo agli albori della popolarità. “All’inizio due piccole baracche vendevano la gazzosa ai privilegiati che venivano a fare i bagni- racconta Santin-. Erano signorotti di San Donà che arrivavano alle undici del mattino in carretta trainata da un cavallo. La nostra insegna era “Trattoria con alloggi, stalla e custodia biciclette”. Il fac-totum era mio padre, allora garzone di stalla, Ovidio Bettin”.

L’asfalto sulle strade provinciali e comunali consacra poi il boom di Jesolo. Nel 1947 si contano 9958 turisti italiani e 109 stranieri. Tra il ‘58 ed il ‘61 (soli tre anni) vengono eretti 94 alberghi nuovi di zecca, l’Italia scopre questo nuovo litorale da cui si accede in poco tempo anche nella splendida Venezia: piovono dal cielo cantanti ed attori. Nel ’58 nasce persino l’aeroporto Jesolo-Cortina per velivoli da sette passeggeri. L’apice nel ’66. Enzo Mirigliani, patron di Miss Italia, elegge “Miss cinema Europa”

.A distanza di qualche mese la tragedia. Ha la forma dell’alluvione, che voler sprofondare il litorale negli abissi. “I danni subiti dall’attrezzatura turistico alberghiera sono valutati sull’ordine del miliardo di lire” verbalizza Alfredo Montino Tambosso, allora presidente dell’AJA. “La mareggiata del 4 novembre ha asportato dai 70 ai 100 centimetri in altezza di arenile”.

Fu, quella, la più grande catastrofe che avesse mai investito Jesolo privandola del bene più prezioso: la spiaggia. Ombrelloni e sdraio venivano posti sulle uniche zone disponibili a lato degli alberghi. Nel 1989 ecco altro duro colpo: l’invasione delle alghe che causa perdite di presenze superiori al 40%. Ma sono ancora una volta gli albergatori a risollevare le sorti della città: si autotassano, sbloccano una legge che acconsente la costruzione di piscine negli alberghi e si vara il parco acquatico “Aqualandia” non ancora ultimato.

Il resto è storia recente operatori turistici e Comune che ottengono il maxi ripascimento e l’allargamento del litorale di 30 metri su i 12 chilometri di costa, prima mai tanto ampia. Nel 1997 il sindaco Renato Martin presenta tra mille polemiche il “master plan” di Kenzo Tange, che da solo costa quasi  due miliardi di vecchie lire. "La nostra storia è un patrimonio che non possiamo dimenticare - spiega il presidente dell’AJA Massimiliano Schiavon-. Ripercorrerla con un libro serve a renderci consapevoli della forza che abbiamo nello stare insieme e nel superare futuri momenti difficili".

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